Roma, una prostituta rumena, di 55 anni, ha denunciato un stupro da parte di un suo cliente. L’uomo era un cittadino iracheno, accusato perché avrebbe preteso un secondo rapporto sessuale dopo il primo, che era stato regolarmente pagato. La quinta sezione del tribunale di Roma ha pronunciato però sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell’imputato.
Ciò è avvenuto non perché le prove erano insufficienti, ma perché la presunta vittima non ha indicato «qualsivoglia richiesta di punizione». Secondo la giudice, la vittima si sarebbe limitata a riferire le violenze subite, non manifestando nessuna istanza punitiva.
«Con la legge del 1996 si stabilisce che per poter avviare un processo per violenza sessuale è necessaria la querela, una dichiarazione di volontà con la quale la persona offesa chiede di procedere contro chi ha commesso il fatto», afferma Antonella Faieta, presidente del Telefono Rosa. In questo caso la testimonianza della sex worker, era una vera e propria “querela”, nonostante questo, essa non è stata considerata tale dal collegio presieduto dalla stessa giudice che in passato è stata al centro di tante polemiche per l’assoluzione di un bidello che ha molestato una studentessa nell’istituto CineTv Rossellini.
«La persona offesa si limitava a denunciare l’accaduto e a segnalarlo alle forze dell’ordine», si legge nelle motivazioni firmate dalla giudice Maria Bonaventura. «Senza manifestare, neppur implicitamente, alcuna istanza punitiva nei confronti dell’autore del reato». Decisione che fa riferimento a passate sentenze della Cassazione.
Un altro fattore che ha portato alla sentenza di non luogo a procedere è quello della sex worker che non si è costituita come parte civile, e durante le udienze non si è presentata per testimoniare. «Serve attenzione e dialogo: le donne che arrivano in commissariato possono essere sotto shock, spesso non sanno di avere diritto al gratuito patrocinio o all’assistenza dei centri antiviolenza», conclude Faieta.
Fonte dell’immagine: open.online
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