L’inchiesta raccontata dal quotidiano Repubblica ha portato alla luce l’abuso sistematico dei fondi europei compiuto dai grandi partiti che vorrebbero uscire dall’UE. Al vaglio dell’OLAF Ukip e Front National e fra i nomi anche quelli di singoli eurodeputati di Forza Italia, Lega Nord, Movimento 5 Stelle ed ex Pd
Strette di mano, sorrisi di circostanza, promesse di coesione, economia, immigrazione e difesa sono gli elementi che hanno disegnato la cornice del Consiglio europeo. Il tradizionale vertice dei capi di Stato e di governo si è tenuto a Bruxelles il 9 e 10 marzo, e si è concluso con la rielezione, a Presidente del Consiglio, del polacco Donald Tusk.
Se però ai piani alti si discute di un’Europa a più velocità come scelta necessaria per una maggiore e migliore integrazione fra i Paesi membri e del problema dei Balcani, con gli interventi dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, Federica Mogherini, e del premier serbo Aleksandar Vučić, negli uffici dell’OLAF (Ufficio europeo per la lotta all’antifrode) i toni sono ben diversi. L’ente, che ha condotto più di 1.400 inchieste, dal 2010 al 2015, per un totale di 3 miliardi di euro da restituire alle casse del bilancio europeo, ha, infatti, individuato una serie di rimborsi spese particolarmente sospetti. Il paradosso, tuttavia, risiede proprio nel fatto che i maggiori fautori della frode siano gli esponenti di quei partiti euroscettici pronti ad abbandonare il prima possibile le fila di Strasburgo.
Primo fra tutti il partito di Nigel Farage, l’Ukip, che dovrà restituire circa un milione di euro al Parlamento europeo per aver assunto una serie di collaboratori, fra cui la moglie dell’eurodeputato inglese, stipendiati da Strasburgo, ma impiegati in patria. Inoltre, le fondazioni dello stesso partito che sostenevano di servirsi dei fondi dell’Unione per sostenere la politica europea del movimento, hanno stanziato quei soldi per finanziare la Brexit dello scorso giugno, a perfetto paradigma della loro coerenza. Come, poi, la storia insegna inglesi e francesi combattono sempre la stessa battaglia che siano alleati o nemici, e in questo caso non sono da meno. Le indagini hanno, infatti, ricondotto al Front National di Marine Le Pen, non nuovo all’OLAF per i casi legati agli assistenti pagati da Strasburgo, ma al lavoro in Francia. Ora, nel mirino sono i collaboratori del compagno della candidata all’Eliseo, Louis Aliot, il suo braccio destro Florian Philippot e il padre, nonché fondatore del Front National, Jean-Marie Le Pen.
E se il polacco Donald Tusk festeggia la rielezione a Presidente del Consiglio europeo, altri suoi connazionali si trovano a dover spiegare come mai l’assistente di un eurodeputato “arrotondava” come badante della madre del Presidente del Partito Diritto e Giustizia (PiS, in polacco). Jarosław Kaczyński, presidente del PiS, aveva, infatti, assunto l’assistente dell’europarlamentare Tomasz Poreba, Bozena Mieszka-Stefanowska, come badante della madre scomparsa nel 2013.
Nel panorama europeo, però, gli italiani non rimangono in disparte. A partire dall’eurodeputata Lara Comi, di Forza Italia, condannata a dover restituire 126.000 euro percepiti dalla madre, Luisa Costa, assunta come sua collaboratrice dal 2009 al 2010. Seguono, poi, due deputate pentastellate: Daniela Aiuto che sembra essersi fatta rimborsare dall’UE per diverse migliaia di euro ricerche che le sarebbero dovute servire per svolgere il suo mandato all’Europarlamento, ma che in realtà erano state copiate da siti quali Wikipedia, e Laura Agea, colpevole di aver assunto come assistente un imprenditore sospettato di seguirla piuttosto nella politica locale rispetto al suo lavoro di eurodeputata. Le indagini hanno portato anche a nomi interni alla Lega, fra cui un collaboratore di Mario Borghezio il viceministro Riccardo Nencini, ex europarlamentare, che avrebbe dovuto risarcire Strasburgo per 455.000 euro, ma che ha evitato la pena grazie alla prescrizione; il deputato Antonio Panzeri, eletto con il Pd ora Mdp, che, però, non ha avuto la stessa fortuna e ha così deciso di far ricorso alla Corte di giustizia europea dinnanzi alla richiesta di restituire 83.000 euro.
Per quanto concerne gli italiani coinvolti, le reazioni sono state immediate: il viceministro Nencini ha subito preso le distanze dall’inchiesta: «Non solo non sono sotto inchiesta, ma sono stato da tempo scagionato dalla Corte di Giustizia. Le indagini sono durate così a lungo, quasi 15 anni, e sono state svolte in modo così approssimativo da non consentirmi di difendermi dovutamente nelle sedi opportune» e aggiunge «Non è mai stato contestato da chicchessia né il lavoro svolto dagli assistenti né la circostanza che abbia percepito personalmente alcunché a tale proposito». «Il Parlamento Europeo, ‒ ha spiegato, invece, Panzeri in merito decisione di fare ricorso ‒ nel corso della legislatura 2004-2009, ha modificato le modalità organizzative della funzione di assistenza del parlamentare che al tempo potevano essere organizzate mediante contratti di affidamento di servizi a soggetti terzi o associazioni, e ha provveduto ad applicare detti criteri “retroattivamente”, senza aver nulla eccepito al tempo».
La modifica delle modalità organizzative del Parlamento europeo sembra essere anche la strategia difensiva adottata da Lara Comi: «Prima del 2009 nessun regolamento vietava l’assunzione di familiari. Ero giovane, avevo 26 anni, e così pensai di farmi aiutare da mia mamma, professoressa di Lettere, alla quale affidai un incarico di fiducia», che però aggiunge di aver commesso un errore in buona fede e di stare restituendo la somma contestata, pari a 126.000 euro. Le due eurodeputate grilline, Daniela Aiuto e Laura Agea, hanno, invece, affidato le loro risposte a Facebook. La prima annunciando che provvederà «personalmente a rimborsare le fatture già saldate» e palesando l’intenzione di «agire legalmente nei confronti della società di consulenza per il rimborso delle somme già sostenute e anche per il risarcimento di ogni ulteriore danno»; la seconda sostenendo di aver sospeso «momentaneamente la collaborazione in corso per approfondire i termini dell’inchiesta di cui, al momento, non ho informazioni, per permettere alle autorità competenti di svolgere serenamente i dovuti controlli e per non esporre il mio collaboratore ad inutili strumentalizzazioni» e appellandosi ai dogmi di trasparenza e onestà del MoVimento 5 Stelle.
Se, dunque, a poche settimane dal sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma il dibattito fra europeisti e euroscettici sembra più acceso che mai, appare evidente quanto i fautori dell’”Exit” siano pronti ad abbandonare le poltrone dell’europarlamento, ma non i suoi soldi.
Francesca Santi
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