La svolta arriva quando il 13 febbraio successivo, un alcamese, Giuseppe Vesco, trovato in possesso di due pistole (una compatibile con quelle usate nell’eccidio, l’altra sembra essere una di quelle rubate la stessa notte ad Alcamar), viene fermato ad un posto di blocco alla guida di un’auto rubata. Il giovane difende in un primo momento la sua innocenza: quelle armi, infatti, dichiarava, avrebbe soltanto dovute consegnarle a dei terzi. La mattina seguente confessava, invece, il contrario, indicando dopo un lungo interrogatorio gli altri quattro componenti del commando: Mandalà, Ferrantelli, Santangelo e Gulotta. Tutti firmeranno un verbale di colpevolezza. Vesco, però, ritratta tutto, dice di essere stato torturato e cerca di sprigionare gli amici, ma nessuno gli crede, come quasi nessuno ha mai creduto che la sua morte, in carcere, pochi mesi dopo, non sia stato un suicidio. I suoi compagni vengono condannati con sentenza definitiva: vent’anni a Ferrantelli e Santangelo, che, successivamente, tra un appello e l’altro si rifugiarono in un Paese del Sudamerica che non ha accordi di estradizione con l’Italia, ed ergastolo per Mandalà, deceduto per morte naturale dopo aver scontato parte della sua pena, e per Gulotta.
Per Gulotta l’assoluzione arriva dopo 22 anni di carcere: periodo durissimo, ci entra che è solo un diciottenne e finisce di scontare la pena definitivamente quando è vicino alla sessantina. Nei brevi intervalli temporali di libertà, Gulotta, conosce una donna, sceglie di amare lei e i suoi tre figli, in seguito ne avranno uno insieme, che sarà già un uomo al momento della sentenza della Corte d’assise di Reggio Calabria del 2012 che porrà fine ad un incubo intriso di realtà. Racconta di quella lunga notte di febbraio, come quella che gli ha cambiato la vita. Era muratore, voleva far parte della Finanza, collaborare con la giustizia, la stessa che ingiustamente l’ha punito, la stessa che dopo anni ha trionfato. In quelle lunghe ore di interrogatorio l’hanno torturato: schiaffi, pugni, calci, maltrattamento agli organi genitali, sputi è quello che ha subito. L’unico volto che ricorda perfettamente è quello del carabiniere che gli ha puntato una pistola alle tempie. Il mattino seguente, dopo aver perso i sensi ed essersi urinato addosso, umiliato, dichiara alle forze dell’ordine che avrebbe detto tutto ciò che volevano sentirsi dire. È stata la speranza che qualcuno non lo dimenticasse, che la verità prima o poi sarebbe arrivata, ad averlo tenuto in vita.
Nel frattempo un’altra pista, già sostenuta da Impastato (la cui cartella dove raccoglieva le sue indagini sul caso, fu sequestrata dalle forze dell’ordine, secondo il fratello, e mai restituita) vedrebbe i fatti di quel lontano, ma non troppo, gennaio 1976 collegati alla Gladio. Secondo la testimonianza di pentiti, inoltre, Apuzzo e Falcetta, sarebbero stati uccisi perché avevano fermato un furgone con a bordo delle armi e una pattuglia di Gladio. Nessuno avrebbe dovuto sapere. Non è da escludere che le due vittime siano state uccise al di fuori della caserma e poi riportate all’interno. Probabilmente si trattò di accordi segreti tra mafia e servizi segreti deviati, che giustificherebbero i numerosi depistaggi forse per proteggere settori pericolosi e nascosti a livello istituzionale.© RIPRODUZIONE RISERVATA
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