Una suocera novantenne, originaria d’Abruzzo, è stata condannata a 6 mesi di reclusione in primo grado di giudizio, pena ridotta a 4 mesi in Corte d’appello. Il reato additatole è di violazione del domicilio, secondo quanto previsto dall’articolo 614 del codice penale. Quella dei travagliati rapporti tra parenti è una storia che nasce insieme alla notte dei tempi e che rende uguali tutte le famiglie del mondo. Ad esempio, tutti conoscono la romantica storia de La bella addormentata nel bosco, ma ben pochi sanno quel che accadde alla povera Rosaspina dopo che il suo bel principe la risvegliò: la coppia di sposi si trasferì al castello del marito e qui la regina madre, che in realtà era un orco, tesse innumerevoli trabocchetti per far capitolare la moglie e mangiarla. I fratelli Grimm ci raccontano che il principe tornò giusto in tempo e, sguainando la sua lucente spada, salvò eroicamente la moglie dalle grinfie della madre. La suocera morì avvolta tra le fiamme e la pace tornò nel mondo. Ma, nella realtà, certo così non va.
La quinta Sezione penale di Cassazione, con la sentenza 47500/12 ha confermato la condanna in capo alla donna di novant’anni che si era intrattenuta nella casa del figlio per assisterlo nel corso di una degenza in ospedale. Senonché in quella dimora viveva la nuora, che dal marito si era già, di fatto, separata da tempo. Così gli Ermellini hanno sentenziato: poiché l’uomo si era trasferito altrove e nella casa coniugale, ormai, viveva solo l’ex moglie, allora quest’ultima aveva pieno diritto di allontanare gli estranei. Propriamente a tale ius excludendi alios fa da controaltare il delitto di violazione di domicilio, il quale è riferibile a chiunque si intrattiene in casa d’altri contro la volontà espressa o tacita del padrone.
Claudia Rodano
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