Slut-shaming è un termine dietro al quale si nasconde un mondo: il mondo dei pregiudizi, delle dita puntate, delle critiche. Letteralmente il suo significato può essere tradotto come “svergognare la zoccola” o “vergogna della zoccola”, con cui si intende l’atto di far sentire qualcuno colpevole o pieno di vergogna per i suoi desideri e comportamenti sessuali. Fin qui nulla di troppo strano, se non il classico giudicarsi a vicenda tipico dell’essere umano; ma, come traspare chiaramente dall’etimologia, il “qualcuno” giudicato attraverso lo slut-shaming è necessariamente una donna.
Ancora una volta, dunque, le donne sono vittime di una critica, la quale non si limita a rimanere tale ma invade una sfera intima e personale, la sessualità, che nessuno, al di fuori del proprio Io, dovrebbe avere il diritto di giudicare. La gravità dello slut-shaming è che, nel peggiore dei casi, non comprende solo commenti su vestiti provocanti, gonne corte, rossetti rossi o scollature pronunciate, bensì arriva a giustificare atti ignobili di stupro e molestie sessuali con frasi del tipo: «Lo ha voluto lei» e «Se l’è cercata». Con lo slut-shaming, quindi, si finisce per “svergognare la zoccola”, anche quando zoccola non è. La “vergogna della zoccola”dovrebbe essere di qualcun altro, di tutti ogni volta che si pensa in termini di slut-shaming.
Nel 2016 il pensiero comune ritiene che la parità dei sessi sia ormai un vecchio problema, più che superato, eppure non esiste il termine playboy-shaming. Perché, se in un universo parallelo, i giornali di domattina riportassero in prima pagina «Ragazzo stuprato e ucciso da donna 50enne», è certo che a non una persona, tra milioni che si ritroverebbero a leggere quel titolone, passerebbe per la mente che gli short del ragazzo in foto erano troppo corti e i suoi addominali decisamente pronunciati e visibili attraverso la maglietta aderente.
Chiara Forcisi
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