Immaginiamo uno scenario che riprenda quello del celebre film di Bergman. Stiamo camminando sulla spiaggia e un certo punto ci viene incontro la Morte, la Morte in persona. Le chiediamo ancora tempo e lei ce lo nega, ma ci offre un’ultima possibilità: una partita a scacchi. Se vinceremo, avremo ancora del tempo da vivere. Ora, immaginiamo che quella partita si protragga per vent’anni o più, e a ogni mossa cresca in noi l’incertezza del futuro: è la tortura dell’attesa, alla quale in questo momento, negli Stati Uniti, si trovano sottoposti 1.344 detenuti (in violazione dei trattati internazionali sottoscritti dagli USA). A rivelarlo è un rapporto del Death Penalty Information Center (DPIC), che fa a sua volta riferimento a un’indagine condotta dalla Inter-American Commission on Human Rights (IACHR). In due recenti casi, la IACHR ha parlato espressamente di tortura, nei riguardi dei prigionieri detenuti nel braccio della morte per un tempo superiore ai 20 anni. Il primo caso risale al 2018 e riguarda il detenuto del Missouri Russel Bucklew, giustiziato nel 2019 dopo essere rimasto nel braccio della morte per 22 anni. Il secondo caso è invece quello del detenuto californiano Billy Ray Waldon, che si trova nel limbo del death row ormai da 27 anni. In riferimento a questi casi, la IACHR ha utilizzato la formula cruel or unusual punishment (“pena crudele o inusuale”): la sofferenza psicologica inflitta al detenuto, infatti, in tali circostanze sarebbe da considerarsi gratuita ed eccessiva. La questione sollevata dall’osservatorio americano riporta l’attenzione sul tema della pena capitale negli Stati Uniti e nel mondo, con il suo eterno dilemma etico e anche con tutti i suoi limiti utilitaristici. Quale remoto valore simbolico o giuridico, se mai ne avesse avuto uno, può conservare un’esecuzione che si compie a quasi 30 anni dal verificarsi del delitto e che ha come unico effetto quello di prolungare le sofferenze di tutti i soggetti coinvolti, dai detenuti con i loro congiunti fino alle famiglie delle vittime?
Sono ancora importanti le percentuali di persone che si esprimono a favore della pena di morte nelle democrazie occidentali. Gli stati americani dove lo giustizia può ancora condannare all’esecuzione capitale sono 28: secondo un sondaggio condotto dall’istituto statistico Gallup, il 54% dei cittadini USA considera la pena di morte moralmente accettabile (dato che tuttavia appare in calo rispetto agli anni passati). Nel nostro paese, nonostante la Costituzione ripudi espressamente la pena di morte e la tortura, circa il 31% dei giovani tra i 17 e i 19 anni si esprime favorevolmente rispetto alla pena capitale (sondaggio condotto dall’Osservatorio Generazione Proteo, 2017).
Agata Virgilio
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