Da eterna incompiuta a nuova regina del continente: il Paris Saint-Germain vince ancora una volta la Champions League. La formazione guidata da Luis Enrique supera l’Arsenal al termine di una finale dominata in lungo e in largo, ma conquistata soltanto ai calci di rigore (decisivi gli errori di Eze e Gabriel Magalhães), e si aggiudica la seconda Coppa dalle grandi orecchie consecutiva, scrivendo un’altra pagina memorabile della propria storia.
Se per il club francese si tratta di un trionfo che certifica la definitiva consacrazione tra le grandi potenze del calcio europeo, per Luis Enrique il successo assume un significato ancor più profondo. L’allenatore spagnolo conquista infatti la terza Champions League della propria carriera, dopo quella ottenuta alla guida del Barcellona nel 2015 e il primo trionfo parigino della scorsa stagione, ed è anche l’allenatore con la più alta percentuale di vittorie nella competizione tra quelli che hanno almeno 50 partite (63.3%).

Luis Enrique, artefice del secondo trionfo consecutivo del Paris Saint-Germain in Champions League. (Fonte: Paris Saint-Germain).
Con questo successo, Luis Enrique raggiunge Bob Paisley (1977, 1978 e 1981 con il Liverpool), Zinedine Zidane (2016, 2017 e 2018 alla guida del Real Madrid) e Pep Guardiola (2009 e 2011 col Barcellona e 2023 col Manchester City) a quota tre Champions League vinte da allenatore, alle spalle del solo Carlo Ancelotti, primatista assoluto con cinque successi, di cui due col Milan (2003 e 2007) e tre col Real Madrid (2014, 2022 e 2024).
Un risultato che certifica la grandezza di un tecnico spesso sottovalutato rispetto ad altri colleghi più celebrati. Dalla straordinaria stagione del Triplete con il Barcellona di Messi, Suárez e Neymar fino all’attuale ciclo parigino, Luis Enrique ha dimostrato di saper vincere in contesti profondamente diversi, adattando il proprio calcio agli interpreti a disposizione senza mai rinunciare alla propria identità.
La carriera da allenatore dell’ex centrocampista di Sporting Gijón, Real Madrid e Barcellona inizia proprio nel settore giovanile blaugrana. Dopo l’esperienza alla guida del Barcellona B arrivano le avventure sulla panchina di Roma (settimo posto in Serie A nel 2011-2012) e Celta Vigo (nono posto in Liga nel 2012-2013 e vittoria per 2-0 in casa contro il Real di Ancelotti due settimane prima della Decima vinta dai blancos), utili per forgiare la sua idea di calcio fatta di possesso palla, aggressività e ricerca costante della superiorità numerica.

Luis Enrique alza al cielo di Berlino la Champions vinta alla guida del Barcellona contro la Juventus nel 2015. (Fonte: Luckia).
La consacrazione definitiva arriva però nell’estate del 2014, quando viene scelto per guidare il Barcellona. In molti nutrono dubbi sulla sua capacità di gestire uno spogliatoio pieno di campioni, ma Luis Enrique risponde sul campo. Nella sua prima stagione conduce i catalani alla conquista di Liga, Coppa del Re e Champions League, completando uno storico Triplete. In finale, a Berlino, il Barça supera la Juventus per 3-1 grazie alle reti di Rakitić, Suárez e Neymar.
Quel successo rappresenta il primo tassello di una carriera destinata a entrare nella storia. Dopo aver lasciato il Barcellona nel 2017, Luis Enrique accetta la sfida di diventare commissario tecnico della Nazionale spagnola. Pur senza riuscire a conquistare trofei, porta la Roja, reduce da una serie di risultati tutt’altro che esaltanti (eliminazione ai gironi dei Mondiali 2014 e agli ottavi a Euro 2016 e ai Mondiali 2018), fino alle semifinali di Euro 2020, perdendo con l’Italia di Mancini ai rigori, e alla finale di Nations League, contribuendo al rinnovamento di una selezione reduce dalla fine dell’epoca d’oro.
Nel 2023 arriva la chiamata del Paris Saint-Germain. A Parigi trova un ambiente reduce da numerose delusioni europee e ancora legato all’idea delle superstar. Con pazienza e personalità, Luis Enrique modifica gradualmente la struttura della squadra, privilegiando il collettivo rispetto alle individualità. L’addio di Kylian Mbappé, che per molti avrebbe dovuto segnare la fine delle ambizioni europee del club, si trasforma invece nell’inizio di una nuova era.

Luis Enrique con la piccola Xana dopo la finale di Champions vinta alla guida del Barcellona. (Fonte: B/R Football).
Il PSG diventa una squadra intensa, organizzata, capace di pressare alto e dominare il possesso palla. Un gruppo in cui ogni giocatore è chiamato a contribuire sia in fase offensiva che difensiva. La Champions League conquistata nel 2025 rappresenta la consacrazione del progetto, mentre quella di quest’anno ne certifica la continuità e la solidità.
Ridurre la figura di Luis Enrique ai soli risultati sportivi, però, sarebbe ingiusto. Negli ultimi anni la sua storia personale ha commosso il mondo del calcio. Nel 2019 la figlia Xana, di appena nove anni, è scomparsa dopo una lunga battaglia contro un osteosarcoma, una rara forma di tumore osseo. Un dolore immenso che spinse il tecnico a lasciare temporaneamente la guida della nazionale spagnola.
Da allora, il ricordo di Xana è diventato una presenza costante nella vita di Luis Enrique. In diverse occasioni l’allenatore ha spiegato di non considerare sua figlia una persona assente, ma una presenza quotidiana che continua ad accompagnarlo. Ogni vittoria, ogni traguardo raggiunto, porta inevitabilmente con sé il suo ricordo.

Terza Champions League in carriera per Luis Enrique, che raggiunge Paisley, Zidane e Guardiola per numero di vittorie. (Fonte: Paris Saint-Germain).
Per questo motivo il successo del PSG assume un valore che va oltre il calcio. Dietro la coppa sollevata al cielo non c’è soltanto uno dei migliori allenatori della sua generazione. C’è un uomo che ha saputo rialzarsi dopo una tragedia personale devastante, trovando nello sport la forza per andare avanti.
La terza Champions League della carriera consacra definitivamente Luis Enrique nell’Olimpo degli allenatori più vincenti della storia. Ma al di là dei trofei e dei record, la sua eredità più importante è forse un’altra: la capacità di trasformare il dolore in forza. Ciò gli ha permesso di riuscire in un’impresa mancata dai suoi illustri predecessori in quel di Parigi, tra cui Ancelotti, Emery e Tuchel.
E mentre il Paris Saint-Germain festeggia l’ennesima notte europea indimenticabile, da qualche parte, nel cuore del suo allenatore, c’è sicuramente spazio per un pensiero speciale rivolto a Xana. Al termine dei rigori che hanno incoronato il PSG campione d’Europa, l’allenatore asturiano ha mandato un bacio al cielo per rendere anche la sua Xana partecipe dell’ennesimo capolavoro di una carriera da incorniciare.
Fonte foto in evidenza: Fabrizio Romano (X)
Dennis Izzo
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