PALAZZO ADRIANO (PA) – A Palazzo Adriano convivono due diversi gruppi etnici: i latini ed i greco-albanesi. Dal punto di vista religioso i latini seguono il rito romano e i greco-albanesi quello bizantino. Ambedue i gruppi sono molto attaccati ai propri riti e conservano gelosamente usi, costumi e tradizioni.
Francesco Crispi, originario di Palazzo Adriano, con l’aiuto di altri suoi compaesani, appoggiò e sostenne nella fase iniziale la Spedizione dei Mille, monopolizzò le posizioni della Sinistra patriottica con il giornale La Riforma. A Palazzo Adriano durante tutto l’anno ci sono molte ricorrenze religiose e sociali dovute alla compresenza delle due differenti etnie: quella greco-albanese e quella latina. Ognuna di esse ama conservare e tramandare le antiche tradizioni, cerca di recuperare quelle tramontate sulla base dei ricordi e dei racconti delle persone anziane. Riportiamone alcune.
Nel rito bizantino si commemora la manifestazione della divinità di Cristo in occasione del battesimo nel fiume Giordano. La cerimonia si svolge in piazza Umberto I presso la fontana ottagonale del 1608; il sacerdote ne benedice le acque. In esse discende lungo un filo, dal campanile della chiesa di rito bizantino, una colomba legata con un nastro rosso rappresentante lo Spirito Santo. A tutti i presenti vengono distribuite arance benedette.
Dopo la celebrazione della Santa Messa in onore di S. Antonio Abate, il simulacro viene condotto davanti l’ingresso secondario della chiesa di rito bizantino. Il sacerdote procede alla benedizione degli animali, degli attrezzi agricoli e dei prodotti della terra servendosi di un mazzo di fiori che intinge nell’acqua benedetta. Infine benedice le persone che sfilano davanti la statua del Santo.
La vigilia del giorno di festa molte famiglie, “per grazia ricevuta”, imbandiscono le tavolate fatte a guisa di altari ricchi di pane lavorato in diverse forme: i “vuciddati”, i “pani di cena”, gli arnesi dell’artigiano S. Giuseppe (sega, scala, martello ecc.), diverse pietanze (cardi, broccoli in pastella, asfodeli, asparagi, finocchi di montagna) e dolci caratteristici (pignolate, sfingi, torte). Il padrone di casa serve le vivande della “tavulata” ai Santi, cioè a tre persone che rappresentano la Sacra Famiglia.
Le varie forme e i vari colori che si mettono sulla tavolata hanno un significato simbolico a sfondo religioso. Talvolta si prepara la “tavulata addumannata” ad opera di persone appartenenti indifferentemente all’uno o all’altro rito secondo un’antichissima tradizione sia orientale che occidentale, di cui c’è traccia anche nella Divina Commedia e nei Promessi Sposi. Indipendentemente dal loro ceto quelli che la preparano vanno chiedendo qualche contributo in elemosina, per loro penitenza e umiliazione, col capo coperto e talvolta anche scalzi.
Le funzioni relative al dì pasquale iniziano la domenica delle Palme, durante la quale nei due riti si procede alla benedizione dei ramoscelli d’ulivo e delle palme. Nel rito greco-bizantino la Settimana Santa inizia il venerdì antecedente la domenica delle Palme, in cui si ricorda la Resurrezione di Lazzaro. Durante la notte, per le vie del paese viene intonato il canto tradizionale che la ricorda. Quando si giunge nei pressi del cimitero, il canto viene anche eseguito rivolgendosi ai morti per annunziare ad essi la Resurrezione.
Il Sabato Santo si celebra la discesa del Cristo negli inferi; prima della mezzanotte, il clero ed i fedeli con candele accese sostano davanti la porta sbarrata della chiesa simboleggiante la chiusura degli inferi guardati dal demonio. Infine, aperta la porta, l’interno si illumina e viene proclamata la Resurrezione di Cristo. Terminata la funzione si girano le vie del paese intonando il “Christòs Anésti”, ricevendo in dono dalle famiglie uova, soldi e dolci che saranno poi consumati il venerdì “d’u Crucifisseddu” cioè il primo venerdì dopo la Pasqua.
Il martedì dopo la Pasqua, come in tutto l’Oriente cristiano, viene festeggiata a Palazzo Adriano la Madonna quale personaggio più vicino alla Passione e alla Resurrezione di Cristo. Tale festa si svolge nel Santuario della Madonna delle Grazie, nell’antichissima forma di pellegrinaggio festoso di origine bizantina comune anche a tanti altri santuari di Sicilia e di Calabria.
I parenti delle coppie sposatesi nel corso dell’anno intrecciano una corona di fiori e foglie che viene posta al balcone di casa dei novelli sposi dove rimane fino a quando il vento la porta via. Più a lungo resterà appesa più felice e duratura sarà l’unione degli sposi.
La chiesa di rito latino, dopo la processione del 13 maggio, già da parecchi decenni ha istituito la “Peregrinatio Mariae”, che consiste nel portare la statua della Madonna di Fatima nelle case delle famiglie che ne hanno fatto richiesta. Questa è una tradizione molto sentita perché si tratta di un importante momento di preghiera. Essa si conclude il 31 maggio con la processione del SS. Sacramento.
La notte della vigilia del 29 giugno le ragazze in età da marito ponevano sotto il proprio cuscino tre fave: una del tutto priva dell’involucro esterno, una sbucciata a metà ed una intera. La mattina del giorno dopo, appena sveglie dovevano infilare la mano sotto il guanciale e tirare fuori una delle tre fave: se si prendeva la fava completamente sbucciata ci si sarebbe sposate con un povero rimanendo “nude precise”, se si trovava invece in mano la fava sbucciata per metà si avrebbe avuto un marito di discreta condizione, se si tirava la fava con la buccia intera il fatto stava ad indicare un destino di ricchezza ed agi.
Altra abitudine riguarda l’uso di liquefare il piombo: infatti il giorno 29 sia bambini che adulti mettevano dentro un pentolino di stagno tutti i pezzetti di piombo che ognuno portava. Quando il metallo era completamente fuso, lo buttavano in una bacinella piena d’acqua fredda. Dopo si cercava di dare un senso alla forma che il metallo prendeva. C’era chi vedeva i chiodi del Signore, chi la barca di S. Pietro, chi la Croce di Gesù. Coloro che partecipavano alla liquefazione del piombo diventavano “cumpari e cummari di chiummu”.
Sulla strada antica che conduce al Santuario della Madonna delle Grazie sorge un grosso macigno: la cosiddetta “pietra di San Pietro”. Un’antica usanza prevedeva che chi desiderava avere notizie di persone lontane o voleva sapere se gli era concessa una grazia, si recasse alla pietra la mattina del 29 recitando il rosario lungo la via. Bisognava arrivare alla pietra a mezzogiorno preciso e sedervisi sopra, girare tre volte intorno al masso chiamando il nome della persona di cui si aspettavano notizie o per cui si chiedeva la grazia. A seconda dei rumori o delle voci che si sentivano, la grazia richiesta sarebbe stata o meno concessa. Ad esempio, il suono di campane era considerato di buon augurio, mentre la vista di animali neri era un presagio funesto.
Nel rito greco-bizantino si rievoca il ritrovamento della Croce in un campo di basilico ad opera di S. Elena, madre dell’Imperatore Costantino. I fedeli, in ricordo del trasferimento della S. Croce a Gerusalemme, cantano ben 500 volte “Kirie élèison”.
Usi e costumi ricchi di fascino, che affondano le radici lontano nel tempo. L’identità di un popolo che ancora oggi fa rivivere tradizioni lontane nel tempo.
Letizia Bilella
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