È la notizia del momento: Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti, ha licenziato James Comey, il capo della Federal Bureau of Investigation, reparto operativo della dipartimento di giustizia meglio conosciuta come FBI. «Caro direttore Comey: Ho ricevuto dal ministro della Giustizia e dal suo vice le lettere che allego, in cui mi viene raccomandata la sua rimozione dal ruolo di direttore dell’FBI. Ho accettato la loro raccomandazione: lei è dunque licenziato e sollevato dal suo incarico, con effetto immediato. Ho molto apprezzato il fatto che lei mi abbia informato – in tre diverse occasioni – del fatto che io non sia sotto indagine; tuttavia concordo con il giudizio espresso dal dipartimento di Giustizia, secondo il quale lei non è più in grado di guidare efficacemente il Bureau. È essenziale, per noi, trovare una nuova guida per l’FBI, in grado di ricostituire la fiducia di tutti nella sua vitale missione: quella di far rispettare la legge. Le auguro il meglio per il resto della sua carriera». Con questa lettera, riportata e tradotta da corriere.it, Trump ha fatto fuori Comey.
Eppure sembra esservi di più dietro questo semplice licenziamento, basti infatti pensare che il New York Times ha definito questo evento il “Watergate di Trump“. James Comey fu colui che riaprì lo scandalo della mail private che aveva coinvolto Hillary Clinton, qualche giorno prima delle elezioni, facendo riacquistare contestualmente quota a Donald Trump e, di fatto, creando una clima per la sua potenziale (e poi futura ed effettiva) vittoria. «Se si fosse votato il 27 ottobre (prima, dunque, del polverone sollevato da Comey, ndr) oggi sarei il vostro presidente» disse la Clinton, in tono amaro. Allora perché licenziarlo adesso e non prima, in occasione delle nomine presidenziali di rito (dove invece fu risparmiato)?
D’oltreoceano, infatti, sono state avanzate diversi ipotesi in merito al sollevamento dall’incarico di capo dell’FBI di James Comey: quella più accreditata, peraltro, lo vedrebbe al centro di alcune indagini in merito a delle “relazioni pericolose” tra il Cremlino e alcuni uomini di Donald Trump (e questo spiegherebbe anche il titolo del NYT). Questo scandalo, inoltre, ha già coinvolto diversi membri dell’amministrazione del tycoon: stiamo parlando di persone come Paul Manafort, uno dei pionieri della campagna elettore del candidato repubblicano, e Carter Page, consigliere per la politica estera. E ancora Michael Flynn, consigliere sicurezza nazionale, dimessosi a seguito della venuta a galla di alcuni suoi incontri con uomini di Mosca. Al centro dell’indagine vi sarebbe persino il ministro della Giustizia americano, Jess Sessions, colui che avrebbe consigliato a Trump di “far fuori” Comey.
«Mr. Comey was fired because he was leading an active investigation that could bring down a president. Though compromised by his own poor judgment, Mr. Comey’s agency has been pursuing ties between the Russian government and Mr. Trump and his associates, with potentially ruinous consequences for the administration. This is a tense and uncertain time in the nation’s history». Scrive così il New York Times, che po avanza un serio interrogativo: «There is no guarantee that Mr. Comey’s replacement, who will be chosen by Mr. Trump, will continue that investigation; in fact, there are already hints to the contrary».
Russiagate o meno, Allan Lichtman, il docente di storia della American University che da quasi mezzo secolo riesce a prevedere tramite il suo infallibile sistema matematico ogni vincitore delle elezioni presidenziali statunitensi, aveva previsto anche un ipotetico impeachment di Trump che, di conseguenza, ergerebbe Mike Pence (vice presidente dell’amministrazione Trump, probabilmente il candidato realmente più amato dai repubblicani) al grado di presidente. Proprio Lichtman, nel suo recente libro, “The case for impeachment“, spiega come un presidente possa essere messo sotto accusa anche per fatti antecedenti al suo mandato, citando le parole di un ex senatore repubblicano che, fatalità della sorte o meno, era proprio Jeff Sessions, attuale ministro della Giustizia.
Il russo che ruota, comunque, dietro ai problemi di Session è Sergei Kisklyak, ambasciatore russo in terra americana: durante la sua audizione in Senato per la nomina di titolare del dicastero di Giustizia, Sessions stesso tacque in merito ai due incontri avuti con Kislyak; Trump, alla luce di ciò, spezzò pure una lancia in suo favore spiegando come «avrebbe potuto formulare le sue risposte in modo più accurato, ma non è stata, chiaramente, una cosa intenzionale». Tra le cause principali che costarono il posto a Flynn, comunque, vi furono proprio degli incontri con il russo in questione. Comey, nella sua onestà, aveva promesso davanti il Congresso che avrebbe seguito i fatti fin dove lo avrebbero portato: l’intenzione principale era far luce tra possibili interferenze del governo russo nelle ultime elezioni presidenziali. «Putin odiava la segretaria di Stato Hillary Clinton così tanto che il rovescio della medaglia era avere una chiara preferenza per la persona che correva contro», disse l’allora capo dell’FBI.
Francesco Raguni
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