Pochi giorni fa è stato presentato il nuovo rapporto sulle condizioni della detenzione nelle carceri italiane di Antigone, l’associazione che dal 1991 tutela i diritti e le garanzie nel sistema penale e penitenziario.

«Quello che non va è che il rapporto del 2022 risulta troppo uguale a quelli degli anni passati: un numero cresce e un numero cala, ma la sensazione rimane quella di un sistema che riproduce sé stesso e i suoi difetti» – dichiara Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone.
Le carceri italiane risultano più che mai sovraffollate, un elemento che contrasta con il calo dei reati che si è registrato. Il problema è, infatti, l’aumento della durata delle pene; il 50% dei detenuti sconta pene superiori ai cinque anni, il 29% ai dieci anni, mentre gli ergastolani sono aumentati notevolmente.
Le condizioni delle carceri italiane sono inaccettabili ormai da anni: scarafaggi, muffa, acqua fredda, celle piccole che ospitano più detenuti con water a vista. Già nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per “trattamenti umani degradanti” proprio per la mancanza di spazi detentivi adeguati.
La situazione è sicuramente migliorata da allora, ma molti detenuti vivono comunque in condizioni pessime e spesso sono vittime di maltrattamenti da parte dei vigilanti. Non sorprende certo che tutto ciò porti a patologie fisiche e psichiatriche che a lungo andare peggiorano. Nelle carceri italiane si riscontra un sempre più alto tasso di depressione e suicidio; circa sessanta detenuti all’anno si suicida, un dato che mostrerebbe un’inefficacia del sistema penitenziario italiano.
“Il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona […] Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi”.
Recita così il primo articolo dell’Ordinamento penitenziario italiano sancito sulla base della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. Tuttavia, non i fatti non sembrerebbero rispondere alla legge.
L’idea del carcere non dovrebbe essere quella di punire il detenuto, ma di aiutarlo a riflettere sugli sbagli commessi; si dovrebbe attuare una sorta di rieducazione al fine di immetterlo “nella retta via”. Per raggiungere tale scopo, la formazione all’interno delle prigioni è importantissima, in quanto permettere loro un buon reinserimento nella società una volta scontata la pena. Tuttavia, il sistema penitenziario italiano sembra ancora molto arretrato e non interessato a stimolare le menti dei detenuti e a portarli a fare del bene, ma solamente a “domare gli animali in gabbia”, spesso facendo uso di un’eccessiva violenza, fenomeno conosciuto come abuso di potere.
Sono tanti i casi di maltrattamento da parte della polizia penitenziaria verso i detenuti, come quella recente del carcere di Santa Maria Capua Vetere, di cui sono emersi anche video e immagini.
Da non dimenticare il caso Cucchi, una battaglia che la sorella Ilaria porta avanti da tredici anni e che solo recentemente ha avuto giustizia. Conosciamo tutti la storia di Stefano, vittima di brutali maltrattamenti da parte di due carabinieri che lo hanno condotto alla morte nel 2009. All’inizio si disse che il ragazzo morì per anoressia e tossicodipendenza, ma per i lividi e le fratture riscontrate era chiaro non fosse quella la vera causa del decesso. Finalmente il 4 aprile 2022 la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva i carabinieri a dodici anni di reclusione per omicidio preterintenzionale.
È proprio per tutti questi dati riscontrati che la Ministra della Giustizia Marta Cartabia ha affermato di voler intervenire sulla questione; si tratta di una vera e propria innovazione del sistema penitenziario guidato dal costituzionalista Marco Ruotolo, sperando in un miglioramento per la vita dei detenuti.
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