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Quanto costano 22 anni di libertà?
14 Aprile 2016
SocietasAttualità

Quanto costano 22 anni di libertà?

Home » Societas » Quanto costano 22 anni di libertà?
Il 27 gennaio ricorre ogni anno, come più che noto,  il Giorno della Memoria in commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Giorno che fa riflettere, rabbrividire, piangere e  vergognare. Ma, nel 1976 nella notte di quell’anniversario in cui i più sono sempre intenti a non dimenticare, qualcuno compiva la strage di Alcamo, strage che, secondo alcuni, avrebbe motivo di essere ricordata un po’ di più.
 
È il 27 Gennaio 1976 quando due carabinieri, il diciannovenne Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, vengono uccisi nella casermetta di Alcamo Marina. Il duplice omicidio viene dopo poco rivendicato da un gruppo terroristico, nel messaggio lasciato si fa riferimento ad un bottone perso nel luogo del delitto, dettaglio che solo i presenti avrebbero potuto conoscere. Non sono molte le ore che trascorrono prima che le Brigate Rosse affermino la loro totale estraneità ai fatti di quella notte. Le indagini continuano, le ipotesi ritenute possibili sono molte, seppur si tenda a preferire quelle a sfavore delle sinistre.
 
AlcamoLa svolta arriva quando il 13 febbraio successivo, un alcamese, Giuseppe Vesco, trovato in possesso di due pistole (una compatibile con quelle usate nell’eccidio, l’altra sembra essere una di quelle rubate la stessa notte ad Alcamar), viene fermato ad un posto di blocco alla guida di un’auto rubata. Il giovane difende in un primo momento la sua innocenza: quelle armi, infatti, dichiarava, avrebbe soltanto dovute consegnarle a dei terzi. La mattina seguente confessava, invece, il contrario, indicando dopo un lungo interrogatorio gli altri quattro componenti del commando: Mandalà, Ferrantelli, Santangelo e Gulotta. Tutti firmeranno un verbale di colpevolezza. Vesco, però, ritratta tutto, dice di essere stato torturato e cerca di sprigionare gli amici, ma nessuno gli crede, come quasi nessuno ha mai creduto che la sua morte, in carcere, pochi mesi dopo, non sia stato un suicidio. I suoi compagni vengono condannati con sentenza definitiva: vent’anni a Ferrantelli e Santangelo, che, successivamente, tra un appello e l’altro si rifugiarono in un Paese del Sudamerica che non ha accordi di estradizione con l’Italia, ed ergastolo per Mandalà, deceduto per morte naturale dopo aver scontato parte della sua pena, e per Gulotta.
 
Il caso, insomma, fu chiuso: c’è un delitto e ci sono dei colpevoli, che altro serve d’altronde? La gente è sicura, può tornare tranquilla, nessun assassino in circolazione. Un caso come tanti, o come pochi, una caso a cui non serve far troppo caso perché forse proprio per caso è avvenuto, troppo strano sarebbe stato il contrario, casomai. Ma nel 2007, colpo di scena: l’ex brigadiere dell’ Arma dei Carabinieri, Renato Olino, che partecipò allora alle indagini, spiega che i cinque ragazzi erano stati costretti da terribili sevizie, a cui si rifiutò di partecipare e di cui ancora si vergogna, a confessare. La procura di Trapani ha scoperto che per vanificare le denunce dei giovani imputati a riguardo, i carabinieri ritinteggiarono le pareti delle stanze, cambiandone la disposizione dei mobili.
 
AlcamoPer Gulotta l’assoluzione arriva dopo 22 anni di carcere: periodo durissimo, ci entra che è solo un diciottenne e finisce di scontare la pena definitivamente quando è vicino alla sessantina. Nei brevi intervalli temporali di libertà, Gulotta, conosce una donna, sceglie di amare lei e i suoi tre figli, in seguito ne avranno uno insieme, che sarà già un uomo al momento della sentenza della Corte d’assise di Reggio Calabria del 2012 che porrà fine ad un incubo intriso di realtà. Racconta di quella lunga notte di febbraio, come quella che gli ha cambiato la vita. Era muratore, voleva far parte della Finanza, collaborare con la giustizia, la stessa che ingiustamente l’ha punito, la stessa che dopo anni ha trionfato. In quelle lunghe ore di interrogatorio l’hanno torturato: schiaffi, pugni, calci, maltrattamento agli organi genitali, sputi è quello che ha subito. L’unico volto che ricorda perfettamente è quello del carabiniere che gli ha puntato una pistola alle tempie. Il mattino seguente, dopo aver perso i sensi ed essersi urinato addosso, umiliato, dichiara alle forze dell’ordine che avrebbe detto tutto ciò che volevano sentirsi dire. È stata la speranza che qualcuno non lo dimenticasse, che la verità prima o poi sarebbe arrivata, ad averlo tenuto in vita.
 
Insieme ai suoi avvocati Gulotta chiede allo Stato un risarcimento di circa 50 milioni di euro, vorrebbe investirli per creare un’associazione che riapra i casi di mala giustizia: ciò che gli è capitato pensa non sia una sua prerogativa e vuole dare una speranza concreta a tutti coloro che soffrono e pagano colpe di altri. Qualche giorno fa il risarcimento è arrivato, ammonta a 6 milioni e mezzo. Cifra considerevole per Gulotta, soprattutto nello stato di disoccupazione in cui si trova, difficile da mutare in meglio vista l’età. Ma ritiene la sentenza anche iniqua, «un’ elemosina», soprattutto paragonandola ad altre, come quella del caso Barillà che ha ottenuto in proporzione un risarcimento nettamente superiore. Stessi sentimenti contrastanti ha l’avvocato Cellini: «Leggeremo attentamente la sentenza per poi riservarci come procedere».
 
AlcamoNel frattempo un’altra pista, già sostenuta da Impastato (la cui cartella dove raccoglieva le sue indagini sul caso, fu sequestrata dalle forze dell’ordine, secondo il fratello, e mai restituita) vedrebbe i fatti di quel lontano, ma non troppo, gennaio 1976 collegati alla Gladio. Secondo la testimonianza di pentiti, inoltre, Apuzzo e Falcetta, sarebbero stati uccisi perché avevano fermato un furgone con a bordo delle armi e una pattuglia di Gladio. Nessuno avrebbe dovuto sapere. Non è da escludere che le due vittime siano state uccise al di fuori della caserma e poi riportate all’interno. Probabilmente si trattò di accordi segreti tra mafia e servizi segreti deviati, che giustificherebbero i numerosi depistaggi forse per proteggere settori pericolosi e nascosti a livello istituzionale.
 
Rimangono, tanti, troppi, dunque gli interrogativi di quella notte. Rimangono due militari uccisi forse nel sonno mentre  sognavano di poter cambiare le cose; rimangono offese a chi non le meritava, rimangono genitori che muoiono lasciando sulle spalle di un figlio un ergastolo, rimangono innocenti a cui viene impedito di veder crescere i propri, rimangono gli uomini forti, quelli che continuano a credere ad una giustizia che si fa sentire dopo quarant’anni. Rimangono sei milioni e mezzo di euro con cui pagare 22 anni di libertà, di vita, di attimi persi, rubati che non torneranno e nessuno potrà restituire. Rimane una strage senza colpevoli. E questo sarebbe proprio il caso di ricordarlo.
 
Concetta Interdonato

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