L‘ISIS, giusto per chiarirlo, è un’organizzazione paramilitare non propriamente terroristica. La sigla in arabo, di per sé vuol dire Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. In realtà si tratta di una nazione solo teorizzata dai suoi fautori e militanti che, prendendo come movente le differenze religiose tra sunniti e sciiti, tramite l’attuazione della violenza e di metodi coercitivi peggiori di quelli di Al-Qāʿida, si prefiggono l’obiettivo di istituire un califfato, cioè una forma di governo retta dal califfo, ossia un dittatore di matrice islamico-estremista. La diversità con la ben più nota Al-Qāʿida è rappresentata dal presupposto ideologico: mentre questa fissa l’obiettivo di difendere i territori islamici dagli occidentali, intervenendo con attacchi terroristici nel cuore e nelle città dell’Occidente, l’ISIS ha come fine ultimo la guerra civile per erigere un regno di soggezione religiosa a carattere esclusivamente sunnita. Il fondatore dell’ISIS è un giordano, Abu Musab al-Zarqawi, ex rivale di Bin Laden all’interno del movimento dei mujaheddin, i patrioti combattenti per la Jihād, la “guerra santa” per la salvaguardia dei valori religiosi degli islamici, come la sottomissione delle donne agli uomini.
Dopo la morte accertata dell’unico vero leader di Al-Qāʿida, Bin Laden, in un blitz ad Abbottabad il 2 maggio 2011, al-Zarqawi ha finalmente avuto carta bianca per esporre ai propri seguaci la strategia di ascesa dell’ISIS che, stando ai recenti fatti di cronaca, pare stia avvenendo proprio tra Iraq e Siria. L’operazione, descritta nel libro dello jihadista Abu Bakr Naji, consiste nel continuo sabotaggio di siti a forte concentrazione turistica e dei principali centri economici dei due Paesi per costringere la popolazione, vessata dalle violenze, ad arrendersi alle armate degli jihadisti. Dove l’ISIS prenda i fondi per la guerra è in parte un mistero, in parte una verità evidente: in primis tramite i giacimenti petroliferi caduti sotto il proprio controllo, secondariamente attraverso lo sfruttamento delle regioni conquistate. Ad al-Zarqawi, la cui morte è avvenuta nel 2006 a causa di una bomba sganciata dell’intelligence americana, è succeduto Abu Omar al-Baghdadi, anche lui ucciso dagli statunitensi nel 2010. Oggi l’ISIS è in mano a Abu Bakr al-Baghdadi che, grazie all’assalto a diversi carceri, è riuscito a far partecipare alla causa jihadista parecchi detenuti iracheni ora liberati. Charles Lister, uno degli analisti più esperti della CNN, ha dichiarato che l’ISIS annovera tra le sue fila circa 8.000 combattenti, un numero non sufficiente a garantire per lungo tempo il controllo dei territori occupati. Tuttavia, la partenza di un cospicuo contingente d’islamici residenti in altri Paesi, molti dei quali occidentali, verso l’Iraq e la Siria per partecipare alla guerra santa fa presagire che le truppe dell’ISIS presto si moltiplicheranno, assumendo un ruolo e una conformazione sempre più significativi durante la guerra civile.
Attualmente, le città sotto il controllo del califfato sono 24, tutte conquistate con la brutalità tipica di un conflitto totale volto alla purificazione dell’area musulmana. I comandanti dell’ISIS, nei territori occupati, sono inoltre riusciti a mettere in piedi un vero e proprio Stato in miniatura avente le dimensioni del Belgio e da cui traggono: elettricità, soldi ricavati dalle tasse imposte alla popolazione sottomessa, petrolio e armi. Il denaro viene usato, tra l’altro, per pagare lo
stipendio dei militanti, come se si trattasse di un esercito regolare a tutti gli effetti. Che possibilità ha, quindi, l’ISIS di riuscire nel suo intento? In realtà molte se continua a convertire le risorse dei territori occupati in espedienti per la guerra.
Dopo la decapitazione dei giornalisti James Foley e Steven Sotloff, Obama, dalla Casa Bianca, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, si è detto preoccupato per la nuova minaccia jihadista e ha ipotizzato che gli Stati Uniti d’America debbano guidare una colazione internazionale in Iraq e in Siria per impedire all’ISIS di edificare il “moderno” Stato islamico. Russia e Turchia si sono sfilate all’istante e hanno parlato di un’eventuale aggressione da parte dell’America qualora vengano eseguiti anche solo raid senza il consenso dei due Stati. L’Iran, invece, che sente preoccupato bussare alla porta i militanti jihadisti, non perde tempo e passa all’azione inviando 500 soldati del corpo d’élite, le forze Quds. Il resto è ancora da scrivere o, per alcuni, da combattere.
Alberto Molino
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Articoli di proprietà di Voci di Città, rilasciati sotto licenza Creative Commons.
Sei libero di ridistribuirli e riprodurli, citando la fonte.
Fondatore di Voci di Città, ex direttore responsabile dello stesso, ora cura la rubrica di tecnologia di NewSicilia, ha lavorato al Quotidiano di Sicilia, ha collaborato con Sicilia Journal, ha pubblicato un romanzo e un racconto, ha 26 anni ed è laureato in Scienze della Comunicazione. Quando ne aveva 18 ha vinto un premio nazionale per avere diretto il migliore giornalino scolastico del Paese. Definito da alcuni fascista e da altri comunista, il suo vero orientamento politico non è mai stato svelato, ma una cosa è certa: Molino non lo ferma nessuno, tranne forse la sua ragazza.
NBA Europe: struttura, città e obiettivi della nuova lega
Il ‘Massimino’ erutta, festa ai piedi dell’Etna: il Catania vince e ritorna in vetta
Serie C, Di Gennaro e Caturano stendono la Cavese: il Catania vince 2-0
Occhiale da sole a mascherina, l’accessorio glamour dell’inverno
Indovina chi viene a cena: la sicurezza a Catania
Il coro della comunità terapeutica assistita “Villa Letizia” di Zafferana protagonista di “Un Natale di musica, danza e cuore” nel Santuario Madonna del Carmine a Catania