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La fallimentare stagione del Milan, una riflessione nero su rosso
01 Aprile 2025
Voci di Sport

La fallimentare stagione del Milan, una riflessione nero su rosso

Home » Voci di Sport » La fallimentare stagione del Milan, una riflessione nero su rosso

Se dovessimo racchiudere in poche righe la (fallimentare) stagione del Milan, basterebbe dire: fuori dalla lotta Scudetto fin da subito. Eliminato dalla Champions League con clamorosi harakiri nelle partite decisive. Un allenatore esonerato. Un progetto tecnico che, forse, non è mai realmente esistito. Due sessioni di mercato che, sebbene promettenti sulla carta, non hanno portato veri cambiamenti. Una proprietà quotidianamente contestata e, per concludere, un ambiente ultras spaccato oltre che travolto dalle note inchieste.

Insomma, l’annata rossonera, fino a questo momento, appare come un disastro senza fine. Vero, come diceva l’ex allenatore serbo della Sampdoria Vujadin Boškov, che “La partita finisce quando l’arbitro fischia”, ma è altrettanto vero che la stagione del Milan sembrerebbe non essere mai iniziata. Le ultime speranze rossonere si aggrappano alla semifinale di Coppa Italia (contro l’Inter) e una rincorsa all’Europa che, con un miracolo, potrebbe non essere del tutto chiusa. Anche se, almeno per adesso, il Milan occupa una deludente nona posizione in classifica distante otto punti dal quarto posto.

Fonte – Acmilan.com

Il Milan e una proprietà che non convince: “This is (not) America”

“This is America” canta il rapper Childish Gambino. “This is Italia e quindi non puoi applicare lo stesso modello di business che si utilizza negli USA”, sicuramente canterebbero in coro tutti i tifosi rossoneri alla proprietà del Diavolo. Anzi del Devil.

Secondo molti, infatti, uno dei principali errori della proprietà riguarda la scelta di puntare su un modello di gestione fortemente ispirato al marketing sportivo americano, stile NBA o NFL. Collaborazioni con brand di moda come Off-White. Uno stadio sempre più caro e orientato ai turisti occasionali piuttosto che a famiglie che seguono la squadra per tutta la stagione. Eventi sfarzosi e VIP internazionali che si improvvisano tifosi.

Tutto questo potrebbe sembrare affascinante. Se non fosse, però, che sta avvenendo a scapito delle reali esigenze di un club con una storia, un’identità e una cultura profondamente radicate come il Milan. D’accordo, magari gli incassi crescono ma, domanda non da poco, dove sono risultati e i trofei? “We are here for this”, si potrebbe dire a Cardinale.

Dove sono finiti l’identità e il concetto di “milanismo”?

Inoltre, parlando di identità e dunque di milanismo, brucia ancora la decisione di esonerare, in malo modo, Paolo Maldini. Figura simbolo del club e architetto di quel Milan tornato a vincere lo scudetto nel 2022. La sua “cacciata” ha segnato una rottura netta con il passato. Lasciando un vuoto nella gestione tecnica e incrinando, per la prima volta in questi anni, il rapporto tra tifoseria e dirigenza. Al suo posto, si è scelto di affidare il mercato a un team dirigenziale guidato da Geoffrey Moncada e Giorgio Furlani. Il loro approccio, però, basato su analisi dati e algoritmi, a oggi, a quanto pare non ha azzeccato un numero.

Ed è proprio vero che, a volte, la toppa è peggio del buco. Per colmare il vuoto lasciato da Maldini, la società rossonera ha scelto Zlatan Ibrahimović per diventare il nuovo punto di riferimento della dirigenza. Peccato, però, che lo svedese ha finito per attirare più critiche che consensi. Tra dichiarazioni spesso discutibili e un ruolo ancora poco chiaro, è riuscito nell’inaspettata impresa di deludere gran parte dei tifosi rossoneri. Quest’ultimi, ormai. lo considerano una figura di facciata inadatta a incidere realmente nelle scelte del club.

“Cardinale devi vendere, vattene”, più che un coro, ormai, è diventato un mantra.

Fonte – Milanday.it

Una stagione buttata tra dirigenti, giocatori e allenatori inadatti

Analizzando il quadro societario, è doveroso aprire una parentesi sui due allenatori portoghesi, Fonseca e Conceição, che hanno segnato momenti contrastanti nella gestione tecnica del Milan in questa stagione.

Paulo Fonseca doveva essere l’uomo al centro del progetto. Con una rosa costruita grazie a un mercato definito come strategico e mirato alle sue esigenze. Morata, il bomber. Pavlović, il pilastro difensivo ed Emerson Royal, il terzino destro di corsa e qualità tanto cercato nel Milan degli ultimi dieci anni. Tuttavia, le cose sono andate diversamente.

Morata non ha mai reso come sperato, segnando e incidendo poco. Tanto che, a gennaio è stato ceduto al Galatasaray. Lo spagnolo, recentemente, ha pure dichiarato che la scelta di approdare a Milano è stata una delle peggiori decisioni della sua carriera. Pavlović pur essendo stato indicato da Fonseca come titolare, si è trovato relegato per gran parte del tempo alla panchina. Poche, le occasioni per dimostrare il suo valore. Infine, Emerson Royal, che è diventato fin da subito un bersaglio di critiche per le sue evidenti difficoltà in campo e per i suoi limiti tecnici. Tanto da trasformarsi in una sorta di “meme” della compagine rossonera.

Insomma, il progetto tanto enunciato d’estate, figlio di studi e analisi di dati, ha prodotto pochi risultati, sempre ammesso che questo “progetto” sia mai esistito.

Da Fonseca a Conceicao: il Milan è una continua roulette russa

Sergio Conceição, subentrato sulla panchina del Milan in un momento critico, ha portato con sé un approccio pragmatico. Basato su una difesa solida e un gioco spesso reattivo. La rocambolesca vittoria della Supercoppa Italiana è sembrata un preludio a quelli che sarebbero stati i mesi successivi della sua gestione. Una squadra vittima, ma anche carnefice, degli eventi. Segnata da una precarietà tattica continua, con moduli e giocatori sempre diversi. Una difesa spesso bucata e una squadra, però, con carattere, che spesso riusciva a ribaltare l’esito delle partite.

Se da un lato è vero che, almeno dal punto di vista emotivo, Conceição è riuscito a scuotere i cuori dei giocatori; dall’altro lato, è altrettanto vero e doveroso constatare che, se si vuole puntare in alto, non si può affrontare ogni partita come fosse una roulette russa. Andando sistematicamente in svantaggio e cercando poi la rimonta, vivendo costantemente sull’incertezza degli episodi. Spesso sfavorevoli.

A questo, si aggiungono scelte di formazione che, seppur coraggiose, si sono rivelate spesso e volentieri poco redditizie (un atteggiamento che in parte ha ricordato anche quello di Fonseca). I malumori nell’ambiente sono inevitabilmente aumentati. Un club come il Milan, che punta alla vittoria, non può vivere di momenti sporadici. Deve essere costante nel rendimento, facendo di ogni partita un “momento” decisivo.

Fonte – Calciomercato.it

No Pulisic e Reijnders, Leao e Theo “l’emblema” di questo Milan

Visto l’andamento stagionale e l’aria che si respira dalle parti di Milanello, inutile anche analizzare i singoli giocatori. D’altronde, alcuni hanno reso al massimo e in positivo, altri molto meno. Numeri alla mano, sicuramente, a oggi, i più incisivi sono stati Pulisic, Reijnders e il tanto discusso Leão. Se dei primi due si può aggiungere poco, il calciatore portoghese, pur essendo tra i protagonisti della stagione, sembrerebbe non aver mai trovato il giusto feeling e la giusta sintonia con i due allenatori portoghesi che lo hanno allenato.

Troppe volte è stato relegato in panchina o sostituito. Soprattutto, in gare decisive. E poi ci sono stati momenti di tensione. Come il siparietto tra lui e Theo (su cui torneremo più tardi), dove non si sono riavvicinati alla squadra e sono rimasti distanti durante un cooling break. Creando così un caso e alimentando accesi dibattiti. Se da un lato è stato spesso decisivo con gol e assist pesanti, dall’altro è stato accusato di poca voglia e di non impegnarsi abbastanza. Finendo così sotto le critiche e diventando simbolo di un Milan che non riesce a rispecchiare lo spirito vincente di un tempo.

Per quanto riguarda Theo Hernandez, il discorso è diverso. Una stagione negativa senza possibilità di appello. Mai continuo, mai brillante, e ben lontano dal treno che spaccava le difese avversarie lungo la fascia sinistra. Sia lui che Leao erano considerati chiavi di volta per il riscatto della squadra, e si sperava che con Conceição avrebbero ritrovato la loro migliore forma. E se è vero che almeno giocano con più continuità rispetto a prima, è pure vero che i loro rendimenti non sono stati incisivi. O, perlomeno, il francese ha inciso più volte ma in maniera negativa sulle partite del Diavolo. Dove sono finiti i simboli del Milan recente?

Perché il Milan si trova così tanto in difficoltà?

Un altro aspetto che sicuramente scatena il dibattito tra i tifosi rossoneri è come sia possibile che – con una rosa così ricca di campioni e giocatori blasonati (come João Félix, Giménez, Leão, Pulisic, Reijnders, Maignan, Theo Hernández, ecc.) – il Milan si trovi oggi in un momento di difficoltà estrema.

Non solo i risultati non arrivano, ma mancano anche quei segnali dal campo che potrebbero in qualche modo far sperare in un miglioramento. La squadra sembra spesso spenta, priva di quella scintilla che dovrebbe caratterizzarla. Soprattutto, all’inizio delle partite. Basti pensare all’ennesimo gol subito nei primi minuti contro il Napoli nell’ultima di campionato. Un altro episodio che evidenzia la fragilità mentale e fisica della squadra.

Abbiamo visto Pioli trionfare in campionato con una rosa ben più modesta. Vincere competizioni come la Coppa Italia e ottenere successi in Champions con un Milan che, sulla carta, non era certo favorito. Questi successi, ottenuti in anni passati, ci fanno riflettere. Com’è possibile che una squadra con così tanti talenti, costruita per competere ad altissimi livelli, fatichi addirittura a portare i tre punti a casa contro qualsiasi squadra, anche quelle che lottano per la salvezza?

È chiaro che fare paragoni con le stagioni passate e le gestioni precedenti non è mai facile, perché ogni stagione ha una sua storia e ogni anno ci sono nuove sfide, anche contro avversari che si sono evoluti. Tuttavia, nella testa del tifoso medio milanista (e qui mi includo con orgoglio), è davvero incomprensibile vedere una rosa così competitiva, ricca di campioni già affermati, che non riesce a esprimere il proprio valore e faticare a ottenere vittorie che dovrebbero essere la normalità per un club come il Milan.

Conclusioni

E quindi, chi è realmente responsabile di questa annata più nera che rossa? La risposta dovrebbe arrivare dai diretti interessati. Sarebbe un segno di trasparenza e maturità se, al termine della stagione, qualcuno, soprattutto ai vertici della società, prendesse la parola per spiegare cosa è successo al tanto acclamato progetto di Fonseca, smembrato già a gennaio, e per chiarire quali sono stati i veri motivi dietro ai continui scivoloni e alle difficoltà incontrate. È fondamentale, per la fiducia dei tifosi, che la società si faccia carico della situazione e spieghi dove, quando e come la macchina si è inceppata.

Dal punto di vista del tifoso, posso affermare con certezza che l’errore non è mai stato di una sola parte, ma è il risultato di una catena di sbagli che ha condotto alla situazione attuale. Gli allenatori, con i loro limiti, così come i giocatori, non sono i principali responsabili; sono piuttosto vittime di un ambiente instabile e di un momento che, evidentemente, non è da Milan. La vera responsabilità, invece, spetta alla proprietà. Chi investe e decide di farsi carico della gestione di un club con una piazza prestigiosa e storica come quella rossonera, dovrebbe essere pronto ad affrontare anche i momenti difficili e a prendere le giuste decisioni in fase di crisi.

Gli errori, si sa, possono capitare, ma purtroppo si pagano. E in un contesto come questo, in caso di disfatta – ormai ampiamente annunciata – è giusto che sia la società a mettere la faccia, ad assumersi le proprie responsabilità e a risolvere la situazione. Il miracolo per la qualificazione in Europa sembra oggi un’utopia, mentre l’eventuale vittoria della Coppa Italia potrebbe servire solo da consolazione, senza risolvere il problema alla base.

Come recitava uno striscione esposto dalla Curva Sud lo scorso 5 maggio, durante una contestazione: “Un progetto vincente parte dalla società, Milano non si accontenta”. La domanda conclusiva allora è: la proprietà saprà ripartire con una vera visione chiara e ambiziosa, come merita il Milan e come merita la sua gente, che di sicuro non si accontenta?

Fonte Foto in Evidenza: AllMilan.it

Marco Vasta

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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About Marco Vasta

Classe 1999, nato a Catania, laureato in Scienze Politiche, sia triennale che magistrale, ma soprattutto grande tifoso del Milan.

Dopo un’esperienza da redattore per VDC durante il tirocinio curriculare, Marco ha scelto di tornare a coltivare una delle sue più grandi passioni: la scrittura. E lo fa proprio nella redazione che, per un periodo importante della sua vita, è stata una vera casa.

Tra i suoi interessi, oltre a fingersi surfista per evitare le chiamate scomode con la frase “sono a mare, non prende”, spiccano la politica e tutto ciò che ha un impatto sociale. Per questo ha deciso di dedicare i suoi studi, il suo tempo libero e la sua penna al dibattito pubblico e ai temi d’attualità.

 

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