“Allenare il Real Madrid è un’esperienza unica che vale la pena vivere, anche quando ti mandano via.”: chissà se le parole di Carlo Ancelotti in merito alla sua avventura da tecnico delle merengues, con cui conquistò la decima Champions League nella storia del club nel 2014, verranno condivise anche da Julen Lopetegui. Del resto, quest’ultimo ha avuto davvero ben poco tempo a disposizione per apprezzare appieno un’esperienza tanto affascinante quanto particolarmente complicata.
Approdato nella capitale spagnola in sostituzione di Zinédine Zidane lo scorso 12 giugno, col compito di prendere in mano le redini di una squadra reduce da un quinquennio di numerosi trionfi, tra cui quattro Champions League, e alla ricerca di un nuovo leader e trascinatore dopo il passaggio di Cristiano Ronaldo alla Juventus, Lopetegui si è trovato a fare i conti con una situazione a dir poco intricata, rivelandosi incapace di conferire uno stile di gioco lineare, definito e soprattutto efficace ai blancos.
Oltre alle vistose lacune per ciò che concerne la qualità del calcio espresso, al Real Madrid sono mancati anche e soprattutto i risultati (nono posto in Liga con ben quattro sconfitte in dieci partite e ben quattordici gol incassati), ossia ciò che più conta quando si tratta di tirare le somme e fare le opportune valutazioni circa l’operato di qualcuno, in questo caso di un allenatore. Sarebbe tutt’altro che rispettoso e giusto nei confronti del classe ‘66 di origini basche addossargli interamente le colpe del fallimentare avvio di stagione di una squadra che ha dominato in lungo e in largo negli ultimi cinque anni e che ha contribuito a scrivere importanti pagine di storia del calcio.
Quel che è certo è che il suo, seppur breve, trascorso sulla panchina delle merengues non si possa definire positivo, anche e soprattutto perché il valore della rosa a sua disposizione era comunque piuttosto elevato, a prescindere dalla perdita del proprio principale punto di riferimento, ossia Cristiano Ronaldo. Le difficoltà palesate da Lopetegui, in questo senso, mostrano quanto non sia affatto scontato che guidare una corazzata reduce da numerosi successi in campo internazionale e non sia facile. Al contrario, è paradossalmente ancor più complicato, perché la pressione e le aspettative sono alle stelle e gestire un gruppo composto da tanti campioni e stelle strapagate non è semplice per nessuno.
Eppure, Lopetegui pareva già aver dimostrato di meritare un’occasione del genere, avendo ottenuto risultati a dir poco positivi alla guida della Nazionale spagnola, una squadra sì fortissima sulla carta, ma reduce da un quadriennio piuttosto negativo e desiderosa di tornare ad alti livelli. Con lui in panchina, la Roja ha conquistato la qualificazione alla Coppa del Mondo in Russia senza collezionare nemmeno una sconfitta nel proprio raggruppamento. Un Mondiale guadagnato sul campo, dimostrando appieno le proprie capacità da allenatore e facendo valere le sue scelte, anche e soprattutto quelle più coraggiose, guadagnandosi così la chiamata che ogni allenatore sogna di ricevere, quella appunto del Real Madrid.
La firma del contratto con i blancos, dopo nemmeno un mese dopo aver rinnovato con le Furie Rosse, manda però su tutte le furie (una ripetizione tutt’altro che casuale) la Federazione spagnola, che lo esonera contro ogni pronostico ad appena due giorni dal debutto nella rassegna iridata in terra russa, affidando la squadra a Fernando Hierro. Privato della possibilità di mettersi in gioco nel torneo che aveva conquistato in due anni di un lavoro svolto in maniera encomiabile, Lopetegui si è tuffato appieno nell’avventura sulla panchina del Real Madrid.
Dopo aver perso la Supercoppa europea contro i rivali dell’Atlético Madrid per 4-2, i campioni d’Europa in carica sembravano essere pronti per una nuova stagione di trionfi, con cinque vittorie e un pareggio in sei partite tra campionato e Champions League. I dubbi e le incertezze permangono, ma il Real sembra rispondere accuratamente in merito e la risoluzione degli interrogativi circa la qualità e l’efficienza del gioco sembra ormai vicina. Dalla fine di settembre, però, il traballante impero madridista crolla vistosamente, con il pesantissimo ko per 3-0 in casa del Siviglia, cui fa seguito una sconfitta per 1-0 in casa del CSKA Mosca nella Coppa dalle grandi orecchie, e gli inaspettati flop contro Alavés (1-0 in trasferta) e Levante (1-2 al Santiago Bernabéu) che mettono Lopetegui con le spalle al muro.
Il tempo per sbagliare è finito. Al Real, del resto, non esiste, non è mai esistita e non esisterà mai la pazienza. Tutto e subito: da una partita all’altra, i fischi si trasformano in applausi, o viceversa. L’ultima occasione per Lopetegui è emblematica: al Camp Nou, infatti, il Real Madrid è ospite del Barcellona, privo di Leo Messi. I blaugrana riservano una pesantissima goleada ai loro acerrimi rivali, un 5-1 che mette in mostra l’inadeguatezza di un Real che non entra mai in partita e che delude e non poco sia dal punto di vista del gioco che per ciò che concerne la tenuta mentale dei suoi calciatori.
Dopo la batosta subita ad opera del Barça, il licenziamento di Lopetegui è ormai inevitabile. Al suo posto, ad interim, Florentino Pérez ha scelto Santiago Solari, reduce dall’esperienza alla guida del Real Madrid Castilla, sulle orme di Zizou Zidane e dello stesso Lopetegui. Sembrava quasi scontato che a raccogliere l’eredità di quest’ultimo dovesse essere Antonio Conte, uno dei pochi allenatori di lusso ancora senza panchina, ma l’ipotesi di affidare la panchina all’ex Juventus, Chelsea e Italia è sfumata in men che non si dica.
L’ex centrocampista dell’Inter, però, dovrebbe essere a breve sostituito da un altro allenatore con cui iniziare un nuovo ciclo: tra i tanti nomi fatti in quest’ottica, spiccano quelli del già citato Conte (nonostante le presunte difficoltà nella trattativa, il tecnico pugliese resta tra i papabili allenatori delle merengues), di Roberto Martínez, attualmente commissario tecnico del Belgio (nel contratto dell’ex Swansea, Wigan ed Everton vi è però una clausola che gli permetterebbe di liberarsi) e José Mourinho.
Quest’ultimo stuzzica e non poco la fantasia di Florentino Pérez, che lo scelse nel 2010 per rilanciare il Real. Lo Special One era reduce dal glorioso Triplete con l’Inter, oggi è spesso e volentieri messo in discussione al Manchester United, a causa di risultati piuttosto altalenanti. Dopo aver lasciato la Spagna nel 2013, Mou accetterà di tornarvi appena cinque anni dopo, peraltro dopo aver avuto un rapporto tutt’altro che semplice con la stampa spagnola? Nel mondo del calcio non si ha mai la certezza per rispondere schiettamente a una domanda, soprattutto dalle parti di Madrid, rigorosamente sponda Real.
Dennis Izzo
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Coordinatore editoriale di Voci di Città, nasce a Napoli nel 1998. Tra le sue tanti passioni figurano la lettura, i viaggi, la politica e la scrittura, ma soprattutto lo sport: prima il calcio, di cui si innamorò definitivamente in occasione della vittoria dell’Italia ai Mondiali 2006 in Germania, poi il basket NBA, che lo tiene puntualmente sveglio quasi tutte le notti da ottobre a giugno. Grazie a VdC ha la possibilità di far coesistere tutte queste passioni in un’unica attività.
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