ROMA – «Roma, città fortunata, invincibile e eterna», diceva Tito Livio tempo fa, ma certamente oggi dopo quanto accaduto avrebbe da ricredersi. “Roma eterna” è stata vinta da un morto e dal suo funerale. La scena sembra tratta quasi da un film: vi sono sei cavalli nero d’ebano che trainano una carrozza antica, seguiti da una banda musicale che intona la famosa melodia di Nino Rota (usata poi da Francis Ford Coppola ne “Il Padrino“) e accompagnati da una folla immensa. Tutto ciò dovrebbe prospettarsi per un uomo che ha dato un grande apporto allo Stato o comunque all’umanità, e invece nel caso specifico non è affatto così: stiamo parlando, infatti, del funerale di Vittorio Casamonica, boss di uno dei principali clan mafiosi romani dall’omonimo nome. Il defunto capo era uno delle pietre miliari del clan che ha in mano l’egemonia del racket delle estorsioni e dell’usura nella periferia a Sud Est della città eterna. I Casamonica, originari dell’Abruzzo, arrivarono a Roma negli anni ’70 e iniziarono a specializzarsi nel campo dell’usura e dell’estorsione. Negli anni ’90 entrarono nel mercato degli stupefacenti e decisero di allearsi con i clan dei Castelli, con alcuni membri della ‘Ndrangheta e con altri uomini della Banda della Magliana. È qui che ha avuto inizio l’ascesa al potere di Vittorio Casamonica, assolto tra l’altro, in quegli anni da decine di accuse per sequestro di persona. Soltanto negli anni 2000 la Magistratura si “svegliò”: si susseguirono infatti decine di arresti nel 2004, poi scattò l’operazione Mondo di Mezzo con sequestri patrimoniali che dal valore le decine di milioni di euro. In uno di questi sequestri è stato coinvolto il defunto in questione: gli furono trovati in casa reperti archeologici, in particolare vasi, di chissà quale pregiata provenienza. “Zio Vittorio” è stato inoltre coinvolto nell’inchiesta su Mafia capitale, mentre i Casamonica sono stati indicati come uno dei quattro clan che governano la Capitale.
«Hai conquistato Roma ora conquisterai il paradiso»: è questo il testo di un manifesto apposto sulla chiesa ove hanno avuto luogo le celebrazioni. In un altro invece si vede apparire “magicamente” il volto del boss in primo piano col busto che va sfumando, vestito di bianco e adornato da un crocifisso in oro, sullo sfondo si intravede l’anfiteatro Flavio e la Cupola di San Pietro. In un altro ancora Casamonica è definito “Re di Roma”. Lo sfarzo e lo squallore non finiscono qui: mentre la carrozza traina la bara per tutta la Capitale, un elicottero getta petali rossi sulla folla che continua ad applaudire per tutto il corteo. Alla fine di ciò la salma è caricata su una Rolls-Royce, è qui che la banda cambia musica: adesso gli archi e i fiati suonano la colonna sonora del film “2001 Odissea nello spazio“.
Il funerale viene poi celebrato in una Chiesa già nota alle cronache nazionali, la Don Bosco, ubicata nel quartiere di Tuscolano. Proprio in questa parrocchia fu negata a Pergiorgio Welby, militante del
Partito Radicale, morto tramite eutanasia, la possibilità di celebrale il proprio funerale. Perchè ad un mafioso è stato concesso un funerale degno di un Capo di Stato, mentre ad un uomo morto per propria scelta, in quanto la vita gli era ormai impossibile a seguito di una lunga agonia, nulla? La prefettura di Roma – nella figura del prefetto Franco Gabrieli – ha risposto così: «Di questa vicenda la prefettura non aveva alcuna contezza. Ne chiederemo conto, per cercare di capire, al di là dei clamori, eventuali responsabilità. È un episodio che non va sottovalutato, ma neanche amplificato. Resta il fatto che saranno compiuti degli accertamenti. In base all’esito sarà presa una decisione».
Secondo quanto riporta Rainews.it la famiglia di Vittorio Casamonica si è giustificata con queste parole: «Se io faccio un matrimonio e prendo la Rolls Royce non è che c’è la mafia. Noi Casamonica abbiamo sempre fatto le feste alla grande, da quando siamo qui a Roma. Signor Alfano non siamo mafiosi, non siamo persone cattive. Vittorio Casamonica “Re di Roma”? Nel gergo nostro, nella nostra cultura significa che per noi è un re, il nostro re di Roma. Dicono che era un boss. Mio zio era conosciutissimo perchè lui comprava e vendeva auto. Quando se ne va qualcuno soltanto Dio giudica, non la politica. Noi possiamo chiedere scusa al Papa e al Vaticano forse solo per aver messo una canzone che magari non andava bene».
Don Manieri, il celebratore del funerale, invece, si è difeso palesando la sua ignoranza al riguardo dell’entità della salma: «Molti mi hanno rimproverato di non aver bloccato il funerale a un boss che ne ha combinate più che Bertoldo. Ma se era così fuori norma, perché mai era a piede libero? Hanno aspettato la sua morte sperando che lo… “arrestasse” il parroco? Mio dovere è distribuire misericordia, m’insegna Papa Francesco. Ed è quello faccio». Lo stesso sacerdote ha poi detto a SkyTg24: «Rifarei il funerale di Vittorio Casamonica? Probabilmente sì, faccio il mio mestiere”». Don Dino Pirri, parroco della “Madonna della Speranza” nella diocesi di San Benedetto del Tronto, autore di libri e tra i volti di Tv 2000, secondo quanto riporta “La Stampa” ha commentato con amarezza e durezza la vicenda: «Al momento mi sono indignato, ma leggendo quello che era successo mi sono sorte delle domande. Vorrei conoscere le ragioni della scelta di don Manieri ma ragionando concretamente. Io non conosco il prete che ha celebrato il rito funebre, non so che rapporti avesse con la famiglia, ma vorrei capire cosa l’ha spinto ad accettare. Chi è appartenente alle cosche mafiose non può avere un funerale in chiesa».
L’Enac, invece, ha prontamente licenziato il pilota dell’elicottero che ha gettato le rose sul corteo. Infine, è da evidenziare l’infondatezza delle accuse rivolte al popolo che applaude e saluta “Zio Vittorio”, la folla è un’insieme di menti che pensano uniformemente, le persone che applaudivano sono le stesse che lo salutavano quando incrociavano il suo sguardo per strada, sono le stesse che hanno vissuto nella (erronea) convinzione che Casamonica era sì un criminale, ma era comunque più onesto dello Stato. Riecheggiano, dunque, solenni e quanto mai opportune le parole di Dante Alighieri: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!».
Francesco Raguni
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