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Quei “like” che condannano: la responsabilità di ciò che si dice in rete
30 Gennaio 2017
EntertainmentSocietasAttualitàWeb factoryTech

Quei “like” che condannano: la responsabilità di ciò che si dice in rete

Home » Entertainment » Quei “like” che condannano: la responsabilità di ciò che si dice in rete

likeChi crede che pubblicare, commentare o mettere semplicemente “mi piace” nei vari post dei social network non porti responsabilità di alcun tipo, si sbaglia di grosso. Esistono, infatti, delle gravi ripercussioni legali anche per un solo “mi piace”. Ne è un esempio la vicenda di un agente penitenziario il quale, lo scorso marzo 2016, è stato sospeso dal Tar regionale per aver messo “like” ad un commento di un altro utente su Facebook, in cui stigmatizzava il comportamento della penitenziaria dopo un suicidio avvenuto in una cella. Secondo i giudici, questo gesto di “approvazione” da parte dell’agente, ha comportato un «danno d’immagine e assume rilevanza disciplinare».

La reputazione di chi pubblica o di chi commenta sfogandosi con i propri amici virtuali delle proprie disavventure in ambito sociale od amministrativo, rischia di avere gravi ripercussioni. Anche i blog, quelli non registrati al tribunale, hanno un’altra percentuale di rischio. A tal proposito è intervenuto Ruben Razzante – docente dell’Università Cattolica di Milano – che ha stilato e pubblicato su Wolters Kluwer il “Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione”. In circa 600 pagine, Ruben descrive – secondo quanto riporta Repubblica – «i fondamenti giuridici e deontologici per chi si occupa di comunicazione, aggiungendo in appendice una panoramica sulle ultime frontiere dell’innovazione e sulle problematiche che esse pongono a livello di tutela di diritti: dalla questione della privacy minacciata dal cloud computing, che porta ad affidare documenti riservati ad una struttura gestita da estranei, fino alle intrusioni dell’Internet of things, l’internet delle cose, che pervade ogni ambito della vita domestica e personale raccogliendo dati e regolando ritmi e flussi dell’esistenza».

facebookSono tantissimi i casi e le sentenze che Razzante ha citato sul suo manuale. Eppure, la giurisprudenza, in questo campo, deve rincorrere la tecnologia cercando di creare leggi nel momento in cui si presenta il caso, questo perché il mondo di internet deve avere un diritto che varia e che sia dinamico. C’è da dire che la libertà di parola e di stampa su internet è certamente fondamentale. Però, se questa diventa eccessivamente diffamatoria e pure falsa, non bisogna sorprendersi se arriva una querela o una denuncia per diffamazione verso terzi.

Valentina Friscia

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