Il calcio si sa, esula dalle logiche convenzionali dello sport. Spesso e volentieri i destini di squadre, allenatori e soprattutto giocatori si intrecciano, si dividono, collidono per entrare nella storia o per uscirci dalla porta di servizio. E allora il pallone d’oro 2025 assegnato con grande merito a Ousmane Dembélé racconta più di tutto questa totale assenza di formule esatte per lo sport più seguito al mondo.
Per un giocatore ora annoverato tra i più grandi di sempre, ce n’è un altro che invece sembra non riuscire a fermare la sua parabola discendente. Neymar e il talento francese, infatti sono legati da un filo rosso indissolubile, pur senza aver mai condiviso uno spogliatoio o un trasferimento in cui l’uno rappresentava la contropartita dell’altro.
Quel filo rosso nasce in quella caotica sessione estiva del calciomercato 2017. Il brasiliano diventa il calciatore più pagato del mondo: il PSG versa ben 222 milioni alle casse del Barcellona per portarlo sotto la Tour Eiffel. Una cifra che i catalani sono chiamati a reinvestire subito sul mercato: mirino verso la Bundesliga, dove sborsa ben 145 milioni per un Dembélé ai tempi solo 20enne.
6 anni dopo, i movimenti di mercato di Neymar coinvolgono ancora una volta il talento francese, mai sbocciato sotto l’ombra della Sagrada Familia. Dopo 6 stagioni, a sorpresa, il 10 chiede la cessione al Paris, venendo automaticamente escluso dal progetto tecnico di Luis Enrique. Al suo posto? Viene individuata la figura di Ousmane Dembélé, in quel momento nulla più che una promessa mancata del grande calcio.
Destini intrecciati, strettamente collegati e andati in direzione diametralmente opposte. Chi avrebbe mai detto, 8 anni fa, che tra i due, solo uno dei due avrebbe vinto il pallone d’oro e non sarebbe stato mister 222 milioni? “Follia” avrebbe esclamato qualche addetto ai lavori, eppure…
Nella sessione estiva di due anni fa il classe ’97 si trova di fronte a un bivio che cambierà per sempre la sua carriera, anche se potrebbe sembrare una semplice tappa di un talento ancora inespresso: continuare a credere nel proprio percorso a Barcellona o cambiare aria? Decisione presa: si vola a Parigi, per una cifra attorno ai 50 milioni di euro. Il valore calato a picco potrebbe sintetizzare il fallimento vissuto in Catalogna – per colpe anche sue, sia chiaro – e che rischia di ripetersi in Francia. Eppure il tecnico ex Roma crede più di tutti nelle potenzialità di Dembélé ed è convinto che possa sbocciare definitivamente.
Il tecnico spagnolo compie una vera rivoluzione nella squadra che più di tutte rappresenta(va) la follia dei petroldollari nel calcio europeo. Fuori le stelle più ingombranti, dentro giovani calciatori talentuosi adatti al suo sistema. E in questa rivoluzione ne è cardine proprio il talento francese, che solo due anni dopo ci troviamo a celebrare a seguito di una stagione da incorniciare: 35 goal segnati, la Champions League vinta da assoluto protagonista, il campionato francese, la Coppa di Francia, la Supercoppa Europea e il premio come MVP della Champions 24/25. Il premio assegnato da France Football, insomma, è solo la ciliegina sulla torta.
Se per Dembélé l’estate 2023 sarà sicuramente la più importante della sua carriera in termini positivi, per Neymar è solo l’inizio della fine. Dopo 9 anni in Europa arriva l’Arabia: una meta che spiega da sola la parabola discendente del 10. Ma la realtà sarà ancora più cruda, a causa di un infortunio gravissimo che lo costringe a chiudere con sole 7 presenze e una segnatura la sua esperienza in medio oriente.
O’Ney, oggi, arranca tra qualche sprazzo di puro talento e tante ombre che non sembrano trovare luce neanche nel suo Santos. Quello stesso talento che non è bastato negli anni precedenti a cogliere il riconoscimento individuale più importante del mondo del calcio.
Ha vissuto il suo prime nel pieno dell’era Ronaldo-Messi, poi l’addio alla sua amata Barcellona, per diventare protagonista assoluto e scrollarsi di dosso l’effige di secondo violino.
Alla fine dell’avventura francese, dopo ben 6 stagioni, solo 173 le presenze registrate, impreziosite però da 118 reti, 5 campionati, 2 coppe di lega, 3 coppe di Francia e 3 Supercoppe francesi. La Champions? Solo sfiorata nel 2020 a conclusione di una gara da mattatore assoluto ma senza gloria, nell’unico anno in cui, peraltro, il pallone d’oro non venne assegnato.
Stessa sorte in nazionale: gli infortuni sofferti con il PSG ne hanno minato il percorso anche oltreoceano – costringendolo a saltare l’edizione vinta dai verdeoro nel 2019 -, mentre la dea bendata non è stata benevola in occasione della finale del 2021, giocata anch’essa da mattatore assoluto ma senza vincerla. Proprio quella finale che poteva sancire la sua consacrazione in nazionale, ha dato invece inizio all’epopea argentina di Messi & co.
Per tutti l’erede alla corona di Pelè, il successore della diarchia tra la Pulce e CR7. La sua avventura post-Barça, invece, si è trasformata in una serie di sfortunati eventi, tra tanti (troppi) infortuni, due finali perse e l’occasione mancata di entrare nel gotha del calcio mondiale.
Cosa sarebbe successo se Neymar avesse resistito alle sirene parigine? Il Barcellona avrebbe vinto ancora? Messi avrebbe ceduto lo scettro di protagonista assoluto al giovane amico? O la presenza della pulce sarebbe rimasta, comunque, troppo ingombrante? E se invece avesse creduto fortemente nel progetto di Luis Enrique, il PSG sarebbe quello che è adesso?
Questione di treni sbagliati. O forse si tratta solo del tempismo? A distanza di 6 anni il treno di Dembélé è lo stesso dell’ex Santos. Stesse stazioni di partenza e di destinazione. Se per il brasiliano è stato il treno di non ritorno verso una spirale di ingloriosi fallimenti, per il francese rappresenterà la svolta inequivocabile di una carriera fin lì discreta. E quel filo rosso continua a legare queste due personalità tanto diverse che mai come ora vivono momenti opposti della carriera di un giocatore.
Chiamato a sostituire il talento cristallino di Neymar al Barcellona, Dembélé si è ritrovato a onorare un impegno simile molto dopo, ma in quel di Parigi, in un momento in cui sembrava aver perso le coordinate per l’olimpo del calcio. E così il brasiliano, designato erede dell’egemonia Messi-Ronaldo, verrà ricordato al pari dei vari Iniesta, Ribery, Lewandowski e compagnia: solo come uno di quegli incredibili talenti oscurati dal dualismo più duraturo della storia del calcio. Il principe mai diventato re.
Francesco Mascali
(Fonte foto: Football Desire)
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