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I fratelli Coen si danno al folk con “A Proposito di Davis”
07 Febbraio 2014
EntertainmentSettima arte

I fratelli Coen si danno al folk con “A Proposito di Davis”

Home » Entertainment » I fratelli Coen si danno al folk con “A Proposito di Davis”

Dopo il grande successo de Il grinta nel 2010, tutti attendevano la prossima mossa di Joel ed Ethan Coen. È il Los Angeles Times che ha scoperto quale sarebbe stato il loro prossimo progetto. Dimentichiamo le ambientazioni western e i fasti di quella grande produzione, tralasciamo le ambizioni di un lungometraggio pensato e venduto per un pubblico più ampio che solo negli Stati Uniti aveva guadagnato oltre 170 milioni di dollari, perché questa volta i due registi hanno scelto di dedicarsi a un film dai toni più intimi. Presentato in concorso al Festival di Cannes dell’anno scorso, dove ha vinto il Gran Premio Speciale della Giuria, A Proposito di Davis rientra tra quelle pellicole in cui i Coen decidono di indagare nel profondo universo psicologico di ogni personaggio, delineandone gli aspetti più delicati e al tempo stesso controversi. Così era stato per Larry in A serious man o per Anton Chigurh, lo spietato killer al quale prestava il volto Javier Bardem in Non è un paese per vecchi.

Siamo nel 1961, nella capitale indiscussa del folk, quel Greenwich Village a partire dal quale Bob Dylan avrebbe cambiato la storia della musica. Questa storia comincia prima, quando la musica folk è ancora inconsapevolmente alla vigilia del boom e i ragazzi che la suonano provengono dai sobborghi operai di New York in cerca di una vita diversa dalla mera esistenza che hanno condotto i loro padri. Llewyn Davis è uno di questi: musicista di talento che dorme sul divano di chi capita, non riesce a guadagnare un soldo e sembra perseguitato da una sfortuna sfacciata, della quale è in buona parte responsabile. Llewyn viene presentato attraverso il punto di vista di diversi personaggi: dall’anziano discografico che tenta costantemente di raggirarlo, all’amico e collega Jim, che prova compassione per lui, fino all’ex compagna, Jean, preda di un profondo rancore nei suoi confronti, che ha da poco scoperto di essere incinta e che, addossandogliene le colpe, si farà pagare le spese necessarie per abortire.

A proposito di DavisA interpretarli, un cast scelto accuratamente e diretto con passione in cui spiccano, tra gli altri, Justin Timberlake, Carey Mulligan, che torna a dar prova delle sue doti canore oltre che attoriali, Steve McQueen, che riappare dopo la struggente performance in Shame, e John Goodman, uno degli attori feticcio di casa Coen. Il pretesto ideale da cui partire è la vera storia del cantante Dave Van Ronk, icona folk dello scorso secolo rimasto all’ombra di colleghi dalla fama più ingombrante. La vita di chi ha vissuto in un’epoca in cui a New York ci si poteva ancora permettere di sopravvivere ai margini della società, andando avanti a forza di espedienti. Il soggetto perfetto per disegnare il protagonista del film che i due cineasti accompagnano attraverso una serie di disavventure ai limiti dell’immaginabile, vestite con il loro irresistibile umorismo nero e grottesco. Anima malinconica e caratteraccio piuttosto rude, Llewyn è rimasto solo, dopo che l’altra metà del suo duo ha gettato la spugna nel più drastico dei modi. Ha una relazione conflittuale con il successo, condita di ebraici sensi di colpa, purismo artistico e tendenze autodistruttive.

A proposito di Davis, nei confini di uno spazio limitato a pochi ambienti (perché l’unica possibilità di fuga si rivela un altro fallimento) e di una sola settimana di tempo (arrotolata in una circolarità tipicamente coeniana), è una celebrazione dell’arte – oltre che della musica e più che mai del cinema – amara e sentita, tutt’altro che contenuta. Non si capisce se la situazione di “musicista da bar” stia a Llewyn Davis poi così stretta e, allo stesso tempo, non si capisce se i Coen abbiano deciso di stare o meno dalla sua parte. In un primo momento lo rendono protagonista assoluto della scena, ma continuano a lasciarlo relegato in un limbo che, proprio come prevede la professione di cantante, lo porta sempre a fare lo stesse cose, migliorandole un passo alla volta. Sono le scelte che facciamo a determinare il nostro futuro, ma non è detto che non si possa recuperare. L’impressione è che attraverso quest’opera i Coen abbiamo voluto dirci proprio questo, ponendo il loro protagonista di fronte a dei bivi sempre più ardui. Un ragionamento racchiuso in quel «Au revoir!» pronunciato da Oscar Isaac prima dei titoli di coda, che sembra voler dire “Posso sempre cadere negli stessi errori, ma sarò sempre qui. E poco alla volta riuscirò a farcela”.

Enrico Riccardo Montone

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