“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Il dispositivo dell’articolo 3 della Costituzione fuga ogni dubbio circa l’obiettivo della Repubblica Italiana di ridimensionare e, tendenzialmente, eliminare dal nostro tessuto sociale ogni forma di discriminazione basata su qualsivoglia fattore, così come avviene in ogni Stato di diritto che si rispetti. Peraltro, tale obiettivo è di natura non solo giuridico-politica ma anche e, forse, principalmente di carattere sociale ed educativo, finalizzato a far sì che i i consociati vengano formati senza che si sviluppi la categoria mentale della discriminazione e che tratti, a prescindere dal sesso, etnia o provenienza, il prossimo come fine e non come mezzo (per citare Immanuel Kant) in maniera spontanea.
Sebbene le forme gravi di discriminazione siano andate scemando, negli anni, non sono mai mancate forme satirico-ironiche che, in maniera più o meno velata, hanno preso di mira alcune categorie di soggetti meritevoli di particolare attenzione come le donne, gli omosessuali o le persone di colore che, in film, programmi televisivi e altre forme di intrattenimento dei decenni precedenti (basti pensare a gran parte della commedia italiana degli anni ’70 e ’80), sono spesso stati oggetto di scherno in una dimensione sociale che anche nella vita quotidiana nonostante, sulla carta, non discriminava alcuna delle suddette categorie, in concreto, non lesinava battute, sfottò e atteggiamenti che, al di là dell’effettiva valenza discriminatoria, indubbiamente, mettevano a disagio chi si riconosceva nelle figure prese di mira.
Per questo motivo, nel corso degli anni, le varie categorie di riferimento, tramite apposite associazioni, hanno fatto una pressione sempre maggiore al fine di limitare la diffusione di pregiudizi nell’intrattenimento di massa in modo tale da rimuovere ostacoli sociali alla piena realizzazione ed espressione delle singole individualità, dando il là all’affermazione del cosiddetto politicamente corretto che, per l’appunto, nasce con i più nobili fini di permettere una totale integrazione di ogni soggetto, a prescindere dal sesso, dal colore della pelle, dalle preferenze sessuali, religiose e così via. In questo modo, si è posta sempre più attenzione verso coloro i quali sono stati un pelo più lenti nel recepire le nuove “direttive” della comunicazione e, in presenza di battute o interi sketch ritenuti troppo eccessivi, sono spesso stati costretti a scusarsi pubblicamente, talvolta persino costretti a rinunciare alle proprie posizioni lavorative o a sponsor remunerativi.
Al giorno d’oggi, il politicamente corretto è ormai onnipresente in qualsiasi forma di espressione del pensiero compresi, ovviamente, i social media che, spesso, sono terreno fertile per l’indignazione collettiva dinanzi a frasi o comportamenti che possano essere percepiti talvolta come discriminatori, talatra semplicemente offensivi o inopportuni testimoniando un aumento del grado di sensibilità del quivis de populo dinanzi a certe tematiche.
Ora, da un lato, la cosa ha sicuramente consentito l‘affrancamento da certi luoghi comuni e la piena affermazione nella società della donna, non più relegata al ruolo di angelo del focolare, messa in cattiva luce in ruoli di donna immagine/oggetto o presentata come poco di buono, di soggetti di colore, non più relegati a ruoli stereotipati con marcate espressività passibili di razzismo o gli omosessuali, non più ridotti a macchiette comiche con atteggiamenti sopra le righe, dall’altro, sembra essere degenerati in una sorta di “psicopolizia orwelliana” che inibisce notevolmente l’espressione del pensiero (soprattutto, nell’ambiente comico) e che tende ad un’eccessiva stigmatizzazione di determinati episodi che di politicamente scorretto hanno poco o nulla.
Tra gli ultimi episodi, viene in rilievo il caso delle “donne-lampadario” che presenti al compleanno della nota presentatrice Diletta Leotta la quale è stata accusata dal potente tribunale dei social di aver contraddetto ogni passato proclama sulla dignità e importanza della donna al di là dell’aspetto fisico e di averle ridotte a mero oggetto. Tra un “Cosa dicevi a Sanremo sulle donne?” e improbabili paragoni con la condizione delle donne in Afghanistan (“In Afghanistan le donne sono bottino di guerra in mano dei terroristi invece in Italia vengono usate come lampadari viventi alla festa di compleanno di Diletta Leotta”), l’indignazione ha galoppato in maniera notevole, negli ultimi giorni, costringendo l’organizzatore della festa ad una comunicazione pubblica nella quale respinge al mittente le accuse di sessismo e giustifica così le proprie scelte: “Parola d’ordine era stupire. Facendo leva sull’effetto shining, abbiamo deciso di catapultare gli ospiti in una dimensione vagamente onirica e con effetti decisamente sparkling. L’esibizione delle “donne abat-jour” era inserita all’interno di un disegno coreografico che ha animato tutti gli spazi della villa, dove erano presenti, acrobati e ballerine, per una serata dall’atmosfera felliniana”.
Quest’ultimo episodio fa pendant con alcuni farraginosi e aberranti casi di abuso del politicamente corretto che hanno portato, ad esempio, alla censura di vecchie pellicole di grande successo come Via Col Vento che, per un certo periodo, è stato cancellato dai cataloghi della piattaforma streaming americana HBO Max in quanto, sull’onda del movimento Black Lives Matter, venne “accusata” di essere razzista, tra le altre cose, per il modo stereotipato con cui veniva rappresentata Mami, la cameriera di colore che, ad esempio parlava con un accento molto marcato, ad esempio, riprendendo una serie di atteggiamenti razzisti dell’epoca schiavista e dell’immediato post schiavismo, perdendo di vista la contestualizzazione dell’opera, ovverosia la presa di consapevolezza del fatto che si tratta di un film degli anni ’30 figlio del proprio tempo e il cui canovaccio narrativo si svolgeva in un’epoca nella quale siffatti atteggiamenti erano, purtroppo, diffusi e radicati.
Analogamente, pochi mesi fa, il sempre più pressante movimento del politicamente corretto dei social ha tacciato il principe azzurro del celeberrimo Biancaneve con l’improbabile accusa di violenza sessuale dovuta al bacio “non consensuale” dato alla dormiente principessa, con alcuni diversi utenti indignati che ne chiedevano la rimozione dai cataloghi della Disney. Tale polemica, peraltro, venne alimentata da un giornalismo superficiale che ha riportato i commenti di sparuti soggetti spacciandoli per un numero elevato di persone, producendo una serie di articoli spazzatura che hanno diffuso a macchia d’olio una tra le più sterili polemiche degli ultimi decenni.
Insomma, se è vero che è giusto porre la giusta attenzione su tematiche sociali rilevanti quali l’inclusività di ogni categoria e la lotta al razzismo, al sessismo e all’omofobia, è altrettanto vero che non bisogna scadere in ridicole lotte di bassa lega che, sulla base di questo estenuante politicamente corretto, trasformano sani principi da difendere in meri slogan il cui unico fine sembra quello di raccattare più like e sponsor, perdendo di vista il rispetto profondo della dignità umana che la Carta Costituzionale intende valorizzare e promuovere nella nostra società per una piena integrazione di ogni individualità.
Christian Ferreri
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