Ogni città abitata da importanti famiglie nobiliari vantava il proprio castello, la città di Sciacca – addirittura – ne possedeva la bellezza di due. Oggi andremo a scoprire quello che viene denominato il Castello Vecchio.
Il Castello Vecchio fu eretto intorno al 1087, anno in cui giunsero a Sciacca i Normanni. Passò ai Perollo con il matrimonio di Giulietta Normanna, rimasta vedova del cugino Roberto Zamparrone di Basseville, e a tale famiglia rimarrà fino alla sua distruzione, operata dai partigiani di Sigismondo Luna nel 1529, durante il famoso “Caso di Sciacca” (di cui parleremo più avanti). Il castello rimase di carattere regio fin sotto il regno angioino, per poi passare alla famiglia Perollo con i re aragonesi.
Costruito sul lato sud-orientale della città, occupava anticamente l’area degli attuali cortili Chiodi, Rizza, Carini, estendendosi tra Porta Bagni, il Monastero di Santa Caterina e Porta San Pietro. Di forma irregolare e disposto “a corti”, aveva una cinta muraria separata e attigua a quella costituita dalle mura della città ed occupava un punto preminente, atto a dominare la costa e a costituire un punto di difesa della zona del Caricatore granario.
Il tracciato delle mura del castello individuano un’ampia cinta muraria di forma irregolare, entro cui dovevano aprirsi dei cortili; tre erano i suoi ingressi: quello principale, con la torre del “Cotogno”, si apriva nei pressi della Porta Bagni; un altro detto di Porta San Pietro; il terzo si apriva ad est, fuori dalle mura della città. Ci dovevano essere dei passaggi segreti che consentivano di uscire di nascosto dalla città.
Il mastio, o torre principale, era quello di San Nicolò; oltre alla torre del Cotogno, agli spigoli ci dovevano essere altre torri quadrangolari provviste di merli. In quel periodo l’unico bastione della città fu il suo, quello detto di San Pietro; gli altri si fanno risalire al tempo di Carlo V.
Prima della sua distruzione, a causa dei fatti che riportano al Caso di Sciacca del 1529, il castello era munito di sette pezzi d’artiglieria, tra bombarde e petriere, e disponeva di strumenti di difesa e di offesa.
Nel sottosuolo si trovavano le cantine e le dispense, mentre forno e cucina dovevano essere tenuti separati per paura di incendi. Nel cortile interno si aprivano le scuderie, l’armeria, la caserma della guarnigione e la Chiesa di San Pietro in Castro.
In tempi più recenti il castello rimase a lungo disabitato e cadente a causa del terremoto del 1727, i cui guasti peggiorarono con quello del 1740. Ad oggi di esso non rimane nulla, a parte il portale d’ingresso con lo stemma marmoreo dei Perollo.
Ogni castello era culla di tante vite, di tante storie che intrecciandosi hanno fatto la Storia.
Letizia Bilella
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