Poco più di un anno fa, con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, iniziava la guerra tra Israele e Palestina. Questa tensione – che ha radici ben più profonde – ha avuto tragici risvolti in Medio Oriente. Ad oggi, si contano migliaia di civili uccisi o feriti ed edifici distrutti dai raid.
In particolare, il conflitto ha avuto e continua ad avere effetti anche su chi ha il compito di raccontare gli avvenimenti di guerra e le tragiche storie. I reporter di guerra sono spesso vittime di incursioni, aggressioni e mandati d’arresto immotivati. Il giornalismo è la massima forma della libertà d’espressione e, spesso, la prima ad essere intaccata dai regimi non democratici.
Secondo quanto riportato dal Committee to Protect Journalists (Cpj), dal 7 ottobre 2023 al 7 ottobre 2024 sono stati uccisi 128 giornalisti. Le vittime sono 130 secondo Reporters Sans Frontières (Rsf). Il comitato afferma che “almeno cinque giornalisti sono stati specificatamente presi di mira da Israele per il loro lavoro”. Anche Rsf accusa Israele: secondo le sue indagini, sarebbero almeno trentadue i giornalisti “presi di mira e uccisi mentre lavoravano”.
“Tutte le uccisioni, tranne due, sono state compiute dalle forze di Israele”, conclude il Cpj. Oltre alle uccisioni, si contano anche gli arresti: sono circa sessantanove i giornalisti arrestati, di cui sessantasei dagli israeliani e tre dai palestinesi.
La guerra, a prescindere dalle parti in causa, colpisce tutti. E, per lo più, civili, bambini e giornalisti. Proprio nel pomeriggio di ieri, martedì 8 ottobre, è avvenuta un’aggressione ai danni di una troupe del Tg3 inviata in Libano che stava effettuando dei reportage sulla guerra con Israele. A raccontare il fatto, la giornalista Rai Lucia Goracci, aggredita insieme al cameraman Marco Nicois, alla fixer Kinda Mahaluf e all’autista Ahmad.
Secondo quanto riportato dalla cronista, la troupe era di passaggio in un villaggio da poco bombardato tra Beirut e Sidone. Mentre la giornalista faceva delle domande a un’anziana del posto, la troupe è stata assaltata da un gruppo di aggressori. Quindi, i giornalisti si sono immediatamente rifugiati in auto e uno degli aggressori ha provato a rompere la telecamera lanciando un sasso attraverso il finestrino.
L’aggressione non aveva connotati politici: gli assaltatori non presentavano insegne politiche o riferimenti a Hezbollah. Si pensa che fossero i familiari di due donne uccise da un raid e che, il loro, fosse uno sfogo. Ciononostante, la paura dei giornalisti e dell’autista è stata tanta, a tal punto da provocare la morte per infarto di quest’ultimo.
I giornalisti aggrediti non erano soli: alla guida dell’auto c’era il loro autista libanese Ahmad, cardiopatico. Dopo l’aggressione nel villaggio, l’autista è ripartito, per poi fermarsi a una stazione di servizio. Qui, ha cercato un dialogo con l’aggressore, che gli ha strappato le chiavi dalle mani, per poi restituirle. Ahmad, con problemi cardiaci già accertati, non ha retto il terrore provocato dall’incursione. Si è accasciato di fronte ai suoi compagni di viaggio, lasciandoli nello sconforto.
La Rai si è espressa in merito all’accaduto, manifestando “vicinanza e sostegno” alla famiglia di Ahmad. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di “inaccettabile attacco alla libertà di informazione“. Infine, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ribadito che “il diritto all’informazione è un cardine delle democrazie”.
La libertà d’espressione e il diritto all’informazione, come in qualsiasi conflitto o guerra che sia, vengono meno anche in quella guerra che, ahinoi, è iniziata già da anni nel territorio europeo tra Russia e Ucraina. Proprio nella giornata di ieri, nella provincia russa di Kursk è stato emesso un ordine di arresto per due cronisti italiani della Rai: Stefania Battistini e Simone Traini. Oltre a loro, il tribunale della città russa, ha emesso un ordine di carcerazione per altri giornalisti internazionali che, come i due reporter italiani, sono accusati di “attraversamento illegale del confine”.
Lo scenario di guerra è diverso, ma resta costante la violazione della libertà di espressione e l’attacco deliberato al giornalismo. I due cronisti, insieme a molti altri colleghi internazionali, si trovavano già in una lista di persone ricercate da Mosca. Recatisi a Kursk per un reportage nel mese di agosto, sono accusati di attraversamento illegale del confine russo-ucraino.
A difendere i giornalisti, la Rai, Antonio Tajani (ministro degli Esteri) e l’Usigrai. Quest’ultima “chiede una presa di posizione unanime del governo contro questa ennesima intimidazione nei confronti dei giornalisti italiani”.
Grande reporter di guerra, giornalista e formidabile inviato speciale del Corriere della Sera. Così ricordiamo Ettore Mo a un anno dalla sua morte, avvenuta il 9 ottobre 2023. In una delle sue interviste, il giornalista parlò della guerra definendola il “treno del dolore”. I reporter di guerra salgono su questo treno per lavoro. Raccontano cosa avviene in trincea e quali fatti si susseguono nel conflitto.
Ma, coloro che salgono su quel treno, difficilmente scenderanno. Il dolore che i cronisti di guerra assorbono, e di cui sono testimoni, rimarrà per sempre scolpito nelle loro anime. Lo stesso Mo affermava che, una volta visitate le zone pregne di disperazione, “scatta un meccanismo per cui non siamo più gente da picnic”. La guerra corrode e logora tutto ciò che le sta attorno. Svolgere un mestiere a rischio come quello dei reporter di guerra è un atto di coraggio come pochi. Specialmente, per chi va in luoghi dove la propria vita viene messa a repentaglio. O, dove, tra l’altro, la libertà d’espressione e il diritto all’informazione non sono necessariamente visti di buon occhio dai vari regimi.
Fonte foto in evidenza: ANSA.it
Valeria Mangiarratti
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