In America si direbbe «Too big to fail», troppo grande per fallire. È il caso di alcuni colossi bancari italiani da tempo sull’orlo del baratro. Questi, da una parte incassano interventi miliardari dello Stato, tutti finanziati con soldi pubblici, mentre dall’altra eludono il fisco italiano attraverso sedi sparse nei più disparati paradisi fiscali: dagli evergreen europei Lussemburgo e Irlanda ai più esotici Cayman e Bermuda. La lunga inchiesta portata avanti da l’Espresso, possibile grazie all’obbligo, imposto dall’Unione Europea a partire dal 2015, di pubblicare il rendiconto dei principali dati finanziari relativi a tutti i Paesi in cui l’istituto ha delle attività, porta alla luce i paradossi di Monte dei Paschi di Siena, Veneto Banca e Popolare di Vicenza: gruppi troppo importanti per essere lasciati al loro destino.
Questi sono solo tre dei grandi gruppi che ogni anno dichiarano una grande fetta dei propri guadagni in Stati dove le imposte sono bassissime e, talvolta, inesistenti. Tuttavia, è giusto specificare, per dover di cronaca, che questa tendenza all’offshore non è una prerogativa nostrana, bensì molti colossi europei usufruiscono di questo servizio. Gruppi come Bnp Paribas (Francia) e Deutsche Bank (Germania) hanno incassato, rispettivamente, il 12% e il 25% degli utili totali in paradisi fiscali. Ciò nonostante, in Italia la situazione è più delicata. Per citare alcuni casi, il Fondo Atlante, in parte finanziato con i soldi della Cassa depositi e prestiti, è diventato proprietario di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza. Arrivano dallo Stato anche i 20 miliardi stanziati dal governo Gentiloni per salvare altri istituti a forte rischio, Monte dei Paschi di Siena su tutti. I risultati dell’indagine condotta da l’Espresso hanno dimostrato che il recente obbligo di trasparenza ha fatto sì che alcune sedi offshore venissero chiuse. È altresì vero che, nonostante questa imposizione, numerosi istituti continuano a ricorrere ai paradisi fiscali. «Una situazione preoccupante, soprattutto adesso che vengono usati soldi pubblici per aiutare le banche» ha commentato Tommaso Faccio, esperto di fiscalità internazionale e docente di Economia aziendale alla Nottingham University Business School, in Inghilterra. «Il timore è che questi fondi possano essere spostati all’estero invece che tornare nelle casse dello Stato, tramite utili tassati in Italia, una volta che le banche si saranno rimesse in carreggiata».
Tra gli istituti italiani, la situazione di Monte dei Paschi di Siena è sicuramente una delle peggiori. Il gruppo bancario ha chiuso tre sedi offshore, due in Irlanda e una in Olanda, tra il 2014 e il 2015. Tuttavia, numerose altre rimangono ancora in attività. Al momento se ne contano ben undici (otto nel Delaware, Stati Uniti, due in Lussemburgo e una in Irlanda). L’anno scorso sono stati 107 milioni di euro gli utili pre-tasse registrati nelle varie sedi offshore, pari a poco meno del 30% del totale. Nessuno critica il fatto che una grande azienda abbia filiali dislocate in giro per il mondo, però ciò che salta all’occhio è la voragine che sussiste tra attività economica e numero di lavoratori. Per esempio, la Mps Preferred Capital I Llc, con sede nel Delaware, ha toccato quota 44,9 milioni di euro di utile, con all’attivo la bellezza di zero dipendenti.
Il gruppo bancario con sede a Montebelluna, in Veneto, è finito sotto l’ala del Fondo Atlante. Veneto Banca ha voluto investire nei promettenti mercati dell’Est Europa, andando ad aprire filiali in Croazia, Albania, Romania e Moldavia, con oltre 600 assunzioni. Contemporaneamente, l’istituto apriva altre sedi in paesi come Irlanda e Svizzera. Tra tutti questi investimenti, i guadagni più consistenti sono arrivati dalla terra di San Patrizio dove, negli ultimi due anni, Veneto Banca ha incassato 103 milioni di euro grazie ai sei dipendenti della filiale, dunque circa 17 milioni di euro fatturato per impiegato. In Italia la media è all’incirca di 315mila euro.
Sotto l’ala del Fondo Atlante c’è finita anche la Popolare di Vicenza. Rispetto a Veneto Banca, il gruppo vicentino ha avuto un’espansione all’estero meno aggressiva. In particolare, alla fine del 2015 a bilancio c’era solo la Bpv Finance International Plc, con sede in Irlanda e cinque dipendenti a contratto. Per anni questa filiale ha macinato utili su utili, però l’ultimo bilancio è stato chiuso con un buco di 99,8 milioni di euro. Vista la situazione, da Vicenza hanno rassicurato che «cesserà di esistere definitivamente all’inizio del 2017».
Questi sono tre fra i più grandi esempi di istituti bancari sull’orlo del barato che usufruiscono delle tassazioni agevolate nei paradisi fiscali. Tuttavia, non solo i gruppi in difficoltà sfruttano le basse tassazioni di altri Stati. Infatti, sono soprattutto i colossi bancari in salute a eludere il fisco italiano. Considerando le prime tre banche commerciali, solo nel 2015 sono stati convogliati nei paradisi fiscali quote di guadagni pari a quasi 2 miliardi di euro. In particolare, stiamo parlando di Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banca Mediolanum.
Dalla sua fondazione nel 2007 a oggi, il gruppo Intesa Sanpaolo è diventato il principale istituto italiano per capitalizzazione in Borsa. Nei paradisi fiscali, in cui è impiegato solo lo 0,5% dei dipendenti totali, sono stati registrati il 23% degli utili pre-tasse. Nella situazione complessiva, è significativa la questione relativa a Dubai. Nell’Emirato il gruppo ha fatturato 49 milioni di euro tax-free, ovvero senza pagare tasse, con all’attivo 18 dipendenti. Ogni lavoratore, in media, ha fatto incassare a Intesa Sanpaolo 2,7 milioni di euro, quasi nove volte in più rispetto alla media italiana di 315mila euro, precedentemente citata.
Situazione molto più evidente in casa Unicredit. L’istituto bancario ha all’attivo filiali nelle Bermuda, Cayman e nel Jersey, le quali non hanno nemmeno un dipendente sotto contratto. Il discorso non cambia se si guarda alle controllate a Malta e nel Regno Unito. In questi paesi, l’anno scorso Unicredit ha incassato circa il 15% del totale degli utili pre-tasse. Di questa quota, la parte più grande proviene da Lussemburgo e Irlanda, non citate ma mete sempre gettonate dagli istituti bancari.
Dulcis in fundo, lo scettro di regina dell’offshore spetta a Banca Mediolanum. L’istituto fondato da Ennio Doris e Silvio Berlusconi non si è interessato a paradisi fiscali caraibici ed esotici, ma ha preferito puntare sugli evergreen del Vecchio continente: ovvero Irlanda e Lussemburgo. Da questi due paesi è arrivato, l’anno scorso, il 52,5% del totale degli utili pre-tasse. Ciò vuol dire che più della metà degli utili generati da Mediolanum non è stato tassato in Italia. La filiale più redditizia è l’irlandese Mediolanum International Funds Ltd che, con 26 dipendenti all’attivo, ha fatturato 531 milioni di euro, con un utile pre-tasse pari a 527 milioni di euro. Dunque, ha sostenuto costi irrisori. A fine anno Banca Mediolanum ha incassato 461,9 milioni di euro, in seguito al trattamento fiscale pari a 12,5% (contro il 30% italiano).
La situazione è pressoché chiara. I grandi gruppi bancari eludono il fisco italiano attraverso i paradisi fiscali, che essi siano in Europa o no. Quando che cose volgono al peggio, però, lo Stato interviene iniettando miliardi di soldi pubblici per evitare fallimenti illustri. In altri casi, quando tutto va bene, questo processo continua come se nulla fosse, a discapito dei contribuenti. «Too big to fail», e un saluto all’Agenzia delle Entrate.
Marco Razzini
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