
Non un continuo della prima, bensì un progetto a sé stante. “Questo mondo non mi renderà cattivo” si costruisce sul confronto tra Zero e Cesare, un suo vecchio amico d’infanzia tornato nel quartiere di Rebibbia, in un clima pregno di sensi di colpa, rabbia e voglia di fare la cosa giusta. La serie consta di sei puntate di circa mezz’ora che vanno a comporre nel loro insieme una narrazione quasi cinematografica più che seriale. A livello tecnico si nota un grande passo in avanti rispetto alla prima serie, con la sperimentazione anche di alcune scene in tecnica mista con animazione e stop-motion. Lato doppiaggio, Zerocalcare, come nella serie precedente, presta la sua voce, oltre che al protagonista a molti altri personaggi nella serie, tranne alcune eccezioni. Vediamo anche qui il ritorno di Valerio Mastandrea nei panni dell’armadillo, la sempre presente coscienza di Zero, che lo pone di fronte a dilemmi morali rimanendo comunque la linea comica dell’intera serie.

La rivoluzione maggiore non sta tanto nel lato tecnico e stilistico, ma proprio in quello narrativo. Zero, con questa storia, si permette di affrontare un discorso molto maturo, tra una critica ai media e alla politica, che potrebbe risultare divisiva. Un esempio è il commento ai media che per fare notizia scelgono di rappresentare e manipolare solo dati aspetti della realtà e questo concetto non è espresso solo a parole, ma anche tramite la rappresentazione grafica dei cameramen dei telegiornali, che si trasformano in iene e sciacalli. La storia alterna argomenti dal respiro più ampio a momenti decisamente più intimi, dove non si vuole mai fare una distinzione netta tra buoni e cattivi. Zero, infatti, non vuole spingere lo spettatore a schierarsi, piuttosto lo invita a immedesimarsi nella vita di ognuno dei personaggi e a capire cosa li porta a fare quello che fanno.
Tirando le somme, “Questo mondo non mi renderà cattivo” è una serie squisitamente animata, dalla narrazione matura e sicuramente più rischiosa, che lascia incollati allo schermo e che porta lo spettatore a riflettere, riuscendo a toccare una dimensione più intima, che insieme ai siparietti comici, rende chiaro il terreno dove l’autore si muove meglio.
Matteo Cerè
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