BOLOGNA – Da sempre argomento controverso sia nel mondo dell’arte che nel contesto urbano dove nasce e si afferma, la street art è ormai un fenomeno socio-culturale di grande rilevanza nel contesto della creatività contemporanea. Se da un lato colora contesti urbani grigi e desolati, dall’altro sfrutta come mezzo di espressione “tele” che appartengono ad altri, spesso ignari e non consenzienti. Pur non essendoci un modo oggettivo di affrontare la questione, oggi molti street artist sono diventati artisti affermati: non solo possono creare allo scoperto e in piena luce del giorno, ma le loro opere vengono anche comprate, mostrate e vendute da privati e gallerie d’arte. Voci di Città ha incontrato Tiler, il “piastrellista”, street artist genovese che sta riscuotendo molto successo.
Tiler, raccontaci del tuo progetto. Da dove nasce l’idea e quali sono le tue intenzioni? Come mai hai scelto le piastrelle come tela?
«Sono anni che cerco un modo per poter comunicare con le persone, ne ho sempre sentito il bisogno. Il mondo dell’arte convenzionale non riesce a raggiungere efficacemente chi non si interessa di arte, così ho scelto la strada come “galleria”. Le piastrelle sono il risultato di molti esperimenti e di una domanda: che cosa siamo abituati a vedere su un muro? Le piastrelle sono “pulite” e di piacevole impatto, perchè meno deturpanti della carta o della vernice. Una volta trovato il giusto materiale e dopo mesi di prove è iniziato il mio lavoro che ha come unico scopo quello di far “alzare la testa” a chi passeggia per strada, di accompagnare chi va al lavoro o a scuola strappandogli un sorriso».
Da dove nasce la tua passione per l’arte? Ti riconosci in modo particolare nella street art o ricorrere a questa forma di arte “ribelle” dipende dall’opportunità di poter raggiungere tante persone e comunicare un messaggio senza intermediari?
«La passione l’ho sempre avuta, dalla prima volta che ho impugnato una matita o un pennello. Purtroppo, non sono una persona molto paziente e nella pittura questa è una qualità fondamentale. Mi sono interessato di fotografia ad un certo punto, e lì è scattato qualcosa. Ho capito che le mie fotografie cercavano di comunicarmi qualcosa e io ho deciso di ascoltarle e di trasformarle in quello che volevano essere. La “street art” è il modo che ho scelto per mostrare, diffindore il mio lavoro. Quando ho cominciato qualcuno mi ha detto che la gente non avrebbe capito, ma si sbagliava di grosso!».
I soggetti delle tue opere sono molti interessanti, da dove arriva l’ispirazione? Ci spieghi il messaggio dietro a quelli a cui sei più legato? Scegli i luoghi in base all’opera oppure l’opera in base al luogo?
«I miei lavori nascono da uno scatto: un cane che ho fotografato si trasforma in un cane fluttuante in una stanza senza gravità; una ragazza di schiena mostra la sua sofferenza; una mucca colorata passeggia per un campo su un pianeta sconosciuto; a Bologna, un improbabile Obama volteggia in tenuta da danza per mostrare la sua libertà ritrovata. La scelta del luogo è molto semplice: passeggio, mi innamoro di un muro e decido di aiutarlo a comunicare la sua storia».
Tu vivi a Genova ed è lì che sei maggiormente operativo. Anche Bologna ospita però due tue creazioni. Ce le racconti e ci spieghi dove possiamo trovarle?
«Genova è la mia città, qui mi sento a casa e cerco di fare un lavoro utile per tutti con le possibilità che ho. Ho iniziato da poco il mio lavoro per strada e l’obiettivo è quello di raggiungere più città possibili.. Bologna è stata il mio primo esperimento, uno splendido esperimento: è una città meravigliosa. Purtroppo ho avuto modo di visitare solo il centro storico. I due lavori che potete trovare sono “Free Obama” in via Oberdan, molto apprezzato dal momento che non passa giorno senza che riceva vostre fotografie; il “Gallo Paterno”, un’immagine che fatico a spiegare. Il suo significato va “sentito”. Mi piace l’idea che ognuno possa sentire nel mio lavoro quello che la propria esperienza gli suggerisce: vorrei che lo guardaste e foste voi a spiegarmi cosa vi ha comunicato».
Nonostante molti storcano ancora il naso nei confronti della street art, tu stai riscuotendo molto successo: i followers sui tuoi social aumentano di giorno in giorno e diversi giornali hanno parlato del tuo lavoro. Ti aspettavi questo interesse? Cosa pensi abbia influito maggiormente?
«La verità? Prima ero “invisibile”. Poi ho conosciuto persone che mi hanno regalato la loro professionalità, come i giornalisti per esempio, e ora mi ritrovo pieno di amici che comunicano con me e io faccio i salti mortali per rispondere a tutti. Nonostante questo non sia il mio unico lavoro, cerco di dedicargli tutto il tempo che posso. Sto conoscendo persone splendide che si danno da fare per migliorare le cose nella loro città. Grazie ai “social network” sono riuscito a raggiungere moltissime persone che hanno i miei stessi interessi: l’arte e l’impegno nel migliorare ciò che non ci piace. Ovviamento questa è solo una parte del lavoro, la vita vera è per strada, il vero lavoro si fa lì».
Alice Donato
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