Stiamo vivendo in un’epoca particolarmente drammatica segnata da guerre e conflitti che pensavamo appartenessero esclusivamente al passato e ai libri di storia. Invece, come qualche saggio disse una volta, “la storia si ripete“ e questo susseguirsi di eventi colpisce anche l’Italia del calcio in un autentico psicodramma. Già, perché, con le dovute differenze e non volendo assolutamente paragonare le sofferenze di una guerra con quelle di una partita di calcio, ieri sera in Bosnia si è verificato un altro attentato storico.
Da quello di Sarajevo del 28 giugno 1914 che portò alla morte dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria a quello di Zenica nella serata del 31 marzo 2026. Questa volta, però, la vittima è la nazionale di calcio italiana. Il primo, praticamente, fu la scintilla che accese definitivamente la Prima Guerra Mondiale in un teatro, quello balcanico, che era diventato una “polveriera” ingestibile. Il secondo, che per la terza volta consecutiva esclude l’Italia da un Mondiale di calcio, invece, viene minimizzato. Ormai, talmente abituati, il fallimento non provoca nessuna vergogna. Anzi, per qualcuno, è abitudine cercare di restare a galla nelle sue acque torbide.
Dopo l’ennesima disfatta azzurra, che in confronto Caporetto spostati (giusto per restare in tema Prima Guerra Mondiale), nessuno ha il coraggio di ammettere le proprie colpe. Di fare un passo indietro. Di assumersi le proprie responsabilità. D’altronde, purtroppo, rientra in una “nuova” vergognosa normalità non qualificarsi per una Coppa del Mondo. Come se sarebbe stato un qualcosa di anomalo e clamoroso il passaggio del turno. O meglio, come se sarebbe stato “scalare un Everest” per citare le parole del c.t. azzurro alla vigilia della gara.
L’Italia, nazione quattro volte campione del mondo, in cui si mangia quotidianamente “pane e pallone”, in cui il tempo viene scandito in stagioni, Europei e Mondiali, rimane ancora una volta vittima di sé stessa. Vittima di quei signori che, mentre cercano di rimanere incollati alle proprie poltrone, fanno a pezzi la storia del calcio italiano. Che mandano in frantumi, cancellano dalla memoria (storica), pagine e pagine di successi, trionfi, gloria.

I giocatori dell’Italia duranti i rigori contro la Bosnia – Fonte Foto: Gazzetta.it
Da parte di questi “signori” qui, ormai, nessun rossore. Nessun pudore. Nessuna dignità. Ma soltanto una grande, enorme, gigantesca faccia tosta. Quasi – anzi senza il quasi – a prendere in giro milioni di italiani che ancora sperano in quel tricolore che è come una seconda pelle. A prendere in giro milioni di bambini che non hanno ancora visto l’Italia a un Mondiale. Che non sanno cosa significhi vivere notti magiche che si ricorderanno per sempre, anche quando saranno grandi. A prendere in giro di milioni di anziani che, molto probabilmente, moriranno senza più vedere l’Italia giocarsi una Coppa del Mondo.
Notti ormai divenute “tragiche” mentre, chi è artefice di questo attentato all’Italia e alla sua storia, si presenta davanti a telecamere e microfoni con delle dichiarazioni che rasentano il ridicolo. Ma che, se vogliamo, testimoniano il livello di chi abita all’interno dei palazzi del nostro calcio. “Complimenti a Gattuso e ai nostri ragazzi“, e ancora “Hanno dato tutto, hanno perso da eroi“.
Non per dire, ma complimenti per cosa? Ma, soprattutto, eroi di che? Per non aver centrato una qualificazione alla nostra portata contro delle nazionali nettamente inferiori? Eroi per non aver avuto la personalità di gestire la “pressione” di battere, con tutto il rispetto, la Bosnia Erzegovina? Parole che ingannano, prendono in giro l’intelligenza delle persone, cercano di fuorviare la realtà delle cose. Più ci sentiamo eroi nella sconfitta, più queste persone non fanno un passo indietro, più tardi ne usciremo da questo incubo.

Gabriele Gravina, presidente della FIGC – Fonte Foto: LaPresse
E, come se non bastasse, un’altra dichiarazione sta creando una bufera Social e non solo. “Come mai negli altri sport andiamo bene e nel calcio siamo in crisi? Il calcio è uno sport professionistico, gli altri invece sono sport dilettantistici“. Una frase, una risposta, che racchiude tutta la presunzione e l’arroganza di chi guida il Giuoco del Calcio Italiano.
Già, perché, quei “dilettanti”, che non hanno tutte le comodità dei “professionisti”, che non si allenano nelle stesse strutture all’avanguardia, che guadagnano quanto “le tate e i cuochi dei calciatori” (citando le parole di Irma Testa) e che possibilmente fanno anche più sacrifici, riescono a portare in alto la nostra bandiera e far innamorare i bambini allo sport. I “professionisti”, invece, e chi li sta dietro portano tristezza e disonore riuscendo per la terza volta consecutiva a non qualificarsi per un Mondiale.
E ancora, quei “dilettanti” riscrivono nuove bellissime pagine di storia e fanno il record di medaglie ai Giochi Olimpici di Parigi 2024 e ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026. I “professionisti“, invece, scrivono l’ennesima pagina nera del calcio italiano che andrebbe messa al rogo come ai tempi della censura. Insomma, una totale mancanza di umiltà che risiede sia nelle dichiarazioni sia nella decisione di non presentare le dimissioni che un Paese intero invoca ormai da tempo.
Riprendendo l’assonanza o, se preferite, la comparazione che si faceva all’inizio dei due attentati in Bosnia (uno reale, l’altro concettuale), si spera che quanto avvenuto ieri sera possa essere il punto di svolta del calcio italiano. Come l’attentato di Sarajevo non fu la causa unica della guerra ma la scintilla che fece esplodere una situazione già molto tesa, allo stesso modo, la speranza è che l’attentato di Zenica possa essere la miccia che accende la rivoluzione all’interno del nostro sistema calcistico che presenta così tanti problemi alla base.
Nessuna guerra, nessun conflitto, semplicemente una presa di coscienza. Un sussulto di dignità e umiltà. Un passo indietro doveroso. Per poi effettuare una ricostruzione di tutto il sistema quanto mai necessaria dopo la disfatta di ieri sera e degli ultimi dodici anni. Parole, queste, che si sono dette anche dopo la Svezia e la Macedonia del Nord senza aver ottenuto nessun effetto. Questa volta, però, dopo aver toccato il punto più basso della storia del calcio italiano, è obbligatorio rifondare tutto. È fondamentale ricostruire sulle macerie che ha lasciato l’attentato di Zenica. Del resto, l’Italia del calcio è morta.
Fonte Foto in Evidenza: Chatgpt.com
Giuseppe Rosario Tosto
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Giuseppe, classe 1999, aspirante giornalista, è laureato in Scienze Politiche (Relazioni Internazionali) ma, fin da piccolo, è appassionato di sport e giornalismo. Simpatiche, si fa per dire, le scene di quando ancora bambino si sedeva nel bar del padre e leggeva la Gazzetta dello Sport “come quelli grandi“.
Entrato a far parte di Voci di Città, prima, come tirocinante universitario e, poi, come scrittore nella redazione generalista e sportiva, con il passare del tempo è diventato uno dei due Coordinatori della Redazione. Oltre a far da Tutor per Tirocinanti e a svolgere il ruolo di Correttore di Bozze, al termine di ogni giornata di campionato cura personalmente la rubrica “Serie A, top&flop”. Un modo originale, con protagonisti i giocatori che si sono distinti in bene e in male, per vedere tutto quello che è successo nel fine settimana di calcio italiano.
Inoltre, coordina la squadra di Calciomercato, Europei e Mondiali. Scrive di tennis (il suo sport preferito, dopo il calcio) e NBA (non si contano più le notti passate in bianco per vedere le partite live). Infine, si occupa anche delle breaking news che concernono i temi più svariati: dallo sport all’attualità, dalla politica alle (ahinoi) guerre, passando per le storie più importanti e centrali del momento.
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