Lo scorso maggio, dopo l’ennesima stagione deludente, i Detroit Pistons si trovavano in una situazione ben poco individiabile: la franchigia del Michigan aveva visto i migliori giocatori del proprio roster, Reggie Jackson e Andre Drummond, rendere al di sotto delle aspettative, al pari di Stanley Johnson, l’ottava scelta assoluta del draft NBA 2015. Stan van Gundy, in vista della sua quarta annata nella Motown, era intenzionato a dare una svolta, dichiarandosi disposto anche a scambiare la dodicesima scelta al draft per entrare in modalità win-now.
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lla fine, i Pistons hanno mantenuto la loro scelta, draftando la guardia Luke Kennard da Duke e mettendo a segno un’altra mossa, la più importante della loro offseason. Da Boston, infatti, è arrivato Avery Bradley, sacrificato dal gm dei Celtics Danny Ainge per poter liberare lo spazio salariale necessario per l’ arrivo di Gordon Hayward. A fare il percorso inverso, in direzione Massachussetts, Marcus Morris, reduce da una stagione condita dalle solite turbolenze caratteriali. Un arrivo importante, quello della guardia, difensore di primissimo livello e pedina fondamentale anche all’interno dello spogliatoio, dove la sua etica del lavoro e la mentalità rivolta al perenne miglioramento non possono che influenzare in maniera positiva i compagni più giovani.
L’inizio di stagione, poi, è andato oltre le più rosee aspettative: Jackson e Drummond, che avevano evidenziato problemi di compatibilità nell’ultima stagione, sembrano aver trovato un miglior feeling sul parquet, anche grazie al passo indietro compiuto a livello di responsabilità da parte del playmaker, che ha riconosciuto il ruolo di alpha dog del centro, pienamente legittimato e finalmente in campo anche nei quarti parziali, dove per troppo tempo era stato vittima dell’Hack-a-Dre a causa degli errori ai tiri liberi (38% in carriera). Quest’anno, il rendimento dalla linea della carità del prodotto di Connecticut ha compiuto il tanto atteso salto, arrivando a toccare il 70% nei 20 tentativi registrati finora. Un dato che per Detroit fa tutta la differenza del mondo, potendo affidarsi alla propria stella anche nei finali di gara invece di dover ripiegare su una soluzione di ripiego come Baynes (ora ai Celtics) o Marjanovic.
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‘attacco, particolarmente stagnante e prevedibile nella scorsa stagione a causa dell’eccessivo utilizzo del pick & roll e del post basso, sembra essere rigenerato, grazie alla maggior quantità di triple tentate. Un miglioramento nel tiro pesante dovuto sì all’aggiunta di Bradley, ma anche e soprattutto al ritrovato Anthony Tolliver, fondamentale come lungo tattico, in grado di allargare le difese avversarie e difendere sugli esterni avversari. Dalla panchina, poi, Kennard ed Ellenson, finalmente affidabile dopo un’annata di apprendimento, portano altre due minacce concrete da dietro l’arco, costringendo gli avversari a liberare il centro area, dove Reggie Jackson con le sue penetrazioni e Drummond, sempre dominante nel pitturato, trovano con facilità la via del canestro.
L’ex play di OKC, in particolare, ha messo a referto nelle prime otto uscite stagionali un impressionante rapporto di 3/1 tra assist e palle perse. “Ho deciso di smettere di forzare quest’anno, aspetto che la partita venga a me. Devo solo essere aggressivo in ogni possesso”. A beneficiare dei suoi scarichi, anche Tobias Harris, mai così efficiente da tre punti (43,8%) e sempre affidabile nei momenti caldi, quando il pallone a spicchi pesa di più per gli altri Pistons.
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uel che incoraggia di più, anche dopo una sconfitta pesante come quella patita contro i Los Angeles Lakers nella notte tra martedì e mercoledì, è il fatto che Detroit presenti ancora difetti piuttosto evidenti, come la difficoltà a difendere il pitturato, sia in situazioni di attacco a metà campo che, soprattutto, in contropiede, dove gli esterni avversari banchettano a piacimento. Anche le statistiche avanzate, che collocano i Pistons in fondo alle classifiche dei rimbalzi difensivi – con conseguenti seconde opportunità a profusione per gli attacchi – lasciano intendere come il sesto posto ad Est, allo stato attuale delle cose, rappresenti il reale valore della squadra, e non un obiettivo insostenibile.
Insomma, guardando al futuro prossimo, una qualificazione ai playoff, che legittimerebbe il lavoro di van Gundy davanti alla proprietà, sembra alla portata. Le rotazioni più ampie (Langston Galloway complemento perfetto per i panchinari) e i progressi individuali dovrebbero garantire alla franchigia della Motown una possibilità più che realistica di chiudere tra le prime otto della Eastern Conference.
Francesco Nardi
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