A un passo dalla storia: il Giappone si arrende proprio sul più bello, perdendo ai sedicesimi dei Mondiali 2026 col Brasile e vedendo sfumare il sogno di arrivare in fondo. Un’impresa ardua già in partenza, ma alla portata del gruppo nipponico, ritenuto da molti il migliore di sempre.
I ventisei giocatori scelti dal commissario tecnico, Hajime Moriyasu, hanno conquistato l’affetto e la stima di numerosi appassionati e addetti ai lavori. A tutte le latitudini. Ciò sia in virtù di quanto fatto sul campo che, soprattutto, fuori. Già nella precedente edizione dei Mondiali, quattro anni fa in Qatar, i nipponici stupirono battendo Germania e Spagna e piazzandosi al primo posto nel girone.

Zion Suzuki, numero uno del Giappone e del Parma, autore di ottime prestazioni ai Mondiali in America. (Fonte: Japanese Football).
Anche in quel caso, però, l’avventura mondiale giunse al termine troppo presto, per via di una bruciante eliminazione ai calci di rigore con la Croazia agli ottavi di finale. Un ko che fa il paio con la beffarda sconfitta per 3-2 in rimonta col Belgio a Russia 2018, sempre agli ottavi. Quest’anno, il Giappone pareva avere tutte le carte in regola per invertire la tendenza.
Dopo un ottimo debutto con l’Olanda (2-2, con Nakamura e Kamada a rispondere a Van Dijk e Summerville), gli uomini di Moriyasu mettono in mostra il meglio del proprio repertorio contro la malcapitata Tunisia, travolta con un roboante successo per 4-0 nella seconda giornata.
Un poker, propiziato dalle reti di Kamada e Itō e dalla doppietta di Ueda, che rappresenta il miglior successo nella storia del Giappone ai Mondiali. Nell’ultima giornata arriva un pareggio per 1-1 con la Svezia, con cui gli asiatici chiudono il girone al secondo posto alle spalle dell’Olanda e staccano il pass per i sedicesimi contro il Brasile.

I giocatori del Giappone festeggiano la rete di Kaishū Sano che vale il momentaneo vantaggio contro il Brasile. (Fonte: Japanese Football).
Nonostante la portata dell’avversario, i nipponici non mostrano alcun timore reverenziale e sbloccano il match alla mezz’ora con Kaishū Sano. Il centrocampista sfrutta un errore dei verdeoro, si invola verso l’area avversaria e lascia partire un destro dal limite che non lascia scampo ad Alisson. Un intero popolo esplode di gioia.
Il Giappone è in fiducia, ma nella ripresa la superiorità tecnica del Brasile e i cambi di Ancelotti fanno la differenza. Il pari di Casemiro non abbatte i Samurai Blu, che provano strenuamente ad andare ai supplementari. La rete di Gabriel Martinelli sul gong rende vano l’obiettivo e impedisce al Giappone “più forte di sempre” di provare a scrivere un’incredibile pagina di storia.
L’eliminazione, però, non cancella quanto fatto vedere dai ragazzi di Moriyasu. Primi a qualificarsi tra le 45 Nazionali che hanno preso parte alle qualificazioni, i giapponesi portano a casa una valigia piena zeppa di ricordi memorabili e cartoline da conservare a lungo di un’esperienza che tornerà utile.

Col suo ingresso contro la Svezia, Yūto Nagatomo è diventato il primo calciatore asiatico a scendere in campo in cinque edizioni dei Mondiali. (Fonte: Japanese Football).
Il Giappone non è più da tempo la regina incontrastata dell’Asia (l’ultima vittoria della Coppa d’Asia risale al 2011), eppure è da anni la Nazionale asiatica più competitiva sul palcoscenico più importante. Lo dimostrano le vittorie con squadre del calibro di Germania e Spagna e le imprese sfiorate con Belgio, Croazia e Brasile.
Tra i migliori del torneo spiccano Daichi Kamada, autore di due reti, Ayase Ueda, decisivo con la doppietta con la Tunisia, e Kaishū Sano, autore dello storico vantaggio col Brasile. Positivo anche il contributo di Dōan e del portiere Suzuki, mentre diversi giovani hanno confermato come il ricambio generazionale sia ormai una certezza. Pesa, e non poco, l’assenza dai convocati degli infortunati Mitoma e Minamino.
Se il Giappone ha conquistato il rispetto del mondo per il proprio calcio, altrettanto ha fatto per il comportamento esemplare mostrato fuori dal campo. Ancora una volta, i tifosi nipponici hanno dato prova di straordinario senso civico, trattenendosi sugli spalti per raccogliere i rifiuti e lasciare gli stadi perfettamente puliti, indipendentemente dal risultato.

Hajime Moriyasu, 58 anni da compiere il prossimo 23 agosto, commissario tecnico della Nazionale giapponese dal 2018. (Fonte: Japanese Football).
Un gesto ormai diventato simbolo della cultura giapponese, che continua a stupire il pubblico internazionale a ogni grande manifestazione. Lo stesso vale per la squadra. Al termine di ogni gara, i giocatori hanno lasciato lo spogliatoio in condizioni impeccabili, ringraziando il Paese ospitante con messaggi di gratitudine e piccoli omaggi.
Un’abitudine che il Giappone porta avanti da anni e che rappresenta uno dei tratti distintivi della Nazionale. Anche Hajime Moriyasu è diventato un personaggio amatissimo. Le telecamere lo hanno spesso immortalato mentre prendeva appunti sul suo inseparabile taccuino durante le partite, annotando movimenti, correzioni e dettagli tattici, e quando ha salutato i tifosi con un inchino, il cosiddetto saikeirei.
Si tratta del più formale dei tre inchini della cultura giapponese, quello che esprime rispetto, gratitudine e scuse. Gli altri due sono l’eshaku, il meno formale (lo si utilizza con conoscenti, amici e colleghi dello stesso rango) e il più formale keirei, che si adotta negli affari, con i propri superiori al lavoro e per accogliere i clienti.

Il saikeirei, l’inchino più formale e profondo nella cultura giapponese, con cui il ct Moriyasu omaggia i sostenitori del Giappone. (Fonte: Barça Archive).
Un’immagine che racconta perfettamente il suo modo di intendere il calcio: preparazione, studio e attenzione maniacale ai particolari. L’entusiasmo che accompagna la Nazionale va ben oltre il campo. In Giappone il calcio è ormai parte integrante della cultura popolare e convive con il mondo degli anime e dei manga, che negli anni hanno contribuito ad avvicinare milioni di giovani a questo sport.
Opere come Captain Tsubasa (Holly e Benji), Blue Lock, Aoashi e Inazuma Eleven GO hanno ispirato intere generazioni di calciatori e tifosi, alimentando un movimento che continua a crescere. Non è un caso che tanti giocatori della Nazionale abbiano più volte raccontato di essere cresciuti proprio guardando o leggendo queste opere.
L’eliminazione lascia inevitabilmente amarezza, ma conferma anche quanto il Giappone sia ormai diventato una realtà credibile del calcio mondiale. Organizzazione, disciplina, rispetto e una generazione di talento fanno pensare che il traguardo dei quarti di finale, finora mai raggiunto, sia soltanto rimandato.

Stagione da incorniciare per Ayase Ueda, autore di 36 gol, di cui 26 col Feyenoord e 10 col Giappone. (Fonte: Japanese Football).
I Samurai Blu hanno ampiamente dimostrato di poter guardare negli occhi chiunque. Il prossimo passo sarà riuscire finalmente a superarle quando conta davvero. Il percorso che ha portato il Giappone a competere stabilmente con le grandi potenze mondiali, però, non nasce per caso.
Alle spalle dei risultati ottenuti dalla Nazionale c’è un progetto costruito con pazienza e lungimiranza da oltre trent’anni. Nel 1992 la Federcalcio giapponese presentò il celebre “100 Year Vision”, un piano strategico entrato pienamente in funzione nel 1996 che fissava obiettivi ambiziosi.
Tra questi, creare un campionato professionistico, radicare il calcio nella cultura popolare e vincere un Mondiale entro il 2092. Il primo tassello di questa rivoluzione arrivò il 15 maggio 1993, quando davanti a circa 60.000 spettatori il Tokyo National Stadium ospitò la sfida inaugurale della neonata J.League tra Verdy Kawasaki e Yokohama Marinos.

Il sogno del Giappone sfuma sul più bello, ma i nipponici abbandonano la Coppa del mondo con la consapevolezza di aver dato tutto. (Fonte: Japanese Football).
Da quel momento il calcio giapponese cambiò volto. Gli investimenti nei vivai, nelle infrastrutture e nella formazione degli allenatori permisero al movimento di crescere anno dopo anno, fino a trasformare il Giappone in una delle realtà più organizzate e rispettate del panorama internazionale.
Il ct Moriyasu potrebbe lasciare la panchina, ma la Federazione calcistica giapponese vorrebbe confermarlo, ritenendolo l’uomo giusto per guidare la squadra del paese del Sol Levante anche ai Mondiali 2030. Nel frattempo, i nipponici disputeranno la Coppa d’Asia 2027 in Arabia Saudita, con l’obiettivo di tornare a vincere il trofeo dopo sedici anni. Il futuro del calcio giapponese è più radioso che mai.
Fonte foto in evidenza: Pitch Wire (X)
Dennis Izzo
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Coordinatore editoriale di Voci di Città, nasce a Napoli nel 1998. Tra le sue tanti passioni figurano la lettura, i viaggi, la politica e la scrittura, ma soprattutto lo sport: prima il calcio, di cui si innamorò definitivamente in occasione della vittoria dell’Italia ai Mondiali 2006 in Germania, poi il basket NBA, che lo tiene puntualmente sveglio quasi tutte le notti da ottobre a giugno. Grazie a VdC ha la possibilità di far coesistere tutte queste passioni in un’unica attività.
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