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Più di un’intelligenza artificiale: perché parliamo con ChatGPT?
01 Aprile 2025
Societas

Più di un’intelligenza artificiale: perché parliamo con ChatGPT?

Home » Societas » Più di un’intelligenza artificiale: perché parliamo con ChatGPT?

Milioni di utenti ogni giorno utilizzano con modi e per scopi differenti il notissimo chatbot ChatGPT. Se la maggior parte di loro se ne serve per lavoro, per facilitarsi l’organizzazione quotidiana o per sintetizzare e schematizzare un capitolo di storia, tanti altri lo utilizzano solamente per chattare con qualcuno.

ChatGPT: il nuovo assistente personale

Ormai chatGPT ha assunto un ruolo fondamentale nelle nostre vite  e nel lavoro di tutti i giorni, offrendoci varie scorciatoie che ci evitano molte seccature. Se in parecchi settori è diventata una risorsa imprescindibile, in moltissimi altri l’intelligenza artificiale ha assunto degli utilizzi poco proficui. Moltissime scuole e università hanno denunciato l’uso improprio del chatbot, che è stato incaricato dagli studenti di scrivere tesi e svolgere compiti al loro posto. Ovviamente tale problematica porta alla luce uno scenario tutt’altro che positivo per le generazioni future. Se gli studenti di ogni ordine e grado si affidano quotidianamente all’intelligenza artificiale per svolgere compiti e progetti che dovrebbero aiutarli a formarsi, sorge spontaneo chiederci quali competenze acquisiranno le nuove generazioni.

Spopolano sui social più frequentati dai giovani video virali che ironizzano sull’uso spasmodico di questo strumento. Anche da una breve scrollata sullo schermo risulta chiaro come man man ChatGPT sta sempre più perdendo la definizione di oggetto, diventando nell’immaginario collettivo un vero e proprio compagno su cui fare affidamento.

Un “amico virtuale”

In una società sempre più influenzata da ciò che accade in rete e sui social, molte persone, soprattutto tra gli adolescenti e gli under trenta, si sentono soli. Le motivazioni che provocano tale sensazione di abbandono sono varie e sicuramente il distacco interpersonale creato dall’era dei social ha delle responsabilità. In tanti, forse troppi, cercano quotidianamente rifugio da questo senso di vuoto nell’intelligenza artificiale.

Uno studio condotto da MIT Media Lab in cooperazione con OpenAI, ha rivelato che dei 400 milioni di utenti che ogni settimana utilizzano ChatGPT, una parte di loro lo fa solamente per scambiare due parole e sfogarsi. Lo studio mette in luce come questo insolito, ma sempre più diffuso comportamento, porta alla nascita di un legame emotivo con l’intelligenza artificiale. Anche se il chatbot non è stato creato per questo utilizzo, gli utenti che ne sentono il bisogno lo usano quotidianamente per parlare dei propri problemi e farsi aiutare emotivamente. Kate Devlin, insegnante del King’s College di Londra, ha affermato “Le persone trovano in ChatGPT un alleato, anche se non era pensato per esserlo“. Questo comportamento fa emergere tantissime domande non solo sul perché in molti si sentano così, ma anche sulle conseguenze di tale approccio all’intelligenza artificiale.

“ChatGPT mi capisce”

Sentirsi capito e ascoltato da una macchina nata per essere a servizio dell’uomo sembra solo l’inizio di uno scenario preoccupante. Parlare tramite la chatbot conduce alla nascita di un “artificiale” rapporto emotivo. Le persone, sempre più costernate da solitudine  e malinconia, sfogano i propri problemi  e le proprie questioni più intime con chatGPT; vedendo in questo strumento un “alleato” si rivolgono ad esso addirittura con gentilezza “umana”. Anche questo aspetto è degno di nota perché ci mostra come molti siano più educati con un robot che con le persone.

Alcuni studiosi hanno osservato che il modo cortese con cui “parliamo” alla nuova intelligenza artificiale è profondamente diverso dal modo in cui ci rivolgiamo ad Alexa. Spesso ci capita di rivolgerci con urla violente contro questo l’assistente vocale che prima di ogni altro è entrato nelle nostre case. Stranamente la chat con cui si entra in contatto con chatGPT ha una connotazione opposta.

La gentilezza con ChatGPT

Ma cosa ci porta ad essere gentili con un robot? Le dinamiche attuali ci portano a parlare di antropomorfizzazione del software in questione che, in realtà, non ha nulla di diverso da una lavatrice, un aspirapolvere e così via. Gli studiosi, che hanno puntato i riflettori su tale comportamento, tendono a consigliare un cambio di rotta e una presa di coscienza generale. ChatGPT, in quanto strumenti tecnologico, deve essere considerato come tale, imparando a considerarlo come mezzo e non come persona.

Alcuni, al contrario,  vedono nell’atteggiamento di cordialità con cui ci si rivolge al software, una speranza per il miglioramento dei modi di rivolgersi al prossimo. I genitori che sentono i propri figli dare ordini con urla e aggressività ad Alexa confermano di avere preoccupazioni sull’educazione e sull’atteggiamento di figli. Dunque, da questo punto di vista, la cortesia mostrata con ChatGPT potrebbe anche essere vista come un’abitudine positiva.

Fonte foto in evidenza:Point

Alessia La Porta

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About Alessia La Porta

Nata a Taormina nel 2001 sotto il segno del toro che le ha conferito tanta pigrizia, ma anche caparbietà.  Amante di tutto ciò che c’è di bello al mondo e delle belle lettere, dopo la maturità classica si è iscritta alla facoltà di lettere a Catania. Ha sin da piccola amato leggere e scrivere, passioni di cui non può fare a meno tanto da sperare un giorno di farne un lavoro. Sogna spesso troppo in grande, ma d’altronde, audantes fortuna iuvat, o no?

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