Da una parte c’è dunque la squadra allenata da Pep Guardiola, alla seconda finale in tre anni (l’ultima persa per 1-0 contro il Chelsea nella stagione 2020/2021) e quindi in cerca di riscatto per trovare la prima coppa dalle grandi orecchie della sua storia, dall’altra parte l’Inter torna a giocarsi una finale di Champions a 13 anni dall’ultima vittoriosa uscita contro il Bayern di Monaco, nell’anno del triplete di Mourinho. Motivazioni diverse ma entrambe fortissime che daranno sicuramente vita a una gara bellissima, avvincente e dalle grandi emozioni.
Il City è reduce da una stagione più che positiva con la vittoria della Premier League e della Coppa Nazionale, mentre l’Inter ha dovuto rincorrere in campionato trovando solo un terzo posto ma anche la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana.
In tutto questo i Citizens arrivano alla finale della massima competizione da grandissimi favoriti, come possono dimostrare quanto affermano gli addetti ai lavori ma anche le indicazioni di esperti di previsioni calcistiche, chi naviga su un comparatore di bonus proposti dai bookmakers o su un sito di pronostici. Ma non sarà cosa facile per gli inglesi perché i nerazzurri daranno il tutto per tutto per salire sul tetto d’Europa e chiudere al meglio la stagione.
La vera novità del City di quest’anno è certamente Erling Haaland, goleador eccezionale, che tra Salisburgo e Borussia Dortmund ha messo a segno in tre anni e 83 partite ben 79 gol, ma anche e soprattutto perché la tipologia di giocatore che è ha costretto Guardiola a rivoluzionare il suo sistema di gioco.
L’allenatore spagnolo è infatti noto per un gioco dal lungo possesso e senza un vero punto di riferimento in attacco, preferendo attaccanti mobili che escano dall’area per partecipare in toto all’azione offensiva. Un gioco che comunque cerca l’alternarsi nei movimenti dei giocatori, sempre partecipi all’azione sia in fase di non possesso che di costruzione.
Così abbiamo ad esempio Rodri, che in fase difensiva si abbassa scendendo sulla linea dei difensori, e De Bruyne che si colloca a uomo sul play avversario. Lo stesso fanno Foden e Grealish arretrando a centrocampo. E poi Haaland che pressa continuamente i difensori per poi andare in smarcamento preventivo. E in attacco il norvegese non fa solo da ariete ma sfrutta la sua fisicità per difendere il pallone, scaricare a un compagno e correre a smarcarsi. Così come il gioco può svilupparsi sulle fasce grazie alla velocità di Grealish e Bernardo Silva.
Ed è questa la difficoltà di affrontare il City, cioè trovare una squadra che sa trasformarsi di azione in azione, a seconda della situazione senza dare possibilità di lettura semplice all’avversario.
Dall’altra parte c’è l’Inter, con una impronta tattica molto più definita. Una finale che dovrà essere giocata sui due punti di forza principali: individualità dall’alto tasso tecnico e un gioco di squadra con punti di riferimento certi.
Il modulo di base è il 3-5-2 ma gli interpreti, soprattutto a centrocampo con Brozovic, Barella e Calhanoglu, sono giocatori che sanno impostare ma non si tirano indietro da un punto di vista fisico. Sfruttando poi le ali Dumfries e Dimarco si cerca di innescare l’estro di Lautaro Martinez e la fisicità di Dzeko o Lukaku.
Un gioco senza strappi, con azioni pensate e ragionate dove vige il possesso palla per poi trovare l’imbucata o i cross dalle fasce. Le fasce che poi ripiegano subito in fase difensiva andando a costituire nel non possesso una solida difesa a cinque. Ad ogni modo una tattica o l’altra per l’Inter è un appuntamento da non mancare quello della finale di Champions. Soprattutto se arrivato nell’anno della vittoria in semifinale contro il Milan, una sorta di rivincita dell’eliminazione del 2003.
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