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NBA: la carriera da record di Westbrook all’insegna del “Why Not?”
13 Agosto 2026
Basket

NBA: la carriera da record di Westbrook all’insegna del “Why Not?”

Home » Voci di Sport » Basket » NBA: la carriera da record di Westbrook all’insegna del “Why Not?”

Ci sono giocatori che si ritirano e lasciano dietro di sé una carriera. E poi ci sono giocatori che, quando smettono, sembrano portarsi via un’intera epoca. Russell Westbrook appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Diciotto stagioni in NBA, un MVP, nove convocazioni all’All-Star Game, più di 27.000 punti, oltre 10.000 assist e soprattutto 209 triple-doppie, un record che fotografa soltanto in parte la grandezza di un giocatore impossibile da incasellare.

Nella giornata di ieri, a 37 anni, Westbrook ha annunciato ufficialmente il ritiro dal basket giocato, mettendo la parola fine a una delle carriere più spettacolari, controverse e affascinanti della storia recente della NBA. Perché parlare di Russell Westbrook significa parlare di numeri, ma fermarsi ai numeri sarebbe un errore.

La sua storia è fatta di velocità, rabbia, orgoglio, cadute e rinascite. È la storia di un giocatore che ha trascinato la propria squadra fino al limite delle proprie possibilità e che, allo stesso tempo, ha spesso pagato a caro prezzo il suo modo di interpretare la pallacanestro. Westbrook non è mai stato un giocatore normale. E forse non ha mai voluto esserlo.

Westbrook

Russell Westbrook si ritira dopo 18 anni in NBA tra Thunder, Rockets, Wizards, Lakers, Clippers e Kings, per un totale di 1436 partite complessive. (Fonte: NBA.com).

NBA, Westbrook si ritira a 37 anni

Nato a Long Beach, in California, nel 1988, Westbrook si affaccia al grande basket passando da UCLA, l’università di Los Angeles, prima di essere selezionato con la quarta scelta assoluta al Draft NBA del 2008 dai Seattle SuperSonics, franchigia che proprio in quell’estate si trasferisce nell’Oklahoma, diventando gli Oklahoma City Thunder.

È l’inizio di un’avventura destinata a segnare profondamente la NBA. Al suo fianco c’è Kevin Durant, talento generazionale destinato a diventare uno dei più grandi realizzatori della storia della lega. Poco dopo arriva anche James Harden, terza scelta al Draft 2009. Tre giovani stelle, una franchigia ambiziosa e la sensazione che il futuro dell’NBA possa parlare la lingua dell’Oklahoma.

Nel 2012 quella sensazione diventa realtà. I Thunder raggiungono le Finals, ma si arrendono ai Miami Heat di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh. Quella sconfitta pare soltanto il primo capitolo di una storia destinata a durare a lungo. Le cose, però, vanno diversamente.

Pochi mesi dopo la sconfitta alle Finals, Harden non trova l’accordo per l’estensione contrattuale e passa agli Houston Rockets via trade. Quattro anni più tardi, i Thunder si fanno clamorosamente rimontare da Golden State in Finale di Conference (da 3-1 a 4-3). In estate, Durant va via, firmando proprio coi Warriors. Westbrook rimane. E da quel momento la sua carriera cambia completamente.

Russell Westbrook col premio di MVP vinto nella stagione 2016-2017, in cui portò i Thunder ai playoff con una tripla doppia di media. (Fonte: RSI).

L’MVP e una stagione da incorniciare

La stagione 2016-2017 avrebbe potuto essere l’inizio del declino di Oklahoma City. Diventa invece quella consacrazione definitiva di Russell Westbrook. Senza Durant, il numero 0 prende letteralmente possesso della squadra. Corre, segna, attacca, assiste e cattura rimbalzi con una furia agonistica che sembra non conoscere limiti.

Chiude la regular season con 31,6 punti, 10,7 rimbalzi e 10,4 assist di media, realizzando 42 triple doppie e superando il precedente record stagionale di Oscar Robertson, che resisteva da 55 anni. Diventa inoltre il primo giocatore dai tempi di Big O a chiudere una stagione con una tripla doppia di media.

Il riconoscimento finale è inevitabile: MVP della regular season. Ma quella stagione rappresenta qualcosa di più di un premio individuale. È la trasformazione di Westbrook in un simbolo. Il suo modo di giocare divide gli appassionati: c’è chi vede un atleta devastante e chi, invece, considera eccessivo il suo individualismo.

Westbrook

Russell Westbrook, Kevin Durant e James Harden, giovane Big 3 degli Oklahoma City Thunder dal 2009 al 2012. (Fonte: The Sporting News).

Più forte dei dubbi e delle critiche

Entrambe le interpretazioni hanno qualcosa di vero. Westbrook è stato capace di regalare alcune delle prestazioni più elettrizzanti della sua generazione. Ma è stato anche capace di esasperare i propri difetti fino a renderli impossibili da ignorare. È proprio questo il paradosso che accompagnerà tutta la sua carriera.

Il giocatore che non conosceva mezze misure. Velocità: questa è probabilmente la parola che meglio descrive Russell Westbrook. Non soltanto la velocità delle gambe, ma quella del pensiero, delle emozioni, delle decisioni. Ogni rimbalzo diventava l’inizio di un contropiede. Ogni possesso sembrava avere un’importanza enorme.

Ogni schiacciata era accompagnata da un’esultanza capace di incendiare il palazzetto. Westbrook giocava sempre al massimo. Ed è proprio questo che lo ha reso tanto amato quanto criticato. Nel corso degli anni sono arrivati i meme, le critiche al tiro, le palle perse, il celebre soprannome “Westbrick” e una quantità enorme di discussioni sul suo reale valore.

Westbrook in azione con Team USA, con cui ha vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 2012 e i Mondiali di Turchia 2010. (Fonte: The Sporting News).

Una carriera da record

Eppure lui ha continuato a giocare nello stesso modo. Non ha mai smesso di correre. Non ha mai smesso di attaccare. Non ha mai smesso di essere Russell Westbrook. E intanto i numeri continuavano ad accumularsi. Quattro stagioni chiuse con una tripla-doppia di media, nel 2016-2017, 2017-2018, 2018-2019 e 2020-2021.

Un’impresa che prima di lui era riuscita soltanto a Oscar Robertson e che sembrava appartenere a un’altra epoca della pallacanestro.  Alla fine saranno 209 triple-doppie, più di chiunque altro nella storia NBA. Ma non è soltanto il record assoluto a raccontare la sua grandezza. Westbrook chiude la carriera al quinto posto di sempre per assist, con 10.351, e al quattordicesimo per punti, con 27.176.

È uno dei soli giocatori nella storia ad aver superato contemporaneamente quota 25.000 punti e 10.000 assist, nonché la point guard con più punti di sempre. E c’è un altro dato che dice molto della sua carriera: è stato due volte miglior realizzatore NBA e tre volte leader negli assist. Un giocatore capace di guidare la lega sia segnando che creando per gli altri.

Westbrook

Westbrook con James Harden nel 2019-2020. Il Barba è stato suo compagno di squadra in tre squadre diverse (Thunder, Rockets e Clippers).

L’addio a OKC e il ritorno da Harden

Nel 2019, Westbrook saluta OKC dopo undici anni e si accasa agli Houston Rockets, ritrovando James Harden. I due avevano già condiviso tre anni a Oklahoma City, raggiungendo insieme le Finals nel 2012. Dopo anni trascorsi su strade differenti, si ritrovano a Houston con un obiettivo comune: conquistare il titolo NBA.

Per alcuni mesi la coppia funziona. Westbrook ritrova entusiasmo e libertà, Harden continua a essere il principale motore offensivo della squadra e i Rockets sembrano poter rappresentare una seria minaccia a Ovest. Il sogno, però, dura poco. Houston non riesce a superare il secondo turno e il progetto si dissolve. Ancora una volta, Westbrook deve ripartire.

Ed è proprio qui che emerge uno dei paradossi più grandi della sua carriera. Il palmarès individuale di Westbrook è quello di una leggenda: MVP, nove All-Star Game (due volte MVP), nove selezioni All-NBA (due nel primo quintetto), due titoli di miglior realizzatore e tre di miglior assist-man. Se non bastasse, Russ è il leader all-time per triple-doppie (209) e stagioni in tripla-doppia di media (4), è stato inserito nell’NBA 75th Anniversary Team ed ha anche vinto una medaglia d’oro olimpica con Team USA nel 2012.

Westbrook è il quattordicesimo miglior realizzatore (27176 punti) e il quinto miglior assist-man (10351 assist) nella storia dell’NBA. (Fonte: Olympics.com).

Il titolo NBA, un sogno destinato a rimanere tale

Manca però la cosa che, nel basket americano, viene spesso utilizzata come metro definitivo della grandezza: il titolo NBA. Westbrook non lo ha mai vinto. È una delle anomalie più curiose della sua generazione. Un giocatore presente nelle Finals, protagonista di stagioni da MVP, capace di riscrivere record statistici e di giocare per anni al massimo livello, ma mai riuscito a mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy.

E forse è proprio questa assenza a rendere la sua storia ancora più interessante. Houston, Washington, Lakers, Denver, Sacramento. La seconda parte della carriera assume progressivamente contorni differenti. Westbrook non è più il giocatore che domina ogni possesso. L’età avanza, il fisico presenta il conto e la NBA diventa sempre più sofisticata.

Arriva anche il passaggio ai Lakers, probabilmente il capitolo più complicato della sua carriera. Le aspettative sono enormi, ma il matrimonio non funziona. Le critiche diventano ancora più feroci. Eppure proprio negli ultimi anni emerge un aspetto forse più importante dei numeri. Westbrook impara a cambiare. Accetta un ruolo diverso.

Russell Westbrook chiude la carriera ai Sacramento Kings, con cui ha disputato la scorsa stagione da riserva di lusso. (Fonte: NBA.com).

Westbrook chiude la carriera a Sacramento

Dalla superstar assoluta diventa un veterano capace di portare energia dalla panchina, creare gioco, difendere e trascinare emotivamente i compagni. Non è semplice per un giocatore che ha trascorso gran parte della propria carriera al centro della scena. Westbrook, però, riesce a farlo senza perdere la propria identità.

Anche nell’ultima stagione, in quel di Sacramento, ormai lontano dalla versione devastante del suo prime, ha continuato a produrre numeri e prestazioni degne di nota: 15,2 punti e 6,7 assist in 64 partite con quasi 30 minuti per gara. La versione di Mr. Triple Double ammirata ai Kings rende l’idea di ciò che il classe ’88 ha rappresentato e continuerà a rappresentare nel mondo del basket.

Westbrook, del resto, ha costruito una propria identità anche lontano dal parquet. La sua Why Not? Foundation, il progetto Honor the Gift, la moda, il rapporto con la famiglia e le iniziative dedicate ai più giovani raccontano un uomo che ha sempre cercato di utilizzare la propria popolarità per lasciare qualcosa anche fuori dal campo.

Westbrook

Westbrook è molto attivo nel sociale con la sua Why Not? Foundation. (Fonte: Russell Westbrook Why Not? Foundation).

Why Not? Westbrook e l’arte di non arrendersi mai

“Why Not?” non è mai stato soltanto uno slogan. È diventato una filosofia. Perché non provarci? Perché non essere diversi? Perché non continuare a credere nelle proprie possibilità anche quando gli altri hanno già smesso di farlo? Nel video con cui ha annunciato il ritiro, Westbrook ha scelto proprio questa dimensione più personale, affidando il racconto della sua carriera a una riflessione sul viaggio compiuto e su ciò che verrà dopo il basket.

In un mondo nel quale gli atleti vengono spesso trasformati in prodotti perfettamente confezionati, Westbrook ha scelto una strada diversa. Ha scelto di essere riconoscibile. A volte esagerato. A volte imperfetto. Ma sempre se stesso. Il suo ritiro arriva in un momento particolarmente significativo per la NBA.

La generazione che ha dominato la lega nell’ultimo decennio e mezzo sta progressivamente lasciando spazio ai nuovi protagonisti. Westbrook, Harden, Durant, Curry e LeBron hanno rappresentato una parte enorme della storia recente della pallacanestro. Ognuno con il proprio stile. Ognuno con le proprie vittorie e le proprie sconfitte. Westbrook, però, ha lasciato anche qualcosa di diverso.

Nel corso della sua carriera, Westbrook ha vinto due volte il premio di MVP dell’All-Star Game, nel 2015 e nel 2016. (Fonte: Heavy Sports).

L’NBA saluta uno dei giocatori più iconici della storia

Non è stato il più vincente. Non è stato il più elegante. Non è stato il più efficiente. Ma nessuno ha giocato come lui. Forse è proprio questo che rimarrà. Il rumore delle sue schiacciate. Le urla dopo un canestro. Il pugno sul petto. Gli occhi spalancati. La corsa a tutto campo. La voglia di dimostrare, ancora una volta, che fosse possibile.

Russell Westbrook ha passato diciotto anni a giocare come se il tempo stesse per scadere. Adesso che il tempo è davvero scaduto, la NBA si ritrova un po’ più silenziosa. Perché il numero 0 non è mai stato soltanto un numero. È stato un’attitudine. È stato un modo di vivere il basket. Why not?

Ed è forse questa la risposta che Russell Westbrook ha dato per tutta la sua carriera. A chi gli diceva che non avrebbe potuto. A chi gli diceva che non avrebbe dovuto. A chi gli chiedeva di cambiare. Lui ha semplicemente continuato a correre. E dopo diciotto stagioni, 209 triple-doppie e una quantità incalcolabile di rumore, ha deciso di fermarsi.

Fonte foto in evidenza: GQ.com

Dennis Izzo

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Coordinatore editoriale di Voci di Città, nasce a Napoli nel 1998. Tra le sue tanti passioni figurano la lettura, i viaggi, la politica e la scrittura, ma soprattutto lo sport: prima il calcio, di cui si innamorò definitivamente in occasione della vittoria dell’Italia ai Mondiali 2006 in Germania, poi il basket NBA, che lo tiene puntualmente sveglio quasi tutte le notti da ottobre a giugno. Grazie a VdC ha la possibilità di far coesistere tutte queste passioni in un’unica attività.

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