Ieri sera, Giacomo Bozzoli è stato arrestato, dopo 11 giorni di latitanza, dopo la sua condanna all’ergastolo per l’omicidio dello zio Mario. Le forze dell’ordine stavano monitorando da giorni la sua villa a Soiano, in provincia di Brescia. Quando hanno fatto irruzione, hanno trovato Bozzoli nascosto nel cassettone del suo letto matrimoniale, in bermuda e calzini, mentre stringeva un borsello contenente 50.000 euro in contanti. Le prime parole dell’uomo ai carabinieri sono state «Vi prego, fatemi vedere mio figlio», per poi dichiararsi innocente. Ciò che il Procuratore di Brescia Francesco Prete ha desunto dal suo comportamento è stata l’assenza della volontà di costituirsi, e che i soldi fossero necessari al prosieguo della sua latitanza. Infatti, pare che l’unica motivazione che ha spinto l’uomo a fare ritorno in patria sia stato il desiderio di rivedere il figlio di 9 anni. Per quanto riguarda la sua cattura, nei giorni precedenti nell’abitazione dell’uomo erano state installate cimici e microspie.
L’aspetto sul quale ancora si sta indagando è invece quello relativo a come Bozzoli abbia potuto transitare più volte dal e per il Paese. Infatti, era stato localizzato nel sud della Spagna, dove aveva soggiornato fino al 30 giugno 2024 con la compagna Antonella Colossi, nello specifico presso l’Hard Rock Hotel di Marbella. Successivamente, quando è stata data lettura della sentenza il 1° luglio, si era messo in fuga. La compagna e il figlio di 9 anni avevano invece fatto ritorno in Italia il 5 luglio. Inoltre, ad ora risulta che l’automobile dell’uomo, una Maserati Levante nera, utilizzata il 23 giugno per lasciare l’Italia, sia introvabile. Le forze dell’ordine hanno precisato a tal riguardo che: «Non si trova e non ha detto dove l’ha lasciata. Sicuramente era tornato in Italia da circa 24 ore, nella notte di mercoledì». Agli inquirenti racconta di essere partito con la famiglia il 23 giugno, confermando quindi il passaggio della Maserati. Alla compagna all’epoca erano state fatte domande in merito: la donna aveva detto di aver perso la memoria a causa dello choc dovuto alla notizia della sentenza di condanna; aveva riferito di aver dormito con il compagno e il figlio a Cannes, dove avrebbe perso il suo telefono. Poi si sono spostati a Valencia, per una visita all’acquario, e infine a Marbella. «Fino alla sera della sentenza io, Giacomo e nostro figlio siamo stati insieme. Non so che fine abbia fatto Giacomo mentre io e mio figlio siamo tornati in Francia con un passaggio in auto e poi mi sono ritrovata su un treno per Milano». Fa verbalizzare di essere partita “per una vacanza” e non per una fuga.
L’8 ottobre 2015 Mario Bozzoli, 50 anni, intorno alle 19.15 telefona alla moglie: parlavano di una cena in una trattoria vicino casa. Alle 19.18, nel forno grande della fonderia di famiglia si verifica una fumata anomala. Secondo la ricostruzione effettuata dai giudici, è in quel momento che il corpo dello zio Mario gettato nel fuoco. Circa una settimana dopo, avviene un’altra morte: quella di un operaio della fonderia, Giuseppe Ghirardini, trovato vicino a un torrente in Valcamonica. Per la Corte d’assise d’appello di Brescia era l’unica persona, oltre a Bozzoli, che gravitava nel “ristretto ambito spaziale e temporale” al momento dell’omicidio. Fu un suicidio per senso di colpa, stabilirono i giudici. Sarebbe stato lui a gettare materialmente Mario Bozzoli nella fonderia. A casa sua vennero ritrovati 50mila euro in contanti, forse come ricompensa per il suo coinvolgimento nell’omicidio. Giacomo Bozzoli avrebbe voluto sbarazzarsi dello zio per motivi economici legati alla gestione della fonderia. I magistrati d’appello scrivevano che solo in lui “è risultato coesistere, unitamente all’odio ostinato e incontenibile nei confronti della vittima, anche l’interesse economico per ucciderla riconducibile agli interessi societari e familiari”. Lo zio era “colpevole a suo avviso” di guadagnare dalla società di famiglia alle spalle degli altri componenti e di intralciare i suoi affari. Spesso Giacomo Bozzoli gonfiava le fatture, elemento che lo zio avrebbe scoperto. Nel 2020 il rinvio a giudizio, nel 2022 la prima condanna e nel 2023 la seconda. Nel 2024 la conferma della Cassazione. Lui si è sempre dichiarato innocente
Stefania Piva
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È nata e vive a Milano. È Avvocato, laureata in giurisprudenza all’Università Statale di Milano, ha svolto la pratica forense presso l’Avvocatura dello Stato di Brescia, e si è specializzata presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università Statale di Milano. Da sempre appassionata di politica e giornalismo, ha scritto in precedenza per il giornale locale ABC Milano.
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