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Claudio Locatelli IN ESCLUSIVA, il “giornalista combattente” che sta salpando per Gaza
11 Settembre 2025
Attualità

Claudio Locatelli IN ESCLUSIVA, il “giornalista combattente” che sta salpando per Gaza

Home » Attualità » Claudio Locatelli IN ESCLUSIVA, il “giornalista combattente” che sta salpando per Gaza

“Quando la verità non è libera, la verità non è vera”, diceva Jacques Prévert. E Claudio Locatelli, giornalista indipendente e “combattente”, così come si definisce sui suoi profili social, ha fatto sicuramente di questa frase un mantra per tutta la sua carriera.

Nato a Bergamo nel 1987, Locatelli ha scelto di raccontare le guerre direttamente dal cuore dei conflitti. Mettendo a rischio la propria vita, per dare voce a chi è costretto a subire in silenzio gli orrori della guerra. Restando sempre indipendente e creando uno storytelling tutto suo, contornato da slogan divenuti celebri sui social come “al centro della storia“. Proprio lui che, in quel centro, almeno nella storia recente, c’è sempre.

Dopo una formazione universitaria in psicologia e neuroscienze presso l’Università di Padova, Locatelli ha intrapreso un percorso particolare nel panorama giornalistico italiano. Non si è soltanto limitato a raccontare i conflitti, ma (una volta) anche a combatterli.

Nel 2017, infatti, si è unito alle Unità di Protezione Popolare (YPG) – la milizia curda in Siria – per combattere contro lo Stato Islamico (ISIS). Ha partecipato attivamente alla liberazione di Tabqa e Raqqa, condividendo la vita al fronte con i combattenti curdi. “Conoscendo”, tra l’altro, il celebre Lorenzo Orsetti, caduto proprio lì in battaglia, in una delle fasi più dure della guerra contro gli invasori jihadisti. Proprio quando Locatelli andava via e il volontario italiano arrivava.

Claudio Locatelli e una carriera di giornalismo di frontiera

La sua esperienza in Siria ha segnato l’inizio di una carriera di giornalismo di frontiera. Portandolo a documentare in prima persona i conflitti contemporanei più drammatici. Era presente a Kabul, in Afghanistan, il giorno del ritorno al potere dei talebani raccontando in diretta il caos della fuga dei civili spaventati dal ritorno del regime islamico.

Nel 2020, in Bielorussia, è stato arrestato a Minsk durante le proteste contro il regime di Lukashenko (accusato all’epoca di brogli elettorali) con la popolazione civile che era scesa nelle piazze per esprimere il proprio dissenso. Fermato per aver documentato il tutto, e rinchiuso insieme ad altre 19 persone (di cui “soltanto uno era davvero un manifestante”) in una cella piccolissima senza neanche mangiare, è stato rilasciato dopo 60 ore di prigionia.

Dal 2022 ha testimoniato l’invasione russa in Ucraina restando per mesi sul fronte tra Donbass, Kiev e Kherson. Nel dicembre dello stesso anno è stato colpito da un attacco russo mentre viaggiava a bordo di un’auto contrassegnata come “Press” (Stampa), rimanendo miracolosamente illeso. Tantissimi, a tal riguardo, i suoi racconti direttamente dai luoghi più colpiti del territorio ucraino. Entrando spesso a contatto e in aiuto con la popolazione locale che stava perdendo tutto.

Molto attivo sui social, in particolare Facebook, Instagram e YouTube, i suoi lavori sono finanziati in modo indipendente, grazie a crowdfunding e sostegno diretto da parte dei suoi follower. Preferendo, così, mantenere la propria libertà di narrazione fuori dalle logiche dei grandi network. Il che, comunque sia, lo ha reso un punto di riferimento per chi cerca informazione diretta, spesso cruda, ma profondamente umana e veritiera. Anche per varie emittenti internazionali, come testimonia il suo lavoro per diversi programmi di LA7, CNN Greece, VRT, BNT, Radio Capital, RAI 3, TG5 ecc.

Claudio Locatelli e il suo equipaggio

La nuova missione di Claudio Locatelli: quella per Gaza

Per restare proprio “al centro della storia”, ecco che Claudio Locatelli sta per iniziare una nuova e complicatissima missione. Salpare per Gaza, con l’obiettivo di raccontare il viaggio della Global Sumud Flotilla e fare informazione da uno dei posti più colpiti e martoriati del momento. Lì, dove oltre 200 giornalisti hanno già perso la vita. Lì, in Palestina, dove lo stesso giornalista non ebbe un’esperienza troppo positiva. Come nel 2024, infatti, quando l’esercito israeliano gli puntò i mitra addosso mentre riprendeva un assalto.

“Crediamo che la Sumud Flotilla e tutte le Flotille, nel loro insieme, abbiano un valore enorme. Straordinario. E ve lo dice uno che è stato attaccato da una parte di questa Flotilla per ragioni puramente ideologiche di qualcuno e con puro intento diffamatorio. Ma la coerenza è proprio questa: loro hanno comunque ragione nell’idea che hanno creato. Ed è una cosa giusta. Noi dobbiamo fare una parte in questo: rompere l’assedio dell’informazione e verificare quello che subiranno. Perché potrebbero essere aggrediti pesantemente”, ci dichiara lo stesso Claudio Locatelli.

Già. Perché, proprio qualche minuto prima della sua partenza dal porto di Catania, abbiamo avuto il piacere di fargli qualche domanda in esclusiva. Focalizzandoci su quelle che, per adesso, sono le parole cardine della sua carriera da inviato di guerra e della sua missione in Palestina.

Indipendente

Partiamo da una parola che lo contraddistingue da sempre. Sia nei video pubblicati sui Social che nel modo di fare giornalismo: ovvero, indipendente. E, in particolar modo, cosa significa essere indipendente in una missione come quella che sta per iniziare. “Vuol dire quello che abbiamo sempre detto e fatto. Che caratterizza il mio e il nostro operato. In particolare, l’idea che ho lanciato di fare giornalismo di guerra in maniera totalmente auto sostenibile e supportato dagli ascoltatori anche tramite nuovi media. Un modo se vogliamo rivoluzionario perché, ancora oggi, sono l’unico in Italia”.

E ancora: “Pensate a tutti i casi di cui si parla ogni giorno, di cronaca ma anche di guerra. Il punto è che non si difende qualcosa a priori, ma sulla base dei fatti. In questo caso esiste un fenomeno, un evento storico, che è questa scelta della Flotilla. Un movimento globale che va documentato, da indipendenti. Per offrire una visione da esterni a quello che accade. Quello che conta, comunque sia, è Gaza. Quello che succede là. L’assedio dell’informazione nel nostro caso”.

Il nome della barca, “Vik Tekoser”, e la dedica a Vittorio Arrigoni e Lorenzo Orsetti

Per seguire la Global Sumud Flotilla e cercare di arrivare a Gaza, lo stesso Claudio Locatelli ha acquistato una barca. Il nome di quest’ultima, “VIK TEKOSER“ è una dedica a Vittorio Arrigoni. Giornalista italiano, entrato a posteriori nell’Ordine, morto nel 2011 nella striscia di Gaza per documentare le condizioni della popolazione palestinese. Un pacifista che, nonostante non avesse il tesserino da giornalista, fu riconosciuto come tale per via delle sue qualità e competenze.

“Ho scelto il nome della barca prima di partire da Genova. Innanzitutto, VIK perché ero a Gaza proprio dopo la morte di Vittorio Arrigoni. Nel momento storico in cui gli italiani e persone di altre nazionalità aprimmo il valico di Rafah per fare un evento simbolico e verificare la situazione al suo interno”.

“E poi, TEKOSER. Che vuol dire due cose. In primis, nella sua interezza, ‘Vik Tekoser‘ significa ‘Vittorio combattente‘. Combattente nel senso lato. Perché ‘tekoser’ in curdo significa combattere. Ma, ‘tekoser’, è anche il nome di battaglia di Lorenzo Orsetti. Un compagno di battaglia che ha lottato pagando con la sua vita. Il nome, dunque, deriva da tutto ciò. Dal fatto che per me il giornalismo è pacifico, libero, attento, che cerca di verificare. Ma è anche una forma di lotta, soltanto che usa la telecamera. In due parole: VIK TEKOSER”.

All’interno dell’imbarcazione di Claudio Locatelli

Claudio Locatelli, il “giornalista combattente”: ma che vuol dire?

Trovate lo stesso Claudio Locatelli, su Facebook, con l’appellativo di “giornalista combattente“. Una scelta non casuale che va a inserirsi nel contesto del fare giornalismo in maniera del tutto indipendente, ma che deriva dall’omonimo soprannome che gli fu dato in Siria.

Difatti: “È un soprannome che mi hanno dato in Siria, quando combattevo nell’unità rivoluzionaria della resistenza armata contro il fascismo di Isis. Quella, a tal proposito, era una rivoluzione molto più ampia: ovvero, quella del Rojava. E si combatteva per la questione delle donne, dei popoli uniti, ma anche per la questione che un posto deve essere amministrato da chi ci vive. E non importa se ci sono differenti religioni”.

Una visione delle cose che ci riporta all’imbarcazione che sta salpando per Gaza. “A bordo abbiamo una persona di religione islamica che ha deciso di pregare arrivato in ogni porto. Io sono ateo. Ognuno di noi è leggermente diverso. Per me giornalista combattente non è solo quel soprannome, ma un’identità. Ognuno di noi è più cose: padre, atleta, giornalista. Per esempio, un partigiano rimane tale ma dopo il 1945 sarà stato anche altro. Persone molto più grandi di noi come Ernest Hemingway e George Orwell sono stati combattenti. E poi sono tornati a essere giornalisti, scrittori. Quindi, giornalista combattente vuol dire questo: essere più cose“.

E non è una questione di attivismo: “Non lo faccio più da decine di anni ormai. Giornalista combattente significa fare giornalismo che cerca di combattere per la verità. Anche con chi stai cercando di dare voce devi cercare di fare la cosa giusta. Ero in un ospedale in Palestina quando un ragazzino venne colpito da un attacco. Il padre era lì, difficilissimo e restio, ma dovevo fargli capire ‘tranquillo, non voglio disturbarti’ ma è importante che il mondo sappia ciò che subite. Ci sono volute sei ore prima che si fidasse di me. Però sono rimasto lì e l’abbiamo anche aiutato con le spese mediche. Ecco, anche questo, è giornalismo combattente”.

Il messaggio per gli italiani e per il popolo palestinese: ‘al-muqawama’

Quasi 400mila followers su Facebook, 40mila su Instagram e poco meno di 10 mila sul proprio canale Youtube, sorge spontaneo chiedere se c’è un messaggio che vuole lanciare con questa sua nuova missione verso Gaza. In particolar modo, chiediamo prima di mandare un appello agli italiani e chi lo segue sui Social: “Prendete posizione, ma fatelo sempre sulla realtà. Perché altrimenti rischiate di fare quello che state combattendo. Noi faremo la nostra piccolissima parte raccontando tutto ciò che accade”.

E poi, invece, un messaggio al popolo palestinese: “Prima di partire da Genova, ci ha chiamato una ragazza palestinese di Betlemme alla quale avevamo aiutato il padre. Ha sentito il rumore della barca e mi ha detto ‘Non mi dire che stai andando a Gaza’. E io ho risposto sorridendo. ‘Sono sicura che sarete il cuore della Palestina. Io e la mia famiglia che vi abbiamo conosciuto, possiamo soltanto dirvi grazie che ci fate sapere quello che accade’. Per questo – anche se mi provocherà un sacco di problemi (‘ma vi sembro uno che ha preoccupazione o timori?’) – l’unico messaggio ai palestinesi è ‘al-muqawama‘: resistenza, nel senso più umano e profondo del termine“.

“Press International”, Claudio Locatelli salpa dal porto di Catania verso la sua nuova missione

Lo scopo dietro questa missione

Documentare e informare quello che accade alla Global Sumud Flotilla e, più in generale, a Gaza è già la prima forma di aiuto in un contesto dove, spesso e volentieri, il lavoro dei giornalisti viene intralciato. Alcune volte, bloccato. Altre ancora, pagato con il sangue e la propria vita. Al netto, però, dell’invocazione alla resistenza, chiudiamo chiedendo se ha in mente dell’altro per aiutare il popolo palestinese.

“Io mi occupo della seconda intifada. Dando una mano nel far sapere quello che accade, ma anche aiutando la popolazione locale. Anche se, in tanti casi, il miglior aiuto è il silenzio. Perché non è una guerra simmetrica. Gli ucraini, per esempio, riescono a resistere anche grazie e soprattutto agli aiuti. I palestinesi ci provano. Ma nel caos della radicalizzazione, dovuta spesso a Israele e alle condizioni di pressioni internazionali, i palestinesi fanno molta fatica. Quindi, molte cose si devono fare in silenzio perché loro sono sotto occupazione“.

Metà dei suoi risparmi investiti nella barca e in questa missione: “Non è uno scontro in cui puoi fare qualcosa. Quando aiuti, a volte, come in questo caso, non devi dirlo. Ma non perché non si vuole dire. Anzi, io penso che aiutare bisogna sempre dirlo perché sennò non mette in condizioni altre persone di farlo. Se credi in quello che fai, anche gli altri lo devono sapere in modo che dai l’esempio con il fare e non con il chiacchiericcio. Tante parole e tanti fatti. Avete di fronte una barca che ho comprato pochi giorni fa al 50% di tutta la mia liquidità. Praticamente, tutto quello che io ho nella mia vita, l’ho messo in questa barca. E probabilmente una parte non mi ritornerà. Quasi sicuramente, la barca verrà abbordata“.

Allora qual è il punto? “Semplice, il punto è provarci. Ed è giusto così. Io ho già dato, do e darò, una mano non soltanto alla Palestina, ma a chiunque ha bisogno. Fra cinquant’anni ci chiederanno dove eravamo mentre accadeva tutto in questo Palestina, e noi potremmo dire di aver provato tutto”.

Conclude: “Perché, alla fine, non è un discorso di Palestina, Israele, Russia, Myanmar, Cuba, Armenia o Ucraina. Stiamo facendo tutto questo perché bisogna essere coerenti. Io non sto andando a raccontare il male che fa Israele o la Russia, o i palestinesi, o gli ucraini. Sto andando a raccontare quello che accade. E se la Russia fa del male è una sua scelta. Se Israele fa del male è una sua scelta. E se ne deve assumere la responsabilità. E chiudo con una cosa molto chiara: finché i palestinesi non saranno liberi, non lo saremo neanche noi“ (parafrasando la famosa frase di Nelson Mandela).

Fonte Immagini: Giuseppe Rosario Tosto

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