PARIGI – Guai a farsi ingannare dal nome: la Shakespeare and Company non ha niente di commerciale, niente di solo inglese e neppure di vintage. Si tratta di una libreria parigina, sita al civico 37 della rue de la Bûcherie, che è rimasta affezionata a un concetto autentico di scambio fra appassionati di scrittura e di lettura, senza correre pertanto il rischio di piegarsi alle esigenze del mercato o di rimanere indietro con i tempi: un rifugio simile rimane tale in qualsiasi epoca, per qualsiasi tipo di lettore.
Fondata nel 1951 da George Whitman, che da sempre l’ha definita «un’utopia comunista mascherata da libreria», la Shakespeare and Company ha accolto fin dagli albori numerosi intellettuali durante i propri incontri: Anaïs Nin, Henry Miller, Ray Bradbury, Richard Wright, Julio Cortázar e Lawrence Ferlinghetti, poi Allen Ginsberg, William Burroughs e Gregory Corso, mentre in tempi più recenti Jonathan Safran Foer, Martin Amis, Zadie Smith, Dave Eggers, Paul Auster, e Nathan Englander. Per quanto adesso sia gestito dalla figlia Sylvia, con il compagno David Delannet, il luogo non ha perso né il fascino né gli ideali delle origini: gli eventi continuano a svolgersi in media una volta a settimana, i libri provengono ancora da ogni angolo del mondo, la possibilità di rimanere all’interno a leggere senza obbligo di acquisto costituisce ancora la prassi (oltre a quella di poter suonare il pianoforte del primo piano) e, soprattutto, chiunque abbia un valido motivo può pernottarvi gratuitamente per una o più notti.
Una trovata per attirare pubblicità e notorietà? Niente affatto. «Quando ero piccola mio papà mi diceva sempre che avevo fratelli e sorelle sparsi per il Pianeta», racconta Sylvia. «Li chiamava Tumbleweed, come quegli arbusti che nelle zone desertiche vanno e vengono, trasportati dal vento». E, non a caso, il motto del padre e la sua tradizione di ospitalità sono leggibili al primo piano: «Non essere inospitale con gli stranieri, potrebbero essere degli angeli in incognito». Così, la figlia del suo inventore spiega: «Abbiamo mantenuto l’usanza. Nessuna possibilità di prenotare, si arriva e si chiede di rimanere. Decido io, dopo un colloquio conoscitivo. Chi resta, in cambio, ogni giorno deve lavorare due ore nel bookshop e leggere un libro. In più scrivere una breve autobiografia che conserviamo».
Non è un caso che nel quartiere si respiri sempre un’aria di internazionalità e di pacatezza, che nella libreria hanno dormito fino ad oggi più di 20mila giovani alle prese con il mondo dell’editoria, o anche solo con quello della letteratura, e che la concorrenza con negozi più grandi – o addirittura virtuali – sia assolutamente fuori discussione per Sylvia, nonché insensata. «Vero, ti offrono un’ampia scelta, un servizio veloce e prezzi bassi», riconosce quest’ultima, parlando di servizi quali il celeberrimo Amazon. «Ma qui è un’altra cosa. Poi non ho alcun rispetto per le grandi compagnie che non si assumono alcuna responsabilità. Preferisco le piccole che pagano correttamente tasse e dipendenti, e dànno carattere alle città in cui si trovano». E il carattere della Shakespeare and Company è, effettivamente, ancora molto forte e affascinante, capace di ammaliare anche i più cinici, di far appassionare anche i più pigri e di dare fiducia e voglia di fare nuove scoperte anche ai meno speranzosi, o ai meno interessati alla magia che può nascere dalle parole scritte nero su bianco.
Eva Luna Mascolino
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