Il nuovo gruppo di 421 migranti sbarcati a Catania proviene da un inferno in Libia: venivano torturati e picchiati con cavi elettrici da un boss del luogo.
CATANIA – Un copione che si ripete ormai da anni: un altro barcone in pericolo pieno di migranti, altro salvataggio pericoloso. Sono sbarcati venerdì scorso al porto di Catania, in condizioni pietose, i nuovi sopravvissuti. Ma stavolta la situazione si è prospettata più difficile del previsto, a causa delle condizioni meteorologiche incerte che hanno affrontato i soccorsi di SOS Mediterranee International, bloccati a terra per ben 4 ore.
Toccante la dichiarazione della cofondatrice di SOS Mediterranee International sulla vicenda, raccontata su CataniaToday: «Questo drammatico avvenimento è stato estremamente duro per i nostri team, costretti ad osservare, impotenti, operazioni che conducono a rimandare in Libia persone le quali fuggono da quello che i sopravvissuti descrivono come un vero inferno e che noi non abbiamo mai cessato di denunciare dall’inizio della nostra missione nel Mediterraneo. Non si può accettare di vedere esseri umani morire in mare, né di vederli ripartire verso la Libia quando la loro imbarcazione è intercettata dalla Guardia costiera libica».
La cofondatrice si mostra rammarica nel vedere queste persone rispedite in Libia, perché le realtà da cui provengono sono atroci. Nello specifico, il nuovo gruppo di 421 migranti arrivato a Catania ha vissuto prima nelle carceri di Sabratha, poi a Bani Walid, e in questi luoghi i prigionieri appartenevano ai rispettivi boss e venivano torturati con cavi elettrici.
Chiara Forcisi
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