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Processo Mottola, omicidio Serena Mollicone: chiesti 24 anni per l’ex-maresciallo
03 Luglio 2024
Attualità

Processo Mottola, omicidio Serena Mollicone: chiesti 24 anni per l’ex-maresciallo

Home » Attualità » Processo Mottola, omicidio Serena Mollicone: chiesti 24 anni per l’ex-maresciallo

Il caso Mollicone: il processo

Più di vent’anni fa, il 4 giugno 2001, veniva ritrovato in un bosco il corpo senza vita di Serena Mollicone. Solo tre giorni prima era stata denunciata la scomparsa della giovane, il 1° giugno. La giovane donna viene trovata con un sacchetto in testa, mani e piedi legati: l’autopsia rivelerà che la morte era avvenuta per soffocamento. Partono le indagini, ma il caso viene archiviato. Nel 2008 accade però qualcosa di strano: il brigadiere Santino Tuzi si toglie la vita in circostanze poco chiare, perché pare che qualche giorno prima del presunto suicidio l’uomo fosse andato a raccontare in Procura che, la mattina del 1° giugno 2001, Serena Mollicone fosse entrata nella caserma di Arce, in provincia di Frosinone, non fosse più uscita. Così, nel 2011, gli inquirenti iscrissero nel registro degli imputati l’ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Annamaria e il figlio Marco: si ipotizza un diverbio con la ragazza, proprio in casa Mottola. Nel 2016, la Procura ottiene la riesumazione del corpo di Serena Mollicone: la dottoressa Cristina Cattaneo evidenzia che gli organi genitali e l’ano di Serena erano stati asportati, forse per eliminare eventuali tracce biologiche compromettenti. A quel punto, le indagini si concentrarono sull’arma del delitto: l’accusa inchioda Franco Mottola, che avrebbe spinto la testa di Serena contro una porta, causandole una frattura cranica. Nel 2018, arrivano altri indizi a supporto del fatto che l’omicidio si sarebbe verificato nella caserma di Arce. L’anno successivo, però, le indagini vengono ufficialmente chiuse e nel 2022 la Corte d’Assise di Cassino assolve i cinque indagati (di cui la famiglia Mottola e due carabinieri coinvolti nell’omicidio, Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano) a causa di mancanza di prove sufficienti. Poi però, i giudici della Corte d’Assise di Roma decidono di riaprire il processo, accogliendo la richiesta della Procura Generale che aveva proposto di ascoltare le testimonianze di 44 persone, tra testimoni e consulenti, ritenute “indispensabili” per l’accertamento della verità.

Chi era Serena Mollicone e qual era il suo rapporto con i Mottola

Serena Mollicone nasce ad Arce il 18 novembre 1982. Viene cresciuta solo dal padre Guglielmo, insegnante di una scuola elementare: la madre muore per una grave malattia quando lei ha solo sei anni. Il 1° giugno 2001 esce di casa per andare all’ospedale di Isola del Liri. In agenda c’era una radiografia ai denti. Poi aveva un appuntamento con il ragazzo che frequentava. Quel giorno non torna a casa. In serata il padre lancia l’allarme e si iniziano a raccogliere informazioni in giro. La proprietaria di un bar assicura di averla vista nel suo locale con altri ragazzi. Il carrozziere Carmine Belli conferma questa versione: ha visto Mollicone davanti a quel bar. Litigava con un ragazzo dai capelli biondi, Marco Mottola.

Prima che venisse trovata la salma, il maresciallo Franco Mottola aveva bussato a casa Mollicone. Lì aveva preso il diario della vittima. Emergerà negli anni a venire che nei verbali ufficiali del diario non c’è traccia. I carabinieri poi tornano nell’abitazione della giovane e cercano il suo cellulare (che vicino al suo corpo non c’era), senza però trovarlo. Tre giorni dopo quella perquisizione, il cellulare sbuca nel primo cassetto del comodino in camera della ragazza. Attira l’attenzione un contatto in particolare, quello denominato in rubrica “Diavolo” (con il numero 666). Anni dopo gli inquirenti sosterranno che fosse soltanto un tentativo di depistaggio: chi ha ucciso Mollicone ha creato un contatto falso per far perdere le proprie tracce.

Il 9 giugno 2001 ad Arce si celebrano i funerali della ragazza. Il padre viene prelevato durante la cerimonia. Gli viene chiesto di andare in caserma. Ufficialmente avrebbe dovuto solamente firmare l’atto di ritrovamento del cellulare della figlia, ma quella mossa accese i sospetti sul suo possibile coinvolgimento in quanto successo. Il maresciallo Mottola disse di aver ricevuto l’ordine di portare Guglielmo Mollicone in caserma direttamente dal procuratore di Cassino, Gianfranco Izzo. Lui poi smentì. Non si trattava di nient’altro che depistaggi messi in atto dal Mottola. Un altro dei capri espiatori fu il carrozziere Carmine Belli: nel 2003 viene rinviato a giudizio per l’omicidio di Serena Mollicone. Era lo stesso uomo che due anni prima aveva dichiarato di aver visto la ragazza litigare con un ragazzo biondo. Quel ragazzo era Marco Mottola, figlio del maresciallo di Arce. Belli fu dichiarato innocente in tutti e tre i gradi di giudizio, nel 2006. Passò 18 mesi in carcere, senza motivo. 

La procura di Cassino proseguì quindi le indagini. Emerse che Serena Mollicone aveva intenzione di denunciare Marco Mottola: spacciava hashish e forse utilizzava come copertura la caserma. E’ in quel momento che il carabiniere Santino Tuzi, si suicida in auto sparandosi con la pistola d’ordinanza: come si è detto, soltanto pochi giorni prima aveva rivelato agli inquirenti che il 1° giugno 2001 Mollicone era entrata in caserma. Lui però non l’aveva mai vista uscire. Poi ritrattò. Il suo suicidio venne inizialmente attribuito al fatto che avesse un’amante, ma poi si inizia a guardare meglio tra le mura della caserma, con particolare attenzione al maresciallo Mottola.

A seguito delle numerose indagini, emerge che, il giorno dell’omicidio, quando la Mollicone aveva avuto un litigio davanti al bar con Mottola, avrebbe dimenticato i suoi libri nell’auto del ragazzo. Quindi, si sarebbe recata in caserma, nell’appartamento dei Mottola, per recuperarli. E lì si era riaccesa la discussione, con esito fatale. Quattro anni dopo la Procura di Cassino chiede l’archiviazione: nessuna prova è stata trovata nei loro confronti. Il Gip però si oppone e viene riesumato il cadavere di Serena Mollicone. Viene stabilito che la ferita sulla testa della ragazza è compatibile con un segno trovato sulla porta della caserma. La tesi è che Mollicone fu colpita dentro la caserma da Marco Mottola, poi perse i sensi e per lei si aprirono ore di agonia. Fu soffocata con il nastro adesivo. Invece che prestarle soccorso, i genitori del ragazzo lo aiutarono a sbarazzarsi del corpo.  

Che cosa accadrà ora: la sentenza del processo d’appello il 12 luglio

E’ prevista per il 12 luglio la sentenza del processo di appello: i giudici di secondo grado di Roma saranno chiamati a decidere sulle richieste avanzate dalla Procura Generale. Se le richieste venissero accolte, verrebbe parzialmente ribaltato il verdetto di primo grado, quando i cinque imputati furono tutti assolti. Nello specifico, l‘accusa ha chiesto una condanna a 24 anni di carcere per l’ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, 22 anni per la moglie Anna Maria e per il figlio Marco. Il pg ha, invece, chiesto di confermare l’assoluzione per il militare dell’Arma, Vincenzo Quatrale e una condanna a 4 anni per favoreggiamento per l’altro carabiniere, Francesco Suprano. Per quest’ultimo in un primo momento era stata sollecitata l’intervenuta prescrizione, ma l’imputato ha deciso di non avvalersene. Nelle conclusioni della requisitoria l’ufficio del procuratore generale, così come avvenuto nel corso del processo di primo grado a Cassino, ha richiamato il parallelismo tra la tragica morte di Serena e quella di Marco Vannini, il giovane che fu ferito a morte a Ladispoli, in provincia di Roma, nel 2015 da un colpo di pistola mentre era a casa della sua fidanzata, Martina Ciontoli, esploso dal padre di quest’ultima, Antonio. Il pg ha fatto riferimento all’obbligo di “garanzia e di protezione dei titolari dell’abitazione nei confronti di persone da loro ospitate che si trovino in pericolo di vita”. Per l’accusa, invece, dopo che Marco Mottola fece sbattere la testa della ragazza contro una parta delle foresteria della caserma dell’Arma, nessuno mosse un dito, non fu soccorsa e, di fatto, lasciata morire e poi abbandonata nel bosco dove venne ritrovata. Secondo l’impianto accusatorio Franco Mottola, mise in atto il piano per “coprire” il figlio, sbarazzarsi del corpo e, nel corso delle prime indagini a lui affidate, depistare. Secondo l’accusa, la morte di Serena è, comunque, legata ad una azione “concorsuale” di tutta la famiglia Mottola: «Tutte e tre l’hanno soffocata con il nastro adesivo. Abbiamo valutato la possibilità che la condotta sia stata posta in essere solo da due componenti della famiglia e che il terzo si sia limitato ad assistere. In ogni caso questa persona dovrà rispondere di omicidio con condotta omissiva perché sapeva cosa stava avvenendo e non ha fatto nulla per salvare Serena».

Stefania Piva

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About Stefania Piva

È nata e vive a Milano. È Avvocato, laureata in giurisprudenza all’Università Statale di Milano, ha svolto la pratica forense presso l’Avvocatura dello Stato di Brescia, e si è specializzata presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università Statale di Milano. Da sempre appassionata di politica e giornalismo, ha scritto in precedenza per il giornale locale ABC Milano.

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