Dopo aver chiuso il girone di ferro di Nations League con un ottimo secondo posto davanti a Germania e Inghilterra (battuta con uno storico 0-4 a Wembley), con un solo punto in meno rispetto all’Italia capolista e qualificata alle Final Four del torneo, l’Ungheria di Marco Rossi si appresta a tornare in campo tra una settimana per disputare due gare valevoli per le qualificazioni a Euro 2024 (il 17 giugno sul campo del Montenegro e tre giorni più tardi in casa contro la Lituania). Centrare la seconda qualificazione consecutiva alla rassegna continentale sarebbe un risultato storico per i magiari, che due anni fa fecero una buonissima figura all’Europeo, fermando la Francia campione del mondo in carica (1-1) e la Germania (2-2). Sotto la guida di Marco Rossi, la Nazionale ungherese ha raccolto risultati a dir poco ragguardevoli sin qui, divenendo una squadra con un’identità ben definita e mettendo in difficoltà anche Nazionali più forti e blasonate.
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59 anni da compiere il prossimo 9 settembre, Rossi è un’autentica leggenda del calcio ungherese, avendo anche riportato l’Honvéd a vincere il campionato nazionale nel 2017, dopo ben ventiquattro anni di digiuno, battendo la concorrenza delle più potenti Videoton e Ferencváros e vincendo anche il premio di Miglior allenatore del torneo. L’affascinante percorso calcistico di Marco Rossi, però, è ricco di altre avventure degne di essere raccontate e parte dall’Italia, più precisamente dal Torino, la squadra della sua città, con cui inizia la carriera da calciatore (2 presenze in Serie A nel 1983-1984) che lo vedrà calcare i campi della massima serie anche con le maglie di Brescia (1992-1993), Sampdoria (1993-1995) e Piacenza (1997-1998). Anche da calciatore, Rossi lasciò l’Italia per provare esperienze all’estero, giocando prima in Messico (con l’América, sotto la guida di Marcelo Bielsa, nel 1995-1996), poi in Germania (con l’Eintracht Francoforte nel 1996-1997).
L’estero era già nel suo destino, ma è da allenatore che gli ha regalato (e continua a farlo) le soddisfazioni migliori. Dopo essersi fatto le ossa in Italia, tra Serie C e Serie D (Lumezzane, Pro Patria, Spezia, Scafatese e Cavese), infatti, approda in Ungheria e la sua vita cambia radicalmente. In virtù del titolo vinto con l’Honvéd e della proficua esperienza al DAC, in Slovacchia, il nome di Rossi ha convinto la Nazionale ungherese, che lo monitorava da anni, a puntare su di lui. In Italia, il suo lavoro è stato apprezzato particolarmente negli ultimi due anni, tra Europei e Nations League, ma per il momento il classe ‘64 continua a lavorare e a ottenere grandissimi risultati all’estero. La sua cavalcata dai campi di periferia italiani alla panchina di una delle Nazionali più importanti dal punto di vista storico (l’indimenticabile Aranycsapat, la Squadra d’oro del leggendario Ferenc Puskás, scrisse importanti pagine di storia del calcio negli anni ‘50) sembra la trama di un film.
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Non a caso, in suo onore è stato realizzato un documentario, “Marco Rossi – Un bambino al Lunapark”, disponibile su DAZN dal 31 maggio scorso, che ripercorre i momenti più importanti e significativi della carriera del commissario tecnico dell’Ungheria mentre i suoi si preparano alla sfida decisiva per il passaggio alle Final Four di Nations League, contro l’Italia di Roberto Mancini, ex compagno di squadra di Rossi alla Sampdoria. Il documentario, in particolare, mette in risalto la grande determinazione del tecnico, che nel corso della sua carriera – sia da calciatore che da allenatore – ha lottato con tutte le sue forze per farsi un nome nel mondo del calcio, superando ogni difficoltà grazie al lavoro quotidiano e alla voglia di non arrendersi mai.
Anche nei momenti in cui ogni sforzo sembra non produrre alcun risultato, l’impegno e la fiducia nei propri mezzi consentono di porre le basi per ottenere ciò che si cerca. Ed è proprio ciò che l’avventura del giramondo Marco Rossi dimostra. Il nativo di Druento, in provincia di Torino, non ha mai avuto paura di mettersi in discussione, come dimostrano le scelte prese sia da calciatore che da tecnico, e i risultati gli hanno dato ragione. Accettare la chiamata dell’Honvéd nel 2012 poteva risultare una mossa azzardata (in molti, al suo posto, sarebbero rimasti in Italia in attesa di un’occasione in Serie B o in Serie A), anche perché la squadra rossonera non vinceva un trofeo da tre anni (il campionato, invece, mancava nella bacheca del club della capitale addirittura dal 1993). Nonostante ciò, Rossi non ha esitato a tuffarsi nell’avventura che gli ha svoltato la carriera, facendolo entrare nel mito del calcio ungherese (e non solo) e aprendogli le porte della Nazionale ungherese, dopo aver ricevuto anche offerte dalla Ligue 1, dagli Emirati Arabi Uniti e da Cipro.
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In attesa di capire se in futuro avrà una chance anche in Italia, Marco Rossi si gode il presente da eroe dei tifosi ungheresi, con l’obiettivo di ripagare il loro affetto con altre imprese memorabili. Oltre a ciò, l’allenatore piemontese è molto felice in Ungheria, perché tra Honvéd e Nazionale ha avuto modo di raccogliere i frutti di tanti anni di sacrifici, delusioni e ostacoli apparentemente insormontabili che lo hanno spinto a cercare fortuna altrove. E ora che è finalmente salito sulla giostra ed è arrivato in alto, non ha alcuna intenzione di scendere sul più bello. Proprio come un bambino al Lunapark.
Dennis Izzo
Fonte foto in evidenza: MLSZhivatalos (Twitter)
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Coordinatore editoriale di Voci di Città, nasce a Napoli nel 1998. Tra le sue tanti passioni figurano la lettura, i viaggi, la politica e la scrittura, ma soprattutto lo sport: prima il calcio, di cui si innamorò definitivamente in occasione della vittoria dell’Italia ai Mondiali 2006 in Germania, poi il basket NBA, che lo tiene puntualmente sveglio quasi tutte le notti da ottobre a giugno. Grazie a VdC ha la possibilità di far coesistere tutte queste passioni in un’unica attività.
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