MILANO, 9 MARZO 2025 – La Darsena si trasforma ancora una volta in teatro di violenza, ma stavolta il copione è diverso: non è l’aggredito a subire le conseguenze più dure, bensì il presunto aggressore. Nulla di insolito, si potrebbe pensare, se fosse stato fermato regolarmente dalle forze dell’ordine. E, invece, a fare giustizia sono uomini senza volto, nascosti dall’anonimato, che agiscono in branco e colpiscono con calci e pugni un ragazzo accusato di aver rubato una collana a una ragazza pochi istanti prima.
Per affrontare il discusso caso del gruppo “Articolo 52”, che negli ultimi giorni ha catalizzato l’attenzione pubblica con le sue “ronde anti-maranza” – pattugliamenti cittadini nel centro e nella periferia di Milano con l’obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza contro i cosiddetti maranza – è necessario fare un passo indietro e analizzare, seppur brevemente, il contesto in cui queste iniziative prendono forma e, soprattutto, il gruppo sociale contro cui questi pseudo-paladini della giustizia hanno deciso di portare avanti la loro battaglia.
Il termine maranza, coniato proprio a Milano, indica giovani spesso provenienti da quartieri disagiati e contesti di criminalità e povertà, accusati di compiere atti illeciti come furti, risse, rapine e spaccio. La parola ha acquisito popolarità grazie ai social, in particolare TikTok, e alla musica trap, con rapper come Baby Gang e Simba La Rue che ne hanno amplificato l’uso, rendendolo parte integrante del linguaggio giovanile e portando all’attenzione questo fenomeno.
Oggi, il termine “maranza” è entrato nel lessico comune e compare spesso nei titoli di cronaca, tanto a Milano quanto in altre città italiane, prevalentemente del Nord. Tuttavia, il suo significato è sfaccettato e non definito. Può indicare uno stile di vita, caratterizzato da un abbigliamento specifico (tute sportive, bomber neri, borselli e accessori griffati), un determinato gusto musicale (trap) e, per alcuni, una reale inclinazione alla microcriminalità.
Più che una semplice etichetta, maranza rappresenta uno spaccato della nostra società, un fenomeno che divide e incendia i dibattiti nell’opinione pubblica. Musica e abbigliamento a parte, è importante evitare di colpevolizzare l’arte o i gusti personali, così come di generalizzare ed etichettare indiscriminatamente i giovani.
Tornando a un’analisi più ampia del contesto, senza addentrarci in studi e statistiche sulla sicurezza o sull’insicurezza di Milano – temi già ampiamente trattati da numerosi articoli e affrontati quotidianamente dall’amministrazione comunale, che nel bene o nel male lavora per rendere la città più sicura e vivibile – ciò che oggi ci interessa è un dato incontestabile: Milano, sempre più internazionale, metropoli e socialmente sconfinata, sta attraversando un momento di percezione di insicurezza massima.

Polizia a Piazza Duomo, Milano – Fonte: milano.repubblica.it
Questo è un fatto evidente, testimoniato quotidianamente da articoli di cronaca, discussioni sui social e persino da pagine create ad hoc, come Milano Bella da Dio, che amplificano il malumore dei cittadini riguardo la sicurezza e la criminalità. Il crimine esiste, è chiaro e ampiamente documentato. Tuttavia, la negatività che permea il dibattito sulla sicurezza a Milano a volte sembra eccessiva, alimentata da opinioni esagerate, che meritano una riflessione approfondita.
Da questa riflessione nasce l’approfondimento di oggi. Se da un lato esiste una criminalità giovanile che agisce senza legge né paura, dall’altro l’esasperazione dei cittadini porta i malumori a tradursi in atti concreti, come le ronde autorganizzate che seguono le proprie interpretazioni della legge. Il gruppo “Articolo 52” nasce proprio in questo contesto.
Il nome scelto si ispira, probabilmente, a un ragionamento giuridico, poiché l’articolo 52 della Costituzione Italiana stabilisce che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, mentre l’articolo 52 del Codice Penale Italiano regola la legittima difesa, esonerando da punizione chi agisce per difendersi da un’ingiusta aggressione, nel rispetto della proporzionalità tra difesa e offesa.
L’identità dei membri di questo gruppo è ancora in fase di accertamento. Al momento, si sa che si organizzano principalmente attraverso i social media, utilizzando canali come Telegram per coordinare e promuovere le loro azioni. Il gruppo è divenuto celebre pubblicando su Instagram il video del pestaggio compiuto ai danni del malvivente accusato di furto in Darsena.

Aggressione sulla Darsena – Fonte: www.milanotoday.it
Successivamente, sui social sono diventate virali le dichiarazioni di uno dei suoi membri durante un’intervista al programma radiofonico “La Zanzara”, in cui ha affermato: “Se lo Stato non ci dà sicurezza, ce la prendiamo da soli”. Questa frase riassume perfettamente la filosofia del gruppo, che si considera giustiziere privato in risposta a quella che percepiscono come un’insufficienza delle istituzioni nel garantire la sicurezza pubblica. Le azioni del gruppo, che comprendono tanto l’organizzazione di ronde nei quartieri più a rischio quanto in quartieri di movida come la Darsena, vengono giustificate come una forma di legittima difesa della comunità.
L’approfondimento di oggi vuole concentrarsi su un aspetto peculiare, ma spesso trascurato: la normalizzazione della violenza. Se è vero che la criminalità, spesso perpetrata da giovani, esiste e agisce, è altrettanto vero che il miglior modo per contrastarla, secondo la legge, è l’intervento delle forze dell’ordine.
I cittadini hanno tutto il diritto di sentirsi insicuri, ma è fondamentale che i loro malumori trovino risposte nelle istituzioni. Lo Stato esiste, ha solide fondamenta ed è rappresentato da uomini e donne che ogni giorno cercano di svolgere il loro lavoro al meglio, tutelando il benessere collettivo. Il cittadino spaventato, che teme per la propria sicurezza, ha il diritto di alzare la voce e chiedere giustizia, ma deve farlo attraverso i canali e le sedi opportune.
L’approfondimento di oggi non intende stabilire chi abbia ragione o torto in questa specifica situazione; i tribunali esistono per questo. L’autodifesa è legittima, ma l’idea di organizzare delle ronde per cacciare i malviventi, documentando e ostentando il tutto sui social, sostituendosi alle forze dell’ordine, è un messaggio che non può e non deve essere accettato in alcun modo. Questo è un messaggio pericoloso e deve essere fermato. Non c’è spazio né Milano né in alcuna altra città italiana, per comportamenti fuorilegge e degni di una società anarchica.
Viviamo un periodo storico in cui la violenza, in tutte le sue forme, è protagonista del nostro immaginario quotidiano. Basti pensare ai social, con homepage piene di foto e video di atrocità belliche, a dibattiti sempre più polarizzati e accesi, e a pagine e individui che fanno della spettacolarizzazione della violenza la loro principale fonte di guadagno. Attraverso la viralità di “Articolo 52” abbiamo anche la prova che dai fatti si passa all’azione, e dunque si normalizzano comportamenti violenti e azioni pericolose.
L’approfondimento di oggi, che giunge al termine, interroga voi lettori su quanto stiamo normalizzando la violenza e su quale limite, se non lo Stato, dovrebbe imporci la nostra nostra etica.
Fonte Foto in Evidenza: Open.online
Marco Vasta
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Classe 1999, nato a Catania, laureato in Scienze Politiche, sia triennale che magistrale, ma soprattutto grande tifoso del Milan.
Dopo un’esperienza da redattore per VDC durante il tirocinio curriculare, Marco ha scelto di tornare a coltivare una delle sue più grandi passioni: la scrittura. E lo fa proprio nella redazione che, per un periodo importante della sua vita, è stata una vera casa.
Tra i suoi interessi, oltre a fingersi surfista per evitare le chiamate scomode con la frase “sono a mare, non prende”, spiccano la politica e tutto ciò che ha un impatto sociale. Per questo ha deciso di dedicare i suoi studi, il suo tempo libero e la sua penna al dibattito pubblico e ai temi d’attualità.
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