Dieci sconosciuti, un bosco o una spiaggia mozzafiato, niente telefoni tablet o pc. Solo lunghe chiacchiere, momenti di pura e reale socialità e tanto, tantissimo relax. Questo è Take a Breath, realtà tutta catanese che sta riscuotendo tantissimo successo.
In un’epoca segnata da iperconnessione, notifiche costanti e un mercato turistico sempre più omologato, nasce a Catania una startup che propone un’alternativa radicale: rallentare, disconnettersi, riscoprire sé stessi e le bellezze paesaggistiche che l’Isola ci offre. Si chiama “Take a Breath”, ed è il progetto ideato da Fernando Coppola, giovane videomaker siciliano, che ha trasformato un momento di burnout personale in una proposta imprenditoriale dal forte impatto sociale.
Lo abbiamo intervistato per farci raccontare storia, valori, struttura e obiettivi di una realtà che, partendo dalla Sicilia, mira a farsi spazio nel panorama nazionale e internazionale del turismo esperienziale e della cultura del digital detox.
«Due anni fa lavoravo come social media manager per dieci clienti contemporaneamente. Gestivo tutto da solo: foto, video, grafiche, copy, pubblicazioni. Una one man band. Ma questo ritmo mi ha portato al limite. Ricevevo telefonate a ogni ora del giorno, notifiche costanti, richieste continue. Sono andato in burnout. Mi sentivo svuotato, alienato. Così, in un giorno libero, ho deciso di concedermi una pausa: un piccolo trekking di mezz’ora da Augusta, dove vivevo, alla scogliera della Baia Arcile. Avevo bisogno di staccare».
L’idea iniziale era semplice: un’escursione senza telefono, un momento di respiro. «Avevo scritto a un gruppo di amici, ma nessuno era disponibile. Allora ho pubblicato una storia su Instagram, aperta a chiunque volesse unirsi. Mi hanno risposto in dieci. Ci siamo ritrovati, inizialmente in imbarazzo totale, poi è successo qualcosa: il fatto di non usare il telefono ci ha spinti a dialogare davvero. Alla fine della giornata sembrava ci conoscessimo da sempre. Mi sono reso conto che quell’esperienza aveva un valore».
E quello è stato solo l’inizio. Da lì, Fernando non si è più fermato. In un primo momento ha continuato a organizzare queste giornate di detox in modo artigianale, promuovendole tramite le storie sul suo profilo Instagram. Il riscontro è stato crescente, e così, passo dopo passo, ha deciso di strutturare sempre meglio l’esperienza, fino a trasformarla in un vero e proprio brand.

Fonte foto: Take a Breath
«Take a Breath è diventata una startup di turismo esperienziale e digital detox. Organizziamo eventi giornalieri che uniscono il contatto con la natura, la scoperta autentica del territorio e la possibilità di creare nuove connessioni umane, senza l’intermediazione degli schermi».
Non si tratta semplicemente di escursioni. L’esperienza è disegnata con una struttura precisa: i partecipanti non possono essere amici o conoscenti tra loro, per garantire una vera apertura verso l’altro; devono spegnere i telefoni all’inizio dell’attività; e vengono coinvolti in dinamiche che favoriscono un incontro autentico.
«Il nostro obiettivo è combattere il turismo di massa e favorire il turismo lento e relazionale. Vogliamo che le persone vivano davvero il territorio, non solo lo “consumino”. E vogliamo che si riscoprano attraverso l’incontro con gli altri».
«Inizialmente avevo pensato a “Take a Break”, ma erano parole già troppo diffuse. Poi ho sbagliato a scrivere e ho unito “take” con “breath”: è nato “Take a Breath”. È un nome che non esisteva, un neologismo che però porta con sé un messaggio forte: prenditi un respiro, fai una pausa, riconnettiti con te stesso e con il mondo reale. È diventato il nostro mantra».
Dopo una pausa tra il 2022 e il 2024, Take a Breath è ufficialmente rinata nel novembre 2024, grazie all’iniziativa di Antonio Paratore, founder di Katania Studio – una realtà giovane ma già ampiamente affermata nel territorio, attiva nei settori della comunicazione, del design e del marketing. È stato lui a proporre a Fernando di riprendere in mano il progetto, questa volta con una visione imprenditoriale più solida e strutturata.
«Da lì abbiamo ricominciato. Con più chiarezza, più organizzazione, più ambizione», racconta Fernando.

Fonte foto: Take a Breath
La squadra oggi è strutturata in diverse funzioni chiave, con un’organizzazione interna orientata alla crescita:
Take a Breath nasce come un format pensato dai giovani e per i giovani, ma è riuscito in poco tempo a imporsi come una proposta alternativa e concreta al senso di immobilismo e ripetitività che molti ragazzi catanesi percepiscono nella vita culturale e sociale del territorio. La forza del progetto sta proprio nella sua capacità di rompere la routine, offrendo esperienze autentiche e rigenerative, in cui il tempo rallenta e lo spazio digitale viene messo in pausa.
«Oggi il nostro pubblico è piuttosto variegato: va dai 20 ai 40 anni, ed è composto da persone che condividono un’esigenza comune – quella di rallentare, di staccare la spina, di riconnettersi con sé stessi e con gli altri in maniera più profonda. Non abbiamo mai voluto chiuderci in una nicchia rigida, perché il bisogno di disconnessione e benessere è trasversale, e crediamo che sia destinato a crescere. In futuro, vogliamo intercettare anche chi magari non sa ancora di avere questa necessità, ampliando l’accessibilità delle nostre esperienze senza snaturarne l’essenza».

Fonte foto: Take a Breath
«Senza dubbio iniziare a far pagare gli eventi. All’inizio li offrivamo gratuitamente, perché noi stessi ci chiedevamo: “Perché qualcuno dovrebbe pagare per camminare in natura con degli sconosciuti”? Ma ci siamo resi conto che, se volevamo dare continuità e sostenibilità al progetto, dovevamo cambiare approccio».
Questa transizione non è stata semplice: «Chiedere un pagamento per un’attività così intima e diversa dal solito comporta una responsabilità. Ma era necessario per rendere Take a Breath un modello scalabile, replicabile e professionale».
«La più grande sarà uscire dalla Sicilia. A Catania siamo riusciti a far funzionare una proposta controcorrente in un contesto non semplice. Ma ora vogliamo espanderci: Roma, Milano, Torino. Non sarà facile, perché serve un lavoro territoriale profondo. Non possiamo esportare un format catanese altrove: dobbiamo costruirlo insieme alle persone del posto».
L’obiettivo di medio e lungo termine è quello di creare una rete nazionale di eventi Take a Breath, supportati da una web app che permetta a chiunque, in qualunque città, di prenotare la propria giornata di disconnessione. Un’alternativa concreta a un weekend in aeroporto, per riscoprire il valore del “qui e ora”.

Fonte foto: Take a Breath
Take a Breath non è soltanto una startup, ma un messaggio culturale. Un invito concreto a rallentare, a disconnettersi per potersi finalmente riconnettere: con sé stessi, con la natura, con il tempo presente. È una scelta consapevole a favore della qualità della presenza, piuttosto che della quantità di notifiche. Un articolo forse non basta a restituire pienamente il senso e la profondità di quello che Take a Breath vuole comunicare.
Nel suo piccolo, questa realtà sta provando a dare vita a una vera e propria rivoluzione culturale in favore di quella “vita lenta” tanto celebrata — spesso in modo superficiale — dai social. Un concetto diventato trendy, ma che raramente si traduce in esperienze autentiche: molte delle pagine che la promuovono hanno ben poco di lento, e il loro unico scopo è raccogliere like e generare profitto.
Take a Breath, invece, rappresenta una risposta genuina a un bisogno diffuso, costruita con coerenza, cura e radicamento territoriale. È una bella realtà nata a Catania, cresciuta sul mare e tra la lava dell’Etna, dove il tempo ha ancora un ritmo tutto suo. Forse era inevitabile che un movimento del genere partisse proprio da una scogliera siciliana, da un luogo in cui la lentezza non è un hashtag, ma una scelta di vita.
Marco Vasta
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Classe 1999, nato a Catania, laureato in Scienze Politiche, sia triennale che magistrale, ma soprattutto grande tifoso del Milan.
Dopo un’esperienza da redattore per VDC durante il tirocinio curriculare, Marco ha scelto di tornare a coltivare una delle sue più grandi passioni: la scrittura. E lo fa proprio nella redazione che, per un periodo importante della sua vita, è stata una vera casa.
Tra i suoi interessi, oltre a fingersi surfista per evitare le chiamate scomode con la frase “sono a mare, non prende”, spiccano la politica e tutto ciò che ha un impatto sociale. Per questo ha deciso di dedicare i suoi studi, il suo tempo libero e la sua penna al dibattito pubblico e ai temi d’attualità.
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