All’alba del 26 Aprile, Roma sembrava trattenere il fiato.
Una foschia leggera abbracciava Piazza San Pietro, mentre una fiumana lenta di fedeli, ambasciatori e capi di Stato invadeva la città eterna, per un ultimo saluto a Papa Francesco, il “Papa della pace”.
Dodici sovrani regnanti, sessantaquattro capi di Stato, ventitré capi di governo. I vertici di ONU, Unione Europea, Consiglio Europeo, OMS, ILO e OSCE. Tutti hanno reso omaggio al pontefice.
Presenti anche la Russia, rappresentata dal suo ministro della Cultura, Olga Lyubimova e rappresentanti cinesi, nonostante l’assenza di rapporti diplomatici formali con il Vaticano.
Complessivamente, sono state accreditate 160 delegazioni ufficiali, cui si aggiungono numerose rappresentanze di altre religioni.
In un mondo frammentato, eventi come questo si presentano come “territori neutrali”, in cui, all’ombra della commemorazione, muovere pedine diplomatiche. Si è assistito, soprattutto dopo la seconda elezione di Donald Trump, a una crescente personalizzazione della diplomazia, i cui tradizionali canali formali lasciano il posto al contatto e al rapporto personale, con i pro e i contro del caso.
“Non esiste un’agenda ufficiale. Non ci saranno dichiarazioni congiunte o proclami programmatici. Questo non significa che non accadrà nulla“, osservava un report di Utopia Policy Advisor. “Sono proprio le circostanze informali a rendere questi momenti politicamente significativi.“
Non a caso, alla vigilia delle esequie, Giorgia Meloni ha ricevuto in visita di cortesia i primi ministri di Ungheria e Regno Unito, Viktor Orbán e Keir Starmer, mentre si moltiplicavano le indiscrezioni su possibili contatti tra Ursula von der Leyen e Donald Trump.
Sotto le imponenti navate della Basilica di San Pietro, ha avuto luogo l’atteso colloquio tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky.
I due leader hanno discusso faccia a faccia per circa quindici minuti, senza assistenti, traduttori o capi della diplomazia. Fonti diplomatiche parlano di un incontro “storico”, definito “molto produttivo” dalla Casa Bianca, mentre da Kiev con più prudenza sottolineano i progressi verso un possibile cessate il fuoco.
Toni e posture capovolte rispetto al disastroso incontro tra i due dello scorso Febbraio, conclusosi con un forte scontro verbale e la cacciata di Zelensky dallo Studio Ovale.

Fonte foto La Stampa
Significativi anche gli incontri del presidente ucraino con Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen, che hanno ribadito pubblicamente il sostegno europeo allo Stato invaso.
Durante la liturgia, Donald Trump ha offerto il tradizionale “segno di pace” anche a Emmanuel Macron, nonostante i recenti attriti tra Washington e Parigi. Lo stesso presidente francese, dopo qualche scetticismo, ha aperto all’idea di un “cessate il fuoco incondizionato”, parzialmente allineandosi ai tentativi dell’amministrazione Trump.
Poco dopo, sulla scalinata di San Pietro, il neo-presidente americano ha scambiato una breve ma significativa stretta di mano con Ursula von der Leyen, preludio a futuri dialoghi su questioni economiche e militari.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Ynet, il ministero degli Esteri israeliano ha ordinato la cancellazione di post ufficiali sul social X, che esprimevano condoglianze per la morte del pontefice.
La decisione di ritirare i messaggi è stata comunicata senza spiegazioni alle ambasciate israeliane nel mondo, suscitando il malcontento di numerosi ambasciatori, in particolare quelli nei Paesi a maggioranza cattolica. Inoltre, ai diplomatici israeliani è stato vietato firmare i libri di condoglianze presso le rappresentanze vaticane.
Le ragioni dietro questa scelta controversa sembrano legate alle frequenti critiche che Papa Francesco aveva rivolto al governo israeliano, soprattutto in merito alla situazione in Cisgiordania e Gaza, che il Papa aveva definito “simile a un genocidio”.
La vicinanza di Francesco al popolo palestinese è stata più volte condannata e tacciata di antisemitismo dalle autorità israeliane.
Il lungo silenzio di Netanyahu, le cui condoglianze sono arrivate in colpevole ritardo, sottolinea ancora una volta la profondità delle crisi globali contemporanee.
Papa Francesco aveva costruito, nei suoi dodici anni di pontificato, un’inedita simbiosi tra azione religiosa e impegno politico. Affrontando questioni come il cambiamento climatico, le migrazioni, i conflitti armati e le disuguaglianze, si è ritagliato un posto nel dibattito globale, superando i tradizionali canoni della Chiesa.

Fonte Foto: La Nuova Sardegna
Impossibile dimenticare l’immagine di Francesco in preghiera solitaria a Piazza San Pietro, sotto la pioggia, mentre nel mondo impazzava la pandemia. Istantanee che, senza dubbio, entreranno a far parte dei libri di storia contemporanea.
L’ultimo viaggio terreno di Papa Francesco ha consegnato al mondo, in fin dei conti, una preziosa occasione di riflessione, dialogo e, forse, pace.
Fonte foto in evidenza: Ansa
Angelo Pennisi
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