Maria Federica Giuliani, presidente della Commissione Cultura e Sport, dichiara: «La cultura può, in maniera importante, contribuire a rimuovere stereotipi atavici di cui è ancora pervasa la società». E il modo ancor m’offende, spettacolo di teatro civile il 18 giugno, ha questo intento.
FIRENZE – Nell’ambito delle celebrazioni per i 750 anni della nascita di Dante, un’altra importante iniziativa del Museo Casa di Dante: uno spettacolo che prende spunto dal V Canto della Divina Commedia per dire “No” alla violenza sulle donne. «Dal 1200 a oggi – ha spiegato la presidente della Commissione Cultura e Sport Maria Federica Giuliani – le violenze quotidiane colpiscono e offendono le donne. La cultura può, in maniera importante, contribuire a rimuovere stereotipi atavici di cui è ancora pervasa la società. Il teatro arriva al cuore delle persone: è quindi una denuncia e un messaggio deciso contro la violenza alle donne. L’importante è denunciare sempre». Si snoda attraverso il dialogo tra un eccentrico professore e un’aspirante docente di “educazione all’uguaglianza tra uomo e donna” lo spettacolo di teatro civile E il modo ancor m’offende di Giuliano Turone che andrà in scena il 18 giugno alle 19 all’auditorium Al Duomo di via dei Cerretani 54r. Ingresso gratuito.
L’iniziativa, organizzata dal Museo Casa di Dante in occasione dei 50 anni dalla fondazione della galleria e dei 750 dalla nascita di Dante, in collaborazione con la Fondazione Romualdo Del Bianco e il suo istituto internazionale Life Beyond Tourism ha il patrocinio del Comune di Firenze. Lo spettacolo, che vedrà in scena Alessandra Mandese e lo stesso Turone, per la regia di Igor Grčko, si apre coi versi che Dante dedica a Francesca da Rimini che, di violenze, ne ha subite tante. Prima il matrimonio con Gianciotto Malatesta, impostole con un perfido inganno, poi la costrizione a subire per sempre lo stupro continuato da parte del marito tiranno e non voluto; infine, la morte infertale da quel marito dopo che questi aveva scoperto la relazione di lei con suo fratello Paolo. Una storia tanto triste quanto perfetta per accompagnare in un viaggio nella realtà di oggi lo spettatore dove, purtroppo, gli episodi di violenza e di femminicidio si moltiplicano. In particolare, la pièce si sofferma sulla storia di Franca Viola che, nella Sicilia degli anni Sessanta, seppe negare il “matrimonio riparatore” a colui che l’aveva rapita e stuprata, per arrivare a quella, recente, di Lucia Annibali, sfregiata in volto con l’acido dall’ex fidanzato. Ma Dante riesce soprattutto a far riflettere sull’universalità del problema e sull’urgenza di ingaggiare una battaglia culturale, l’unica arma per sconfiggere la brutalità dei troppi mostri di cui si occupano le cronache.
«Per noi che abbiamo il privilegio di operare nel modo della cultura – dice Tullia Carlino, responsabile eventi e relazioni esterne del Museo, – è un dovere occuparci anche di questi problemi, perché la cultura è bellezza che soffre sempre davanti all’orrore della violenza».
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