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Calcio: scelta della Premier League sui rischi dei colpi di testa
05 Agosto 2021
Attualità

Calcio: scelta della Premier League sui rischi dei colpi di testa

Home » Attualità » Calcio: scelta della Premier League sui rischi dei colpi di testa

La Football Association, la Premier League, l’English Football League, la Professional Footballers Association e la League Managers Association hanno introdotto una novità dalla portata storica che riguarderà ogni singolo livello del calcio inglese: infatti, con una nota, ha introdotto un limite massimo raccomandato di dieci colpi di testa per sessione d’allenamento, con la previsione di una sola dedicata agli allenamenti aerei.

Questa la nota congiunta delle varie organizzazioni calcistiche d’Oltremanica: ”Gli studi preliminari hanno identificato i diversi aspetti che rientrano in un colpo di testa. Sulla base dei primi risultati degli studi, che hanno mostrato che la maggior parte dei colpi di testa sono caratterizzate da un tasso di forza basso, l’obiettivo sarà rivolto ai colpi di testa con un tasso di forza alto Questi (quelli con tasso di forza alto) riguardano colpi di testa eseguiti da passaggi lunghi (più di 35 metri), da cross, angoli o calci di punizioni. Si raccomanda, quindi, di eseguire un massimo di 10 colpi di testa con tasso di forza più elevata in una settimana di allenamento. Questa raccomandazione è indirizzata alla protezione del benessere dei giocatori e sarà riesaminata regolarmente man mano che verranno intraprese ulteriori ricerche per comprendere meglio l’impatto del colpo di testa nel calcio.”

Lo scopo principale dell’adozione di questa misura è quello di tutelare la salute dei calciatori, prevenendo l’insorgere di patologie cerebrali degenerative a lungo termine come l’encefalopatia traumatica cronica, meglio nota come sindrome da demenza pugilistica o con l’acronimo anglosassone CTE (Chronic traumatic encephalopathy).

Più nota nell’ambito degli sport di contatto (come il football, il pugilato e altri sport da combattimento) o delle forme di sport-entertainment di contatto come il wrestling, la CTE insorge a seguito di ripetute (e, spesso, non diagnosticate) commozioni cerebrali. Tecnicamente, è una una taupatia dovuta al fatto che gli urti alla testa interferiscono con il metabolismo della cellula nervosa, compromettendone il regolare funzionamento, soprattutto, in età avanzata.

Se le commozioni cerebrali sono più all’ordine nel giorno negli sport sopraccitati, in realtà, anche i ripetuti colpi di testa al pallone da calcio. Infatti, il colpo di testa implica la volontà di colpire intenzionalmente la sfera con la fronte ma la capacità di respingerla senza subire l’energia cinetica del pallone non è uguale per tutti e dipende da svariati fattori quali la composizione materiale del pallone, la velocità dell’impatto e la correttezza nell’esecuzione del colpo di testa legata ad elementi quali la postura e alla tenuta muscolare dell’atleta.

Gli errori di esecuzione o la semplice costanza nel colpire il pallone di testa possono portare ad una serie di traumi e microtraumi con gravi ricadute per la salute dei calciatori, sia a breve termine con una commozione cerebrale che dispiega subito i propri effetti che con lesioni subconcussive che non si manifestano immediatamente ma che, ciononostante, producono lesioni cerebrali che, a lungo termine, possono compromettere la vita regolare dell’atleta con sintomi quali perdita di memoria, difficoltà di coordinazione muscolare o difficoltà nell’autocontrollo con annesse alterazioni della personalità, che rientrano nell’alveo della CTE.

I giocatori maggiormente esposti a rischio sono i più giovani perché, non padroneggiando a pieno la tecnica corretta per colpire il pallone con la testa, potrebbero incorrere in ripetuti e non stigmatizzati errori di esecuzione che, nel lungo periodo, potrebbe esporli a patologie neurodegenerative; non è un caso, infatti, che, diversi mesi fa, sia stato impedito in toto ai giocatori under 12 l’esecuzione di colpi di testa, sia in partita che in allenamento.

Oltre alla corretta tecnica, un altro metodo preventivo è l’utilizzo di caschetti volti a limitare le conseguenze dell’impatto fra testa e pallone ma, al di là di sparuti casi negli Stati Uniti, nel Vecchio Continente è molto raro vedere ragazzi delle giovanili indossare i caschetti.

Pur essendo più famosi i casi di CTE nel football (come narrato nel film Zona D’Ombra), nel pugilato (il leggendario Muhammad Ali, tristemente, soffrì di questa patologia) o nel wrestling (vedasi il triste destino di Chris Benoit), anche il calcio ha fatto i conti con l’encefalopatia traumatica cronica; su tutti, spicca la storia di Jeff Astle, calciatore britannico morto nel 2002 il cui medico legale individuò la causa del decesso in una “malattia professionale”, suggerendo che la ripetuta esposizione a traumi cranici abbia cagionato il suo inesorabile declino neurologico.

Di diverso avviso, invece, il giudice che giudicò il caso di Billy MacPhail, un ex giocatore del Celtic, che nel 1998 perse una battaglia legale nella quale richiedeva alcuni benefici economici per la propria demenza dovuta, a proprio dire, ai continui colpi di testa ai vecchi palloni di pelle, più duri di quelli attualmente utilizzati.

Insomma, dopo anni di silenzi o sparuti casi, finalmente, il calcio che conta si sta interrogando sui rischi derivanti dall’esposizione continua ai colpi di testa nell’ottica di salvaguardare l’integrità fisica degli atleti sia durante che, soprattutto, dopo la conclusione della loro carriera agonistica e, sulla scia di quanto fatto in Inghilterra, si spera che anche le altre nazioni europee possa introdurre misure volte alla prevenzione di patologie cerebrali degenerative come la CTE.

Christian Ferreri

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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