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Facebook e Instagram verso lo stop alla censura sui capezzoli?
01 Febbraio 2023
Best politikSocietasAttualitàSex revolution

Facebook e Instagram verso lo stop alla censura sui capezzoli?

Home » Best politik » Facebook e Instagram verso lo stop alla censura sui capezzoli?

I tempi stanno cambiando e si cerca sempre più di dare maggior consensi e opportunità a tutte quelle comunità che hanno dovuto combattere a lungo per i propri diritti. In questi giorni si è parlato particolarmente del dibattito che sta interessando l’Oversight Board, il consiglio di sorveglianza indipendente di Meta che ha chiesto una revisione delle regole che vietano le immagini a seno nudo delle donne, applicando quindi una censura, ritenendo che la società debba “definire criteri chiari, oggettivi e rispettosi dei diritti”. 

Censura e differenze di genere

Tutto è nato dalla protesta di una coppia americana transgender, a seguito della pubblicazione di un post nel loro profilo privato al fine di raccogliere i fondi per un intervento chirurgico. In particolare, la coppia postava dei contenuti con una foto a petto nudo e in descrizione il link che inviava alla raccolta fondi di beneficienza. Contenuti che sono stati prima rimossi da Instagram e poi ripristinati a seguito del ricorso della coppia.

L’Oversight Board ha avviato un dibattito affermando che fosse necessario rivedere le regole di pubblicazione dei contenuti, secondo il consiglio “poco chiare quando si tratta di utenti intersessuali, non binari e transgender”. È anche arrivato l’invito a cambiarle in modo che “siano governate da criteri chiari che rispettino gli standard internazionali sui diritti umani”.

La visione binaria sulla politica di censura

Già più di un decennio fa, due movimenti formati da madri che allattano (“Free Nipple” e “Lactivist”) avevano contestato questa visione “troppo binaria” sulle nudità. Le due associazioni si erano infatti recate alla sede centrale di Facebook per chiedere lo stop alla censura del seno. Tutto è stato vano fino a pochi giorni fa, quando il caso del ricorso della coppia transgender è diventato virale.

La domanda che si pongono in molti è: “perché i capezzoli delle donne offendono così tanto la sensibilità altrui? E come mai non accade lo stesso per gli uomini?”.

I sostenitori della campagna di censura. E come mai sono quasi tutte donne?

La campagna ha ricevuto notevole sostegno da parte di celebrità di tutto il mondo. Tra loro troviamo Miley Cyrus, Rihanna e Lena Dunham.

Già nel 2015 qualcuno si trovava sofferente rispetto alla rigida policy sui corpi nudi da parte di Instagram e Facebook e in particolare si parla di un’artista di Los Angeles di nome Micol Hebron. La giovane all’epoca aveva creato degli adesivi di capezzoli maschili – consentiti su Instagram – in modo che le utenti di Instagram femminili potessero sovrapporli ai propri per deridere la disparità.

Successivamente Hebron è stata invitata ad un congresso al quartier generale di Instagram ed ha affermato che per lei non è importante che i corpi femminili siano in esposizione in topless, ma che ogni corpo abbia una propria autonomia, senza distinzioni di genere.

Purtroppo anche se Meta dovesse prendere in considerazione il fatto di non censurare più i capezzoli di sesso non maschile, entrerebbe in gioco il problema dell’algoritmo. Esso è infatti uno strumento complesso e autonomo, che in base alle leggi che sono attive al momento, censura in autonomia tutto quello che è considerato irregolare.

Ci sarebbe da distinguere i casi: chi fa post per beneficienza e operazioni chirurgiche (come il caso della coppia transgender) e chi invece promuoverebbe il porno online con lo scopo di lucrarci sopra.

La decisione sulla censura

Meta «accoglie con favore la decisione del consiglio in questo caso», ha detto un rappresentante in un comunicato che ha osservato che le foto della coppia erano state ripristinate «prima della decisione».

«Stiamo costantemente evolvendo le nostre politiche per contribuire a rendere le nostre piattaforme più sicure per tutti», ha aggiunto il portavoce. «Sappiamo che si può fare di più per supportare la comunità Lgbtqui+, e questo significa lavorare con esperti e organizzazioni di difesa Lgbtq+ su una serie di problemi e miglioramenti del prodotto».

Meta ha 60 giorni per rispondere pubblicamente alle raccomandazioni del consiglio.

Scritto da: Chiara Rizzo

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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