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“Pink Taxes”, il Governo delle Canarie vuole abolirle per primo in Europa
09 Novembre 2017
AttualitàSex revolution

“Pink Taxes”, il Governo delle Canarie vuole abolirle per primo in Europa

Home » Attualità » “Pink Taxes”, il Governo delle Canarie vuole abolirle per primo in Europa

Grazie ad un provvedimento approvato martedì scorso dal Governo delle Canarie, a partire dal prossimo anno intorno a 660.000 donne non dovranno più pagare le tasse sui loro prodotti di igiene intima di base, come assorbenti e tamponi. La decisione, dal peso economico stimato di 220.000 euro, consisterà semplicemente nello stabilire nel Impuesto General Indirecto Canario (IGIC) una esenzione per questa tipologia di prodotti. L’IGIC è la tassazione equivalente alla nostra IVA che si applica solo all’interno dell’arcipelago canario. Inizialmente questi prodotti erano sottoposti a una tassazione pari al 3% mentre nel resto della Spagna sono ancora soggetti ad un tipo ridotto di IVA del 10%. In questo modo le Isole Canarie progettano di diventare uno dei primi paesi ad abolire le così dette “tasse rosa”, dopo il Canada, l’unica amministrazione ad aver già adottato nel 2015 le medesime misure per questa tipologia ristretta di prodotti.

tassa-rosaLa consigliera de la Hacienda canaria, Rosa Dàvila, in un’intervista ha dichiarato come il progetto di questa esenzione sia nato da un desiderio di giustizia sociale. Per la donna infatti il progresso impone come obbiettivo il superamento di queste tassazioni “machiste”, considerando il suo traguardo politico, che per la prima volta pone luce sul tema all’interno della comunità spagnola, un primo passo verso «una rivendicazione mondiale di un diritto delle donne». Le pink taxes o “tasse rosa” nascono da un riscontro di una disparità di prezzi nei prodotti indirizzati alle consumatrici, in genere più cari rispetto ai prodotti dello stesso genere maschili. Se su beni secondari quali capi di vestiario, accessori o prodotti per i capelli ad influire su queste disparità possano essere oltre all’IVA anche differenze imputabili a brand specifici o alla garanzia di una maggiore qualità, il dibattito si è acceso sui prodotti irrinunciabili per una donna. Quest’ultima, obbligata di fatto a dipendere da questi per la sua salute ed igiene intima, ha indotto a parlare nel caso specifico di tampon tax.

Se attualmente molti paesi europei, quali la Francia, stanno adottando misure per ridurre al minimo le tassazioni IVA (4%) di questa categoria di prodotti, in altri paesi come l’Italia tamponi e assorbenti sono ancora classificati come beni di lusso e tassati di conseguenza con un’aliquota Iva del 22%. Il paradosso si evince se si considera che prodotti necessari per la cura dell’uomo, come i rasoi da barba, rientrano invece nella categoria dei beni di prima necessità con un’Iva ridotta al 4% al pari di pane e latte. Ridurre al minimo la tampon tax nel nostro paese risulta quindi una rivendicazione di equità sociale, così ha affermato Giuseppe Civati, leader di Possibile, che nel 2016 propose di considerare gli assorbenti alla stregua degli altri beni di prima necessità, da tassare allo stesso modo. Una proposta poi caduta nel nulla, lasciando la questione ancora aperta. Tenendo presente che il vero problema per il prezzo degli assorbenti non risiede tanto nel loro costo in quanto si stima che una donna tra i 16 e 50 anni spenda mediamente 4€ al mese in assorbenti, il fulcro della questione risiede nel fatto che ancora nel 2017 in Italia una donna debba percepire la sua appartenenza ad un genere diverso come ad un lusso, per il quale sia destinata in ogni caso a una condizione di svantaggio. In particolar modo nelle piccole cose, dove come punto di partenza sulla base dell’esempio canário incidere sembra più semplice.

Diana Avendaño Grassini

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