Era l’11 marzo del 2011 quando, in seguito al devastante terremoto avvenuto al largo della costa settentrionale del Giappone con conseguenti danni ai quattro reattori della centrale atomica di Fukushima, si riapriva a livello mondiale il dibattito sull’energia nucleare. Il disastro, classificato al livello 7 della scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici (INES) come incidente catastrofico, è stato l’unico nella storia ad essere paragonato a quello avvenuto nell’aprile del 1986 a Chernobyl, con conseguenze gravissime sull’ambiente e sulla salute della popolazione.
Simili sono state anche le reazioni del nostro Paese ai due eventi: in occasione dei referendum abrogrativi del 1987 e del 2011, immediatamente successivi alle tragedie, gli italiani hanno scelto di abbandonare la strada del nucleare, portando alla fine degli anni ‘80 alla chiusura delle centrali attive e a una loro possibile reintroduzione, che stava prendendo piede tra il 2005 ed il 2008. Il passaggio successivo alla chiusura degli impianti, ovverosia lo smantellamento della centrali e la gestione dei rifiuti radioattivi, dovrebbe essere compito della SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari), società di proprietà dello Stato italiano istituita nel 1999. Le prospettive per un repentino addio all’energia atomica sembravano essere floride, almeno secondo i dati consultabili all’interno del bilancio societario del 2001: conclusione dell’attività di decommissioning nel 2020, con la realizzazione di un deposito nazionale di rifiuti entro il 2009, per un totale di 2,6 miliardi di euro.
Siamo arrivati al 2015: come procedono i lavori? A causa delle continue proroghe dei governi italiani a partire dal terzo millennio, non si è ancora stati capaci di trovare un luogo in grado di ospitare il deposito: pochi italiani vorrebbero conservare rifiuti nucleari a pochi chilometri dalla propria abitazione e pochi uomini politici sono disposti a perdere centinaia di voti imponendo un sito, per cui si continua a far finta che il problema non esista. E, intanto, secondo quanto pubblicato da Repubblica, la data limite per la realizzazione della rimessa è slittata al 2025, per cui il capitolo nucleare non si potrà chiudere prima del 2035, con conseguente aumento della spesa previsto a 7 miliardi di euro: denaro che, ancora una volta, uscirà dalle tasche della popolazione, con un aumento di 3 euro all’anno per ogni utenza elettrica. Secondo le stime, si è giunti soltanto al 24% delle operazioni richieste, con 2,5 miliardi di euro già sborsati, senza dimenticare i rifiuti “prestati” alla Francia e all’Inghilterra nel lontano 2006: per questi ultimi, il nostro Paese ha pagato una cifra che si aggira intorno al miliardo di euro e dovrà continuare a spendere, se non sarà in grado di riportarli a casa e gestirli autonomamente.
L’opinione degli italiani sul nucleare non si è modificata negli ultimi 30 anni: si rende necessaria, a questo punto, un’azione di forza da parte delle istituzioni, in quanto il problema del mancato smantellamento delle centrali riguarda l’intera popolazione e non soltanto gli “sfortunati” vicini di casa del futuro deposito nazionale.
Claudio Pennisi
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