E se il problema non fosse quante immagini consumiamo ogni giorno, ma il fatto che non stiamo più imparando a leggerle davvero? Con CHŌRA – Percorsi di alfabetizzazione e decodifica delle immagini attraverso il cinema si parte proprio da questa domanda, oggi sempre più urgente. In un mondo in cui siamo costantemente immersi in contenuti visivi, siamo ancora capaci di fermarci a capire cosa stiamo guardando?
Ogni giorno scorriamo video, storie, fotografie e contenuti senza interruzione, dentro un flusso che sembra infinito. Le nuove istantanee di Instagram promettono immediatezza, autenticità e spontaneità. In realtà, però, accelerano un meccanismo in cui tutto si consuma in pochi secondi e quasi nulla lascia una traccia reale.
L’impressione è quella di essere sempre informati e connessi. Ma spesso manca la cosa più importante: la comprensione profonda di ciò che vediamo.
È in questo scenario, dominato da un’eccessiva produzione di immagini e da una crescente difficoltà di attenzione, che nasce CHŌRA. Un progetto che non usa il cinema solo come linguaggio creativo, ma lo porta dentro la scuola come strumento educativo fondamentale.
L’obiettivo non è aggiungere altre immagini al flusso. È insegnare a leggerle. Decodificarle. Riconoscerne i meccanismi. Capirne le intenzioni.
In altre parole, CHŌRA vuole restituire agli studenti una competenza essenziale: passare da spettatori passivi a osservatori consapevoli, capaci di interrogare ciò che vedono, invece di subirlo. Dal 6 all’8 maggio a Catania con CHŌRA: il cinema diventa esperienza
Dal 6 all’8 maggio a Catania, con CHŌRA, studenti e studentesse di diversi istituti vivono un’esperienza che cambia concretamente il modo di stare in classe.
Per tre giorni il cinema non è una pausa né un’attività accessoria. Diventa uno spazio di lavoro e di scoperta, qualcosa da costruire passo dopo passo, ma anche da osservare e mettere in discussione. Non si tratta semplicemente di “guardare un film”, ma di entrarci dentro, di attraversarlo, di provare a capire come è fatto e perché funziona in un certo modo.
E questo passaggio non è affatto immediato. Siamo abituati a prendere le immagini come qualcosa di rapido, quasi istintivo, come se si spiegassero da sole. In realtà ogni immagine è il risultato di una costruzione precisa.
Ogni inquadratura nasce da una scelta. Ogni scena è il frutto di decisioni ben definite. La luce, il movimento della camera, il montaggio, il ritmo: non sono aspetti tecnici secondari, ma elementi che danno senso a ciò che vediamo.
Imparare a riconoscerli significa cambiare prospettiva. Vuol dire guardare in modo più consapevole, meno automatico, e iniziare a vedere anche ciò che di solito resta nascosto dietro l’immagine.
Nel cuore di CHŌRA c’è una scelta che colpisce subito: il ritorno alla pellicola, in un mondo digitale in cui tutto può essere corretto, cancellato e rifatto infinite volte. Qui, invece, vale una regola semplice e netta: non si torna indietro.
Girare in pellicola significa proprio questo: cambiare ritmo. Rallentare, pensare prima di girare, osservare meglio e scegliere con più attenzione, sapendo che non esiste la possibilità di sistemare tutto dopo. Ogni scena va immaginata e progettata prima ancora di essere registrata, e questo trasforma il modo stesso di lavorare sulle immagini, che non sono più qualcosa da accumulare velocemente ma da costruire con intenzione.
Da questa scelta nasce uno degli aspetti centrali del progetto: l’attenzione. Ogni inquadratura diventa una decisione precisa, ogni errore non si cancella ma si attraversa e si comprende, ogni passaggio acquista un peso reale. In un’epoca di correzione continua e di possibilità infinite di modifica, la pellicola ribalta la prospettiva: ciò che si sceglie resta, e proprio per questo diventa più significativo.
Per chi è abituato alla velocità dei contenuti digitali, è un cambiamento netto. Non conta più fare tanto e subito, ma fermarsi, pensare e fare meglio. La pellicola, così, non è solo una tecnica: diventa un altro modo di guardare il mondo e di dare valore a ciò che si costruisce.
Accanto alla pratica, CHŌRA recupera un gesto sempre più raro: guardare insieme. In un presente in cui i contenuti si consumano quasi sempre da soli, dentro schermi individuali, la visione collettiva diventa qualcosa di diverso, quasi controcorrente: uno spazio di confronto reale.
Dopo la proiezione, infatti, le immagini non si chiudono ma continuano a vivere nel dialogo. Vengono discusse, analizzate, interpretate, e diventano occasione per mettere a confronto sguardi diversi.
Gli studenti iniziano a farsi domande semplici ma decisive: cosa sto vedendo davvero? come è costruita questa scena? quale effetto vuole creare? È nel confronto che emerge un punto fondamentale: ogni sguardo è diverso, ogni interpretazione apre possibilità nuove.
Da questo passaggio nasce quello più significativo di CHŌRA: il cambiamento di ruolo, da spettatori ad autori. Gli studenti non si limitano più a osservare, ma iniziano a creare: scrivono, girano, montano, attraversando tutte le fasi della produzione audiovisiva.
Ed è proprio nel momento in cui costruiscono immagini che comprendono quanto sia complesso il linguaggio che prima sembrava immediato. Ogni scelta diventa visibile, ogni errore diventa leggibile, ogni decisione acquista peso.
Lo sguardo cambia perché nasce dall’esperienza diretta di ciò che significa costruire immagini, non solo guardarle.
CHŌRA si inserisce in una rete di scuole, istituzioni e realtà culturali del territorio, ma il suo significato va molto oltre il cinema. Riguarda infatti il modo in cui oggi viviamo immersi nelle immagini, in un flusso continuo che non si interrompe mai davvero.
Non siamo più noi a cercarle: sono loro a raggiungerci in ogni momento, fino a saturare completamente lo sguardo. E in questa saturazione il rischio non è vedere poco, ma non riuscire più a capire nulla.
Si guarda tutto, ma senza distinguere davvero. Senza soffermarsi. Senza trattenere. Senza interpretare. E quando manca uno sguardo critico, tutto tende ad appiattirsi, a diventare uguale.
Per questo educare allo sguardo diventa essenziale. Significa imparare a rallentare dentro la velocità, osservare con più attenzione, interrogare ciò che sembra immediato. Significa, in fondo, trasformare la visione da gesto automatico a scelta consapevole.
Perché oggi il problema non è vedere poco. È vedere troppo, troppo in fretta, senza capire. E in questo flusso continuo di immagini, imparare a guardare non è un’opzione: è ciò che permette di non perdersi dentro ciò che vediamo.
Fonte foto in evidenza: Chora cinema
Monia Settimi
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