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Cinque domande da non fare ai colloqui di lavoro
18 Marzo 2018
Business

Cinque domande da non fare ai colloqui di lavoro

Home » Business » Cinque domande da non fare ai colloqui di lavoro

Cercare lavoro è già di per sé un’impresa e destreggiarsi tra la giungla di annunci può essere difficile. Quando poi si arriva al fatidico giorno del colloquio capita di affrontare domande impertinenti e fastidiose. Ma quando le domande sono inopportune come bisogna reagire? Quando una domanda è discriminatoria? Ecco una piccola classifica dei quesiti più scomodi, secondo quanto rilevato da Corriere della Sera e QuiFinanza, e i riscontri su cosa dice la legge in merito.

  1. «Sei sposato/a?» – «Vuoi figli?»: capita spesso di trovarsi davanti a questa domanda. Fatta evidentemente per appurare di avere la sicurezza o la parvenza di una certezza, di non trovarsi una persona in maternità o in paternità poco dopo, o avere persone impegnate con figli e vita privata. Tali domande sono vietate espressamente dal Codice delle Pari Opportunità all’articolo 27 e ricordiamo comunque che la maternità e la paternità sono diritti del lavoratore, in ogni caso.
  2. «Ha mai sofferto di depressione o attacchi di panico?» – «Assume medicine?»: le domande sullo stato di salute non solo possono risultare indiscrete ma sono anche illegali e disciplinate dal decreto legislativo 276 del 2003.
  3. «Da quanto tempo lavori?»: si è molto abituati a domande come queste senza sapere che in realtà il quesito, se posto con l’intento di capire quanti anni hai, è discriminatorio. Gli annunci contenenti richieste come “cercasi candidato sesso maschile, massimo 25 anni”, andrebbero segnalati. Diverso il caso in cui la domanda sia riferita a conoscere quanto tempo si abbia lavorato in una tale azienda.
  4. «Hai debiti?»: la finanza e la situazione economica di una persona non rientra nei dati che un’azienda dovrebbe conoscere, viola la persona e la mette di fronte a una posizione di umiliazione.
  5. «Da quale regione provieni?»: se si ha un accento particolarmente marcato e l’interlocutore vi chiede da che regione provenite, sappiate che si tratta di una domanda illegittima e non appropriata. Stesso discorso per chi non è nato in Italia. I datori di lavoro sono tenuti a non chiedere informazioni sulla vostra nazionalità, tranne nel caso in cui voglia sapere se siete autorizzati a lavorare in un certo Paese.

Ad alcune di queste frasi ci si abitua e si crede che qualsiasi domanda, posta anche con leggerezza e curiosità sana, sia ammessa. In realtà a ben vedere, tutti questi interrogativi possono nascondere un versante discriminatorio o averlo chiaramente espresso. Altri semplicemente sono fatti con ingenuità o semplice curiosità. Rispondere a questi quesiti è difficile ma non impossibile. Innanzitutto occorre valutare il contesto in cui le domande vengono poste. Ad esempio, per un lavoro che include utilizzo di mezzi di guida, sarà necessario sottoporsi a test per valutare l’assunzione di medicinali o sostanze che ne possano precludere l’attività.

Occorrerebbe adottare un tipo di risposta assertivo, spostando il quesito su un piano che includa una risposta più generica. Alla domanda «Sei sposato? Vuoi dei figli?» si potrebbe rispondere semplicemente «sono disponibile a trasferte e ad impegnarmi per la mia professione». Su Internet e sui social sono presenti alcuni portali e alcune pagine che raccolgono informazioni sull’etica e la professionalità delle aziende. Prima di fare un colloquio, è meglio informarsi per evitare di incorrere in discriminazioni o in situazioni di disagio. E gli aspiranti lavoratori che domande possono o non possono fare al recruiter?

Serena Borrelli

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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