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Parole, parole, parole
05 Dicembre 2017
Smart languageSocietasDante & Socrate

Parole, parole, parole

Home » Dante & Socrate » Smart language » Parole, parole, parole

Il linguaggio è come un vasto panorama: di sicuro ha un limite, ma non è visibile ad occhio nudo. Esistono parole più vicine, quelle più comuni, e parole che rimangono all’orizzonte e a volte si perdono. Tuttavia, ci sono parole che descrivono una situazione invece di definire un oggetto ben preciso. Ecco una selezione di dieci tra le parole straniere più belle, ancora assenti in italiano:

  1. lone-tree-1934897_640Fernweh, parola tedesca che significa letteralmente «nostalgia del lontano» ed indica la voglia di allontanarsi dalla routine, la “nostalgia” di posti che non si sono mai visitati;
  2. Mono no aware, una locuzione giapponese volta a descrivere la partecipazione alla caducità delle cose naturali e il sentimento malinconico derivato da ciò (un articolo interessante dedicato a quest’espressione si può trovare sull’Huffington Post Mono no aware, e l’estetica di ciò che non rimane). In italiano, si potrebbe azzardare una presenza di questa malinconia nelle poesie di Ungaretti, come ad esempio «Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie»;
  1. Prozvonit, dal ceco, significa «fare uno squillo sul cellulare, sperando che l’altra persona richiami» (Wiktionary). Quanti hanno fatto prozvonit o addirittura addebitato la chiamata una volta finite le varie promozioni di sms e telefonate?
  2. Hygge, è un termine danese che non ha una traduzione univoca. Si riferisce all’intimità e alla convivialità di varie situazioni come quella familiare, una cena tra amici e può persino riferirsi al calore di una candela. È stata una delle parole trending topic del 2017 su Twitter, anche se alcune volte strumentalizzata per pubblicizzare prodotti o filosofia spicciola, come riporta la giornalista del Guardian, Charlotte Higgins, che ne parla su d.repubblica.it. È un concetto che dovrebbe essere l’obiettivo per il periodo natalizio: cercare di trovare conforto in ciò che fa sentire bene e cercare calore umano piuttosto che digitale. 
  1. mobile-phone-1917737_640Nunchi, dal coreano, è l’abilità di capire lo stato d’animo dell’altro e si usa per non commettere errori nella propria vita privata o lavorativa (korea.net). Di certo è un’abilità che tutti vorrebbero avere, ma non sarebbe un’utopia se si esercitasse di più l’arte dell’empatia e dell’ascolto…
  2. Tingo, dal pasquense (idioma dell’Isola di Pasqua), è un verbo che significa «prendere un oggetto in prestito senza poi restituirlo» (ilpost.it). In Italiano è ciò che succede se Pietro non torna indietro.
  1. E-void, parola inglese che è una crasi tra avoid, il verbo evitare, ed e, che indica il mondo di internet (comein e-commerce). Il risultato è «evitare qualcuno su internet», spesso e volentieri sui social media quali Facebook, Twitter, Instagram ed i loro colleghi. Questa parola proviene da una fonte non ufficiale, lo Urban Dictionary, il quale risulta, però, il più attendibile per le espressioni slang, non ancora entrate nel dizionario vero e proprio. Questa parola si commenta da sola e, forse, entrerà nell’uso comune come googlare – cercare qualcosa su Google -, poiché anche e-void è un’attività molto diffusa.
  2. Cafuné, dal portoghese, indica il gesto di scorrere delicatamente le dita tra i capelli di un’altra persona. È una delle espressioni che fanno parte del Positive Lexicography Project di Tim Lomas, professore di psicologia all’University of East London, che vuole raccogliere tutte le parole positive inesistenti in inglese (un approfondimento sul tema si può trovare in questo articolo di tpi.it).
  1. dictionary-698538_640Tartle, dallo scozzese, è un verbo che descrive il senso di imbarazzo provato quando si dimentica il nome di una persona quando la si incontra, non riuscendo così a salutarla completamente ed è una parola unica nel suo genere secondo The Scotsman. Peccato che in italiano non ci si possa scusare dicendo «Sorry for my tartle!».
  2. Hoppípolla, dall’islandese, è la contrazione di «hoppa í polla», cioè saltare tra le pozzanghere. Questo termine è divenuto celebre grazie alla canzone omonima del gruppo Sigur Rós e dà nome ad una delle attività più belle dell’infanzia: uscire dopo la pioggia e puntualmente tuffarsi nella pozzanghera dove mamma o papà avevano detto di non andare.

Questa è solo una minima parte di tutti i lemmi che sarebbe bello poter trovare anche nel dizionario italiano. L’artista Anjana Iyer, con il progetto Found in Traslation ha voluto illustrare alcuni di questi termini e le sue opere sono disponibili sul portale Behance. Anche l’italiano ha le sue parole “invidiate” all’estero: secondo il sito Business Insider, in inglese ci dovrebbe assolutamente essere abbiocco, usata per descrivere la sonnolenza che sopraggiunge dopo mangiato. 

Anna Colombo

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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