Il tecnico dell’impianto di condizionamento arriva alle otto, chiede dov’è la scala per la copertura, sale con la cassetta degli attrezzi e torna giù dopo un’ora. Nessuno gli ha detto che tre metri a destra del gruppo frigorifero c’è un lucernario coperto da un telo ombreggiante, né che la porzione di copertura sul lato nord è in lastre posate trent’anni fa.
Chi gestisce l’immobile considera l’intervento una fornitura ordinaria; la normativa lo considera qualcosa di diverso, e su questo punto la consulenza di operatori specializzati come ctsafe.it viene cercata quasi sempre dopo un episodio, raramente prima.
Quando un’azienda affida lavori a un’impresa appaltatrice o a un lavoratore autonomo all’interno della propria sede, il Testo Unico sulla sicurezza le assegna compiti precisi. Deve verificare l’idoneità tecnico-professionale di chi incarica. Deve fornire informazioni dettagliate sui rischi specifici presenti nell’ambiente in cui l’impresa andrà a operare. Deve cooperare e coordinarsi con essa per l’attuazione delle misure di prevenzione.
Non è un adempimento riservato ai grandi cantieri. Si applica anche all’intervento di un’ora sul climatizzatore, perché il rischio a cui quel tecnico è esposto non nasce dal suo lavoro ma dall’edificio, e l’unico soggetto che conosce l’edificio è chi lo occupa.
Il rischio specifico, su un tetto, ha nomi concreti. La presenza e la posizione dei lucernari, la loro capacità di sostenere o meno il peso di una persona, la natura delle lastre di copertura, i punti in cui il manto è stato rappezzato, la portata delle zone perimetrali, l’eventuale presenza di parti fragili non riconoscibili a vista perché coperte da guaine o pannelli.
Sono tutte informazioni che il proprietario possiede o può recuperare e che il manutentore esterno non ha modo di dedurre camminando. Consegnarle per iscritto prima dell’intervento, con una pianta della copertura su cui le criticità siano segnate, è l’azione che sposta più rischio con meno sforzo di qualunque altra.
In diverse regioni italiane esistono inoltre disposizioni che richiedono, per gli edifici, un documento che descriva i percorsi e i sistemi per accedere e lavorare in sicurezza sulla copertura. Verificare se il proprio immobile ne è dotato, e se quel documento corrisponde allo stato attuale del tetto, è un controllo che richiede poco tempo.
Un secondo aspetto riguarda il modo in cui si arriva sulla copertura. Una scala portatile appoggiata al muro, una botola raggiungibile da una scala a pioli fissata male, un passaggio attraverso un lucernario apribile sono soluzioni molto diffuse e tutte problematiche.
L’accesso permanente in sicurezza una scala fissa conforme, dotata dove necessario di protezione dorsale o di sistema di ancoraggio verticale, con un punto di sbarco stabile è un investimento che serve ogni volta che qualcuno sale, per qualunque motivo. È anche la parte dell’impianto che viene più spesso trascurata quando si installano dispositivi anticaduta sulla copertura: si mette in sicurezza il percorso in quota e si lascia irrisolto il modo per arrivarci.
Molti capannoni hanno già una linea vita, installata anni fa in occasione di un rifacimento del tetto o dell’impianto fotovoltaico. La sua presenza non è di per sé una garanzia.
Un sistema di ancoraggio ha una documentazione che ne attesta l’installazione e va sottoposto a controlli periodici secondo le indicazioni del fabbricante e quanto previsto dal progetto. Un impianto esposto per anni a pioggia, gelo e irraggiamento può presentare ancoraggi allentati, elementi ossidati, cavi deteriorati, e tutto questo non si vede da terra.
Va inoltre verificato a quante persone in contemporanea il sistema è destinato e se il suo tracciato copre effettivamente i punti dove oggi si lavora: se sul tetto sono stati installati impianti dopo la posa della linea vita, è probabile che alcune postazioni di lavoro siano fuori dalla protezione prevista.
È la situazione tipica dei capannoni con impianto fotovoltaico. La copertura, che prima riceveva due visite l’anno, diventa un luogo frequentato regolarmente per pulizia dei moduli, controlli e sostituzioni, e i percorsi di lavoro si moltiplicano.
Un sistema anticaduta progettato sull’assetto precedente può risultare inadeguato non perché sia deteriorato, ma perché l’uso dell’edificio è cambiato senza che nessuno abbia rivisto la valutazione del rischio.
Bastano pochi documenti, preparati una volta e aggiornati quando qualcosa cambia: una pianta della copertura con indicate le parti fragili e i punti di ancoraggio, la documentazione dei sistemi anticaduta esistenti con l’esito dell’ultima verifica, l’indicazione del percorso di accesso previsto, e la procedura da seguire in caso di emergenza in quota.
Consegnare questo materiale a ogni impresa che sale, e farsi restituire la documentazione che attesta la formazione dei suoi operatori, richiede una mail. Il tecnico del condizionatore, la prossima volta, saprà del lucernario prima di salire e non dopo.
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