L’ultima testimonianza pubblica – VIDEO – di Liliana Segre agli studenti. Per l’evento è stata scelta Rondine, cittadella della pace. Luogo in cui la sua presenza e le sue parole riecheggiano la sofferenza e la barbarie subita, ma che profumano di speranza e memoria. Affinché non accada mai più.
L’ultima testimonianza pubblica della senatrice a vita ed ex deportata Liliana Segre è un evento talmente importante da richiamare la presenza delle istituzioni. Così, davanti gli studenti di Rondine, cittadella della pace, alla presidente del Senato Casellati e del consiglio Giuseppe Conte, David Sassoli, presidente del parlamento europeo introduce l’atteso racconto: «Liliana è per noi un esempio contro ogni intolleranza e violenza, armi necessarie per combattere il virus dell’antisemitismo ancora così radicato nella cultura europea e nella nostra società. Nell’intervento a Bruxelles Liliana aveva detto: la forza della vita è straordinaria ed è questo quello che dobbiamo trasmettere ai giovani di oggi, che siano in grado di fare le scelte e con la loro responsabilità e la loro coscienza possano essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati».
Liliana Segre che ha scelto proprio Rondine per far sì che ancora una volta, l’ultima, i suoi nipoti ideali ereditino uno straordinario patrimonio morale. Dunque, inizia così la sua narrazione: «Vorrei iniziare con i ringraziamenti ma i primi vanno ai giovani. Il mio racconto è pieno di pietà, dolore, pena e amore per quella ragazzina che ero io e di cui ora sono la nonna. Lo so che è difficile immaginare una 90enne ragazzina che aveva la sua piccola vita. Quella piccola vita interrotta in un giorno di settembre del 1938 in cui sono diventata l’altra. E quando diventi l’altra, tutto il mondo ti considera diversa. Ma io sono stata e sono, ancora, l’altra».
Poi, continua soffermandosi sull’episodio che segnò l’inizio del suo «divenire invisibile a causa delle leggi razziali»: «Un giorno, a tavola, mio padre mi disse che non potevo più andare a scuola. Io chiesi subito: perché? Non ricordo la risposta, ma gli sguardi di chi avrebbe dovuto spiegarmi il perché dell’espulsione. Io, alla fine, lasciai la scuola e le mie compagne. Furono solo 3 quelle dopo anni si ricordarono di me e mi chiesero anche loro: perché? Ma io non riuscii a rispondere “Aushwitz”. Quindi, non risposi. Era troppo difficile per me spiegare il motivo per cui io ero diventata invisibile».
«Da quel giorno nella mia famiglia entrò la paura. E quando in una famiglia entra la paura (di qualunque tipo) gli sguardi che si incrociano delle persone che la compongono e si vogliono bene dicono che si vorrebbe fare qualcosa per l’altro. Ma il più delle volte non si può. Le leggi razziali fasciste erano state severe e umilianti, ma non si era mai parlato di deportazione prima d’ora. Solo dopo l’8 settembre, quando l’esercito tedesco aveva invaso anche l’Italia ci fu la fuga. Ma una volta iniziata la fuga, chi scappò? Chi conosceva le lingue e chi aveva un appiglio da un’altra parte ed era, diciamo così, più cittadino del mondo scappò via. Le altre famiglie più piccolo borghesi, come la mia, restarono. Perché eravamo un pò tutti convinti che, in Italia, in fondo, non sarebbe successo nulla».
La senatrice Segre attualizza il suo racconto parlando della paura (qualsiasi sia la sua ragione) entrata nella sua famiglia dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali e aggiunge dei dettagli sulla sua esperienza da clandestina e richiedente asilo in fuga dalla guerra e precisa: «Io sono stata clandestina sulle montagne di Varese e al confine con la Svizzera un ufficiale ci guardò con tutto il disprezzo e la pochezza con cui si guardano i disgraziati. Non aveva creduto, nemmeno per un attimo, alla nostra condizione di clandestinità. Dunque, ci rimandò indietro. Così, ci arrestarono dei finanzieri italiani in camicia nera disperati di doverlo fare, ma costretti».
«Pensate» non mancano i numerosi riferimenti al padre «Il mio papà era un filatelico e trascorreva le sue serate con i francobolli. Ma proprio sul fango di quella montagna mio padre butto quei francobolli. Questo voleva dire che non c’era più nulla da fare. Entrai da sola nel carcere di Varese a 13 anni, come una delinquente comune. Poi il carcere di Como e quello di San Vittore. L’ultima cella prima del campo di concentramento la divisi per 40 giorni con mio padre. Lì capii che non sempre, e lo dico soprattutto ai ragazzi, i genitori sono forti come pensiamo. Io ho provato per tutta l’infanzia e adolescenza a proteggere e consolare mio padre triste di non aver potuto salvare il suo tesoro».
La storia prosegue con il racconto dell’angoscioso viaggio di padre e figlia verso il campo di concentramento e la successiva morte dell’amato papà: «Poi un giorno, in nel carcere di San Vittore, entrò un tedesco, lesse un elenco con più di 600 nomi. Era arrivata l’ora di partire per ignota destinazione. Ma chi parte per ignota destinazione? Nessuno. Noi, invece, fummo obbligati a farlo. Io non capivo nulla. Di quei 605 partiti, tornammo solo in 22. Il viaggio durava una settimana e dai finestrini dei vagoni bestiame si vedeva l’Austria e tanti e tanti paesaggi diversi fino alla stazione che avevano creato per accogliere ad Auswhitz tutti i vagoni che arrivavano. Arrivammo alla stazione dei “binari morti”, come la chiamo io. Io continuavo a non capire. Solo poco dopo fummo divise tra uomini e donne. Tutti eravamo in attesa di quel momento, ma non immaginavamo fosse già arrivato. E invece lì, improvvisamente, io rimasi orfana».
Infine, conclude:«Io non avevo studiato Dante, perché non finii nemmeno la seconda media. Ma poi capii che non eravamo tanto diversi dai dannati, solo che noi non scontavamo la pena del contrappasso: noi eravamo colpevoli soltanto di essere l’altro».
Si conclude così la trentennale esperienza della Senatrice Liliana Segre, che soltanto dopo 25 anni dalle atrocità subite ha avuto il coraggio di rendere testimonianze pubbliche percependo su di sé il dovere di mantenere vivida la memoria di tutti, grandi e piccini. Affinché venga sempre scelta la vita e non accada mai più.
Maria Giulia Vancheri
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Maria Giulia, che in una parola si definisce logorroica, è una studentessa 24enne di giurisprudenza, a Catania. Dopo anni passati sui libri ha pensato bene di iniziare a scrivere per non infastidire più chi non volesse ascoltare le tante cose che aveva da dire. Riconosce di essere fashion… ma non addicted. Ama il mare e anche durante la sessione estiva non rinuncia alla sua nuotata giornaliera, che le rinfresca il corpo e i pensieri.
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