“Stai zitto ebreo, devi bruciare nei forni”: è solo una delle offese rivolte a un 12enne di Venturina Terme (LI) da due ragazze di 15 anni, che, dopo averlo insultato, lo hanno aggredito con sputi, calci e pugni. L’episodio è accaduto domenica pomeriggio in un parco pubblico di Venturina ed è stato denunciato ai carabinieri dal padre del ragazzo.
Il padre ha dichiarato che all’episodio se ne aggiungerebbe uno di pari gravità: l’indifferenza delle persone e il mancato intervento dei presenti. E proprio l’indifferenza è uno dei mali che affligge da sempre la società. Un caso di bullismo da condannare in una società che si professa “avanzata” e che promuove campagna contro la discriminazione sociale. Cosa spinge, allora, ad azioni del genere? «In alcuni casi agire in modo aggressivo rappresenta, paradossalmente, la proiezione delle insicurezze del bullo sulla vittima, che viene emarginata proprio perché rappresenta tutto ciò che il bullo non vuole o non vorrebbe essere», ha spiegato Mattia Palumbo, esperto in psicologia.

Ci avvicinavamo al Giorno della Memoria del 27 gennaio, data storica che segna sul calendario la fine della Shoah a livello mondiale. Eppure il passato non sembra poi così tanto lontano, non quanto dovrebbe.
Il termine ebraico Shoah significa catastrofe, tempesta devastante, e probabilmente non ci sono parole migliori per descrivere quella che fu una catastrofe non soltanto per gli ebrei, ma per tutta l’Europa e per tutto il mondo. Il popolo ebreo fu il principale, ma non unico succube di tanta crudeltà. Dati affidabili indicano circa 6 milioni di ebrei uccisi, ma diversi altri gruppi furono presi di mira. Tra questi vi erano avversari politici, zingari e omosessuali. Questo per ricordare che l’odio, in quanto sentimento di distruzione, non distingue niente e non risparmia nessuno. Questo per ricordare di cosa è capace l’essere umano (anche istruito e civilizzato), se si lascia catturare da questa contorta avversione.
La Giornata della Memoria venne istituita ufficialmente dalla Repubblica italiana nel 2000 per ricordare l’orrore della Shoah. Si è scelta proprio questa data perché il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata rossa buttarono giù i cancelli di ingresso al campo di sterminio nazista di Auschwitz, in Polonia.
Ma la memoria non è una cosa scontata, va curata costantemente con attenzione nella nostra vita di ogni giorno. E, soprattutto, questa non basta se rimane soltanto astrazione. Di fatto, l’episodio avvenuto questa domenica mette in evidenza la necessità di iniziative rivolte soprattutto ai ragazzi delle scuole.
“Non vi sono solo persone buone al mondo, bisogna imparare ad affrontare la cattiveria. Bisogna imparare a non esserne succubi”, così l’esperto in materia insiste sull’importanza di operare per la concretezza. Educare i giovani all’empatia, alla tolleranza e alla comprensione diventa a dir poco fondamentale.
Non conta poi molto essere ebrei o non, omosessuali o etero, musulmani o cattolici – o forse più banalmente – esili o formosi, timidi o esuberanti. Non importa. Perché ogni essere umano, in quanto tale, è degno di rispetto.
O almeno dovrebbe, ma forse lo abbiamo dimenticato e continuiamo a farlo più di quanto non si voglia ammettere.
Forse più che ricordare semplicemente, per quanto significativo sia, bisognerebbe cominciare ad agire e a farlo sul serio.

Miriana Platania
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