“Ah, felicità, su quale treno della notte viaggerai? Lo so, che passerai, ma come sempre in fretta non ti fermi mai”. Con questi versi della storica canzone di Lucio Dalla, interpretata recentemente da Damiano David all’ultimo Festival di Sanremo, vogliamo iniziare l’approfondimento di oggi incentrato proprio sul concetto di felicità.
E non è un caso che lo facciamo nella data odierna del 20 marzo, che è la Giornata Mondiale della Felicità. Quest’ultima, istituita nel 2012 con una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu per promuovere “il benessere collettivo di tutte le persone attraverso politiche pubbliche che tengano conto che lo scopo fondamentale dell’umanità è la ricerca della felicità”.
Pensare che questa risoluzione Onu sia stata avviata, badate bene, dal Bhutan. Una piccolissima nazione dell’Asia meridionale di poco più di 700mila abitanti, famosa per i monasteri, le cime dell’Himalaya e per il concetto di “Felicità Interna Lorda”. A dimostrazione del fatto che, quest’ultima, sia ricercata (da sempre) dagli esseri umani di tutte le latitudini del mondo.
Tornando al Bhutan, dai primi anni ‘70 in poi, il Paese asiatico ha riconosciuto il valore della felicità nazionale rispetto a quello del reddito nazionale. Da qui, appunto, la sostituzione del Prodotto Nazionale Lordo con la Felicità Interna Lorda. Quest’ultima, intesa come un indicatore che misura il livello di benessere e felicità della popolazione tenendo conto di alcuni fattori: il reddito, la salute, l’istruzione, la sicurezza e l’ambiente.
Proprio dall’iniziativa del Bhutan, la decisione Onu di indire una Giornata Mondiale con lo scopo di porre l’attenzione sulla rilevanza della felicità e del benessere e sull’importanza del loro riconoscimento negli obiettivi di politica pubblica.
Ecco, prendendo spunto dalla Giornata Internazionale, vorremmo concentrarci sull’interrogativo che, da sempre, l’uomo si pone: “Che cos’è la felicità?”. Una parola, un concetto, un ideale. Un qualcosa da inseguire e perseguire che, sin dai secoli prima di Cristo, è questione centrale di dibattito (interiore e non) dell’uomo. Filosofi, poeti, registi, cantautori e cantanti, tutti gli esseri umani, da sempre ci poniamo almeno una volta nella vita quella famosa domanda.
E, ognuno, con le proprie idee e con la propria visione, cerchiamo di rispondere a modo nostro a quell’interrogativo che non può mai presentare una risposta universale, valida per tutti. A quell’interrogativo, cui si susseguono nel tempo una miriade di risposte diverse, ognuna delle quali né giusta né sbagliata. D’altronde, come vedremo, la felicità è un qualcosa di soggettivo. Personale. Una cosa quasi intima. Può essere la ricerca del bene, della virtù, dell’etica, del giusto. Il raggiungimento delle proprie aspirazioni personali. Lo stare bene, l’amore, avere un proprio posto nel mondo. Ma, soprattutto, è un qualcosa di fugace che, però, va sempre (ri)cercato.
Il nostro breve ma, speriamo per voi, interessante e non noioso viaggio alla ricerca di che cosa sia la felicità comincia dal pensiero dei tre “pilastri” della filosofia. Socrate, Platone e Aristotele che, già tra il 400 e il 300 a.C., cercavano di rispondere a quel quesito che caratterizzava le fondamenta delle loro teorie filosofiche. Tutti e tre, infatti, portano avanti quella che è la propria visione eudemonistica. Quest’ultima, legata alla virtù, a ciò che è giusto e allo studio.
Partiamo da Socrate, il primo in ordine temporale dei tre, secondo cui la felicità dell’anima consiste nella formazione interiore. Nella cura dell’anima stessa. Per lui, è l’effetto di un comportamento razionale indirizzato alla virtù. Solo agendo moralmente e in maniera virtuosa, possedendo la conoscenza e realizzando appunto il bene della propria anima, possiamo raggiungerla. Non a caso, la filosofia di Socrate può essere considerata “eudemonistica”. Vale a dire, volta al raggiungimento della felicità.
Sulla stessa scia della filosofia socratica, possiamo considerare anche quella di Platone. Il concetto filosofico di quest’ultimo, si impernia sul fatto che “vivere bene” è il fine di ogni azione umana. Per questo motivo, il problema principale per Platone è il riconoscimento, da parte dell’anima, del vero bene che non deve essere confuso con il piacere. L’anima deve mettere insieme armonia e ordine, arrivando a una condizione di saggezza che Platone identifica con la giustizia. Per il filosofo, è felice solamente l’uomo giusto.
Infine, fa parte della teoria eudemonistica, anche il pensiero di Aristotele secondo cui “lo scopo della vita è la felicità”. Per il filosofo, la felicità è “contemplazione ed esercizio delle virtù altissime nella teoria, ovvero lo studio, ed è anche uno stile di vita”. Per Aristotele, comunque sia, la felicità è anche fatica. Richiede impegno, in quanto devono essere messe tutte insieme le componenti umane.
Felicità è anche essere in pace con sé stessi. Seguire la propria coscienza, ovvero la propria moralità. Questo, perlomeno, è il pensiero di Kant secondo cui “è lo stato di un essere razionale nel mondo, al quale per l’intero corso della sua vita, tutto accade secondo il suo destino e la sua volontà”. In Kant non c’è traccia di un’impostazione eudemonistica. Per il filosofo, la ragione può approvare la felicità soltanto quando è unita a una buona condotta morale. In particolar modo, solo la moralità rende l’uomo degno di conseguire la felicità.
Inutile nasconderlo, la felicità può essere anche un qualcosa che provoca sentimenti negativi. Il non raggiungerla o bramarla sempre e comunque, infatti, può far scaturire nell’uomo una visione pessimistica. Soprattutto se si tratta di un qualcosa di “irraggiungibile” e “impossibile“.
Questi, almeno, sono i due aggettivi che utilizzano due grandi menti, una filosofica e l’altra letteraria, secondo cui non si può mai arrivare alla felicità (eterna). Per Schopenhauer, infatti, una vera felicità è irraggiungibile perché le gioie e i piaceri sono sempre illusori ed effimeri. Mentre la vita umana non è altro che un pendolo che oscilla tra sofferenza e noia. Per il filosofo, chi cerca attivamente la felicità va inevitabilmente incontro a delusioni e frustrazioni.
Sulla stessa scia d’onda, la visione di Giacomo Leopardi secondo cui il male che affligge gli uomini per tutta la vita è la conseguenza del desiderio di raggiungere lo stato di felicità eterna. Una tendenza innata che aspira all’impossibile.
Vero che la felicità non è eterna e che caratterizza solamente un determinato momento della vita umana, ma è altrettanto vero che rappresenti un qualcosa di “intangibile“. Ovvero, un qualcosa che non possiamo toccare con mano ma che possiamo provare dentro di noi. Un concetto quasi inalienabile.
Almeno così è per Giovanni Pascoli, secondo cui la felicità è un’immagine intangibile, che appare fugacemente, per poi dissolversi nel silenzio dell’infinito. Il poeta utilizza immagini della natura, come l’alba, le ali in volo, il tramonto e il mare, per rappresentare l’eterno movimento dell’animo umano verso un ideale.
Che cosa sia la felicità, nel corso del tempo, non se lo sono domandato solamente filosofi o poeti. Ma anche il mondo del cinema, con registi e attori, ha cercato di dare una risposta quanto più moderna e attuale a quell’interrogativo che accompagna da sempre l’essere umano.
Simbolo di tutto ciò, è il film “La ricerca della felicità”, diretto da Gabriele Muccino e interpretato da Will Smith. La trama racconta la storia di Chris Gardner, un uomo che affronta numerose sfide nella sua vita per cercare di raggiungere il successo e la felicità.
Il film vuole insegnare che, al giorno d’oggi, è molto importante adattarsi alle circostanze mutevoli e affrontare le avversità con resilienza e determinazione. In un mondo in continua evoluzione, l’adattabilità è una virtù fondamentale per superare qualsiasi ostacolo e raggiungere i propri obiettivi.
Dopo aver visto quelle che sono, solamente alcune, delle varie teorie e risposte, (non) esiste una risposta universale, unica e corretta alla domanda “Che cos’è la felicità?”. Dopo aver visto quelle che sono, solamente alcune, delle varie idee e visioni, sappiamo rispondere all’interrogativo “Che cos’è davvero la felicità?”.
Per quanto mi riguarda, la felicità è un qualcosa di fugace. Di momentaneo. Che non si può toccare. Che non si può esprimere a parole. Ma che proviamo dentro di noi. Un qualcosa di astratto e, allo stesso tempo, incredibilmente concreto. Felicità è il raggiungimento di un obiettivo. Di aver agito secondo la propria coscienza. Di aver superato un ostacolo che sembrava insormontabile. Felicità è essere stati giusti.
Felicità è un sentimento che, a volte, ci piove dall’alto senza aspettarcelo. Come un dono. Un qualcosa che va continuamente ricercata. Anche dopo averla provata, una, due o più volte, non bisogna mai accontentarsi. Bisogna inseguirla continuamente per raggiungerla in un’altra occasione ancora. Cercare la felicità ci permette di porre sempre nuovi obiettivi. Di alzare sempre più l’asticella. E, quindi, un qualcosa che permette anche di migliorarci.
Ma la felicità sta anche nelle piccole cose, che bisogna apprezzare ogni giorno. Perché, come cantava Lucio Dalla nella propria “Felicità”, “se questo mondo, è un mondo di cartone, allora per essere felici basta un niente”. Già, basta un niente. Un sorriso, uno sguardo, una parola, “magari una canzone, o chi lo sa”.
Di sicuro, per essere felici, non bisogna mai essere tormentati dal suo raggiungimento. La felicità bisogna saperla aspettare, bisogna saperla cercare. Dentro di noi e attorno a noi. Nelle cose belle e nelle cose giuste. Nella vita.
Ma questa, è solamente la mia risposta a quella famosa domanda. Come qualsiasi altra idea o teoria, è puramente personale. Soggettiva. Condivisibile per qualcuno, così come non altrettanto condivisibile per qualcun altro. Non universale. Per questo motivo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi dovrebbe cercare di dare una propria risposta a quel quesito che, da sempre, l’uomo si pone. Solo così, potremmo davvero cercare la felicità. Solo così, forse, saremmo in grado rispondere a quel grande interrogativo: “Che cos’è la felicità?”.
Fonte Foto in Evidenza: pixabay.com
Giuseppe Rosario Tosto
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Articoli di proprietà di Voci di Città, rilasciati sotto licenza Creative Commons.
Sei libero di ridistribuirli e riprodurli, citando la fonte.
Giuseppe, classe 1999, aspirante giornalista, è laureato in Scienze Politiche (Relazioni Internazionali) ma, fin da piccolo, è appassionato di sport e giornalismo. Simpatiche, si fa per dire, le scene di quando ancora bambino si sedeva nel bar del padre e leggeva la Gazzetta dello Sport “come quelli grandi“.
Entrato a far parte di Voci di Città, prima, come tirocinante universitario e, poi, come scrittore nella redazione generalista e sportiva, con il passare del tempo è diventato uno dei due Coordinatori della Redazione. Oltre a far da Tutor per Tirocinanti e a svolgere il ruolo di Correttore di Bozze, al termine di ogni giornata di campionato cura personalmente la rubrica “Serie A, top&flop”. Un modo originale, con protagonisti i giocatori che si sono distinti in bene e in male, per vedere tutto quello che è successo nel fine settimana di calcio italiano.
Inoltre, coordina la squadra di Calciomercato, Europei e Mondiali. Scrive di tennis (il suo sport preferito, dopo il calcio) e NBA (non si contano più le notti passate in bianco per vedere le partite live). Infine, si occupa anche delle breaking news che concernono i temi più svariati: dallo sport all’attualità, dalla politica alle (ahinoi) guerre, passando per le storie più importanti e centrali del momento.
Il suo compito? Cercare di spiegare, nel miglior modo possibile, tutto quello che non sa!
Serie C, Catania così non va: bruttissimo ko (2-0) a Crotone
Euphoria, il ritorno della serie cult con la terza stagione
Il giovedì europeo delle italiane: Bologna e Fiorentina, sogno finito?
Dr.Stone, arriva il finale dell’anime che risolve l’enigma
Nuovo album: Blanco si ritrova nella semplicità
Da quello di Sarajevo all’attentato di Zenica: l’Italia del calcio è morta